TEATRO VITTORIO EMANUELE
La danza contemporanea di scena al Teatro Vittorio Emanuele nella splendida esecuzione di uno dei più prestigiosi corpi di ballo europei
Sabato, 16. Gennaio 2016 - 9:23
Scritto da: Giovanni Franciò
Categoria: musica


Assistendo ad una rappresentazione di danza del Bolero di Maurice Ravel ci si rende conto perfettamente che il capolavoro del musicista francese è stato composto originariamente per essere danzato, anche se viene eseguito per lo più in forma di concerto. Infatti il bolero è una danza di origine spagnola nata alla fine del ‘700, che ha la sua peculiarità nel ritmo costante, quasi ossessivo. Il brano di Ravel nacque per un balletto su richiesta della celebre danzatrice Ida Rubinstein nel 1928. Il Bolero è il capolavoro in assoluto più conosciuto di Ravel, tanto che per molto tempo, e ancor oggi, spesso i non addetti ai lavori identificano il musicista proprio con il suo Bolero.

Già ai tempi della sua composizione il brano raggiunse una popolarità che nessun altro capolavoro di Ravel aveva mai raggiunto né avrebbe raggiunto in seguito, eppure lo stesso autore, parlando del Bolero, affermò, a chi ne tesseva incondizionati elogi: “Il mio capolavoro? Bolero, disgraziatamente è privo di musica. Il più era trovare l’idea. Quanto al resto qualsiasi allievo di conservatorio avrebbe saputo fare altrettanto”. Ovviamente le cose non stanno proprio così, anche se è vero che è proprio l’idea la carta vincente del brano, cioè il ripetersi di un tema sempre uguale, suonato da gruppi di strumenti che si aggiungono progressivamente. Il Bolero è innanzitutto un capolavoro di orchestrazione che lascia ancor oggi stupefatti. Ravel fa uso di una orchestra molto nutrita, con l’utilizzo anche di strumenti a fiato abbastanza inusuali, come l’oboe d’amore (antico strumento barocco), o il saxofono (proprio della musica jazz). I singoli gruppi di strumenti si aggiungono progressivamente ogni volta che si rinnova il tema: prima i vari gruppi di legni, poi gli ottoni, infine gli archi, con un ritmo ostinato, incantatore ed ossessivo, che rapisce l’ascoltatore fino al “tutti” finale, fortissimo e dissonante, con cui si conclude l’impressionante brano.

Il Ballet Company of Gyor (splendida cittadina ungherese) ha portato in scena una rappresentazione del Bolero incentrata sul rapporto uomo donna. Sia i dieci danzatori che le dieci danzatrici hanno indossato una lunga e ampia gonna nera, e le danzatrici si distinguevano rispetto agli uomini solo da una pettorina. I passi di danza molto plastici ed eleganti, sono stati quasi identici per i danzatori e le danzatrici, quasi a voler lasciare indefinito il genere sessuale, ma con l’intento palese di narrare la relazione fra uomo e donna, visti come due metà indissolubili. La coreografia, splendida, di Andras Lukacs, ha unito vari elementi di danza moderna e contemporanea, riuscendo a rendere anche nel ballo il crescendo proprio del Bolero, fino allo strappo finale, simboleggiato dall’unica ballerina rimasta sul palcoscenico, che chiude il sipario.

I Carmina Burana furono scritti da Carl Orff, musicista tedesco del ‘900, nel 1937, all’età di quarantadue anni, e divennero subito un successo popolare, tanto da oscurare tutta la sua precedente produzione musicale, e anche la successiva. Lo stesso Orff ebbe a scrivere al suo editore “Può mandare al macero quanto scritto finora: con i Carmina Burana inizia la mia produzione”. Si tratta della più completa antologia di canti medievali goliardici esistente ritrovata nel 1847 e conservata nel monastero di Benediktbeuren vicino Monaco di Baviera, l’antica Bura Sancti Benedicti, da cui l’opera prende il nome. Ormai conosciuti solo grazie alla musica di Orff, in realtà i Carmina hanno anche un notevole valore letterario e storico, e nella selezione scelta da Orff, constano di ventiquattro numeri, raggruppati fra due frontespizi (Prologo ed Epilogo) nei quali viene cantata la variabilità ed incertezza della “Fortuna” “O Fortuna, velut luna statu variabilis, semper crescis aut decrescis...” (o fortuna come la luna instabile, sempre tu cresci e decresci). La composizione, per coro e orchestra, gode di enorme popolarità, e l’incipit è stato utilizzato in diverse opere cinematografiche (ad esempio Excalibur di Boorman). I Carmina cantano della natura primaverile, dell’amore, dei banchetti nella taverna (famosissima l’elegia del cigno arrostito). Al contrario di quanto detto a proposito del Bolero, ci si rende conto subito che l’opera non è nata per essere danzata, e in alcuni punti si nota una certa staticità, anche se in genere anche qui prevale il ritmo. 

La coreografia di Gyorgy Vamos si incentra anch’essa sul rapporto uomo - donna, visti anche qui come parti indissolubili del tutto. Tale simbologia è ben rappresentata anche dallo sfondo, un albero che all’inizio si divide in due tronconi, per poi ricongiungersi alla fine. Il corpo di ballo è stato anche in tale prova entusiasmante, in particolare nella perfetta simmetria dei passi, nella plasticità delle movenze (non a caso il fondatore del corpo di ballo, Ivan Markò, proveniva dal teatro del grande Maurice Bejart). Imperdibile per amanti del balletto o studenti di scuole di danza.

Giovanni Franciò

COMMENTI

Accedi o registrati per inserire commenti.

Tempostretto.it - Quotidiano on line della Città Metropolitana di Messina - Editrice Tempo Stretto S.r.l., Via Francesco Crispi 4 98121 - Messina
Rosaria Brancato direttore responsabile-coordinatrice di redazione. Danila La Torre vice coordinatrice di redazione.
info@tempostretto.it - tel 090.9018992 - fax 090.2509937
P.IVA 02916600832- - n° reg. tribunale 04/2007 del 05/06/2007