La Messina abbandonata: Palazzo Formento

La Messina abbandonata: Palazzo Formento

Autore Esterno

La Messina abbandonata: Palazzo Formento

domenica 17 Maggio 2026 - 12:23

Continua la rubrica sulla città dimenticata e da riscoprire a cura del Comitato degli artisti e del collettivo Messina scrive

Testi di Eliana Camaioni e disegno di Carmelo Chillé 

MESSINA – Al centro della scena la “Messina abbandonata”. Un progetto corale nato dalla sinergia tra il Comitato degli artisti e il collettivo Messina scrive per riaccendere i riflettori su tredici tesori del patrimonio locale lasciati all’incuria. Un progetto che Tempostretto sposa: ogni domenica spazio a un tesoro messinese nascosto. Oggi il racconto si concentra su Palazzo Formento.

Riguardo a questa struttura, così gli artisti messinesi: “La storia ci aiuta a crescere e a non fare gli errori passati. Questo palazzo del XVIII secolo, nonché sopravvissuto ai terremoti del 1783 e 1908, è un pilastro portante della nostra storia. Abbiamo perso tanto di quella gloria dei nostri avi, non possiamo adesso rimanere indifferenti. C sono luoghi a Messina che raccontano, vivono e custodiscono ciò che è nostro da sempre”.

La libertà non ha mura di Eliana Camaioni

(PALAZZO FORMENTO- Viale della Libertà)

Messina, 1925.
Il sole tramonta dietro i Peloritani, tingendo di rosa le facciate eclettiche di Viale della Libertà.
Palazzo Formento svetta come una sentinella di pietra e ferro battuto davanti allo Stretto, simbolo di
una città che ha sconfitto la polvere del terremoto per farsi moderna, borghese e bellissima.
Elena Formento osserva il riflesso delle navi traghetto dai vetri del salone principale. Suo padre,
arrivato da Genova con l’ambizione di dominare il commercio degli agrumi, ha costruito quella
dimora per gridare al mondo il successo della famiglia. Ma per Elena, quelle mura ornate di fregi
floreali sono una gabbia dorata: mentre le amiche sognano i balli al Circolo della Borsa, lei disegna
di nascosto piante architettoniche, affascinata dalle linee curve che l’architetto ha impresso nel
cemento.

Il destino ha il volto sporco di polvere di marmo di Marco, un giovane artigiano incaricato di
restaurare le decorazioni della facciata corrose dal salmastro. Marco è un figlio delle macerie del
1908: non ha cognomi illustri, ma le sue mani sanno far parlare la pietra.
Il loro primo incontro avviene tra le impalcature del cortile interno. Elena, col pretesto di
controllare i lavori, sale fin dove l’aria profuma di calce e mare.
«Perché quel mascherone ride?» chiede lei, indicando un fregio grottesco sopra una finestra.
Marco non smette di picchiettare col mazzuolo. «Non ride, signorina. Guarda lo Stretto. Aspetta
qualcuno che non torna. È la malinconia di chi resta.»
In quelle parole, Elena scorge un’anima affine. E fra i due inizia un gioco di sguardi tra i balconi e i
ponteggi.
Elena e Marco si incontrano all’alba, quando il viale è deserto e l’unico suono è il rumore dei primi
tram. Marco le insegna che Palazzo Formento non è solo un investimento, ma un organismo vivo
che respira col vento dello Scilla e del Cariddi, le confida il sogno di ricostruire la città non per i
ricchi, ma per chi l’ha amata nel dolore.
Ma pochi giorni dopo, l’idillio si scontra con la realtà: il signor Formento annuncia il fidanzamento
di Elena con un armatore livornese.
Un patto d’acciaio e agrumi, che non ammette repliche.

La sera del gran ballo di annuncio, Palazzo Formento brilla di mille luci elettriche, ma Elena si
sente spegnere; cerca Marco tra la folla di operai che smontano le impalcature, ma lui è sparito.

Se mai non dovessimo rivederci, lasciamoci un messaggio qui, accanto al mascherone che ride.
Era il loro patto segreto, una promessa che si erano fatti il giorno del loro primo bacio, e che aveva
il sapore della profezia.
Nel viavai dei camerieri, che stanno allestendo a festa il salone, Elena riesce a trovare il momento
giusto per salire indisturbata in terrazza; e quasi vola, spingendo il portoncino di ferro e vetro, col
cuore che le batte forte:
Ti prego, fa che non sia andato via così.
E quando finalmente arriva sulla terrazza panoramica che domina la falce del porto, il suo cuore ha
un grande sollievo: in un angolo nascosto del cornicione, una minuscola imbarcazione scolpita nel
marmo, con la prua rivolta non verso il porto, ma verso l’ignoto. Accanto, un’incisione quasi
invisibile: “La libertà non ha mura”.
Mentre all’interno l’orchestra attacca un valzer e suo padre la cerca per il brindisi, Elena non ha
dubbi: si toglie i guanti di seta, abbandona il diadema sul marmo freddo e scende le scale di
servizio.
Ha deciso: non sarà una Formento prigioniera del proprio nome.
Corre verso il molo, dove una lanterna oscilla nell’oscurità, mentre Palazzo Formento resta alle sue
spalle, splendido e immobile, testimone silenzioso di una donna che ha scelto di essere, finalmente,
l’architetto del proprio destino.

Tecnica utilizzata: illustrazione tradizionale ad acquerello più colore digitale

                                                                                

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Un commento

  1. Davvero una bellissima storia. Continuate con questa piacevole rubrica.

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