Sanità in Sicilia, "perché il sistema pubblico sta crollando e come salvarlo"

Sanità in Sicilia, “perché il sistema pubblico sta crollando e come salvarlo”

Autore Esterno

Sanità in Sicilia, “perché il sistema pubblico sta crollando e come salvarlo”

giovedì 01 Ottobre 2026 - 10:44

L'intervento del presidente, Antonio Monforte, del Comitato "Cittadini a difesa della Sanità Pubblica"

Dal presidente del comitato “Cittadini a difesa della sanità pubblica”, Antonio Monforte, riceviamo e pubblichiamo.

Sanità in Sicilia: cronaca di un disastro annunciato

Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) in Sicilia sta attraversando una delle crisi più profonde della sua storia. A confermarlo non sono solo le proteste quotidiane dei cittadini, ma i dati ufficiali: le aspettative di vita alla nascita sono 84,6 anni in provincia di Trento, 81,8 anni in Sicilia, con un divario di quasi 3 anni (Dati Gimbe 2024 su dati ISTAT 2023). Tale situazione è legata, come suggerito da GIMBE, alla povertà in generale e ai livelli essenziali di assistenza (LEA), insufficienti o bassi. La fotografia dei LEA 2024 colloca la sanità siciliana al terzultimo posto in Italia, maglia nera assoluta nella Prevenzione (con un punteggio di appena 49 su 100) e con indicatori ospedalieri in netto peggioramento rispetto agli anni precedenti. A questo si aggiunge l’ombra dell’Autonomia Differenziata (L. 86/2024), destinata ad ampliare il divario tra Nord e Sud.

Mentre le liste d’attesa rimangono bloccate e sempre più cittadini rinunciano a curarsi, il sistema pubblico continua a depauperarsi a favore della sanità privata. La vera emergenza della sanità siciliana non è solo strutturale, ma umana. Si registrano auto-dimissioni di medici e dirigenti sanitari costretti a lavorare in costante stato emergenziale. Carichi di lavoro insostenibili, turni estenuanti e burnout stanno spingendo molti operatori, soprattutto medici e infermieri, a rassegnare le dimissioni dagli ospedali pubblici. Il personale sanitario che dovrebbe colmare tali carenze, non appena formato nelle nostre università, preferisce lavorare al nord o nei paesi della comunità europea, per una carriera basata sul merito, per una retribuzione e una qualità di vita migliori.

Comprendiamo le difficoltà quotidiane dei nostri amministratori che dopo essersi proficuamente impegnati nella nostra città e provincia a realizzare con le risorse del PNRR l’edilizia del DM 77, hanno grandi difficoltà nell’affrontare la carenza di risorse umane. Concorsi banditi per il personale sanitario che soprattutto in provincia vanno deserti. Amministratori costretti a vivere nell’emergenza per la mancanza di politiche lungimiranti sia da parte della regione che a livello nazionale ed obbligati a scelte temporanee come i gettonisti.

In questo contesto, si comprende pure perché la ASP di Messina, dopo un primo appalto a privati nel 2025 per gestire il PS di Barcellona, nel 2026 sia stata costretta ad affidare a cooperativa privata, oltre al già citato PS di Barcellona, l’integrazione dell’assistenza medica dei PS degli ospedali di Patti, Sant’Agata Militello, Mistretta, Milazzo, Lipari e Taormina, e dei reparti di Cardiologia, Ortopedia e Rianimazione. Allo stesso tempo, nel 2025 al Policlinico di Messina è stata espletata una gara di 2 milioni di euro sempre con privati per personale oss. Si continua a non fare i concorsi, a non attivare percorsi di qualificazioni puntando alla qualità dell’assistenza, a non stabilizzare i lavoratori, a regalare risorse ai privati. Il ricorso ai cosiddetti “gettonisti” ha assorbito nel 2023 più di 1,4 miliardi di euro, e oltre un miliardo di euro nel biennio 2024-2025.

“Mancano medici e infermieri ma la Regione ha bandito oltre 600 posti per personale amministrativo, ignorando le vere priorità”

Nonostante un decreto legge del 2025 impedisca alle aziende sanitarie di bandire appalti per gettonisti, queste aggirando le regole, continuano ad appaltare servizi a cooperative private. Questi medici continuano infatti a operare in circa un pronto soccorso italiano su due. Un modello tamponatorio che costa fino a tre volte di più rispetto a un medico strutturato, impoverisce le casse pubbliche e demotiva il personale interno. Le cooperative private nell’immediato garantiscono i turni, ma non garantiscono la qualità dell’assistenza poiché spesso i medici delle cooperative non hanno le competenze specialistiche per i reparti in cui sono utilizzati. Ne consegue un doppio mercato del lavoro: nello stesso reparto i gettonisti guadagnano sino a tre volte in più rispetto allo strutturato. Quella che avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea sta diventando, anno dopo anno, un elemento strutturale di sostituzione del servizio pubblico che non permette al SSN di uscire dalla fase dell’emergenza e non ha prospettive future. L’utilizzo degli specializzandi in medicina secondo il “decreto Calabria” nella nostra regione trova scarsa applicazione. Esiste, inoltre, la contraddizione dei concorsi: mentre nei presidi ospedalieri di base e di primo livello, sia nei Pronto Soccorso che nei reparti, mancano medici e infermieri, la Regione negli ultimi anni ha bandito oltre 600 posti per personale amministrativo per fini esclusivamente elettorali, ignorando le vere priorità dell’assistenza sanitaria.

“Pnrr e medicina territoriale: cattedrali nel deserto o grande opportunità?”

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha portato risorse per la costruzione di Case della Comunità (CdC) e Ospedali di Comunità (OdC). Tuttavia, il rischio concreto è che queste strutture rimangano scatole vuote. Se sul piano edilizio gli obiettivi sono stati rispettati, mancano i modelli organizzativi e la tecnologia, oltre alla già citata carenza del “capitale umano” e alla sua formazione, come ad esempio quella degli infermieri di comunità e degli addetti ai Pua (Punto unico di accesso). Se alcuni modelli organizzativi sono stati implementati, le CdC non possono essere concepite e presentate come poliambulatori ma ne vanno sviluppate le funzioni per cui sono state ideate. Pertanto esse devono:

  • assumere un ruolo per lo sviluppo della medicina di rete per patologie;
  • dotarsi di una equipe multifunzionale per organizzare e gestire la prevenzione non solo negli ambiti classici, ad esempio vaccinazioni e prevenzione oncologica, ma anche in quello della prevenzione primaria delle malattie croniche non trasmissibili più diffuse, ad esempio diabete e ictus;
  • riorganizzazione dell’Assistenza Domiciliare Integrata, con Telemedicina e telemonitoraggio, finanziamenti compresi nel PNRR componente 2-M6, con procedure fortemente in ritardo.

L’attivazione e la riorganizzazione di tali servizi permetteranno ai cittadini di curarsi vicino casa o presso il proprio domicilio, soprattutto nelle aree orograficamente disagiate;

  • soddisfare la richiesta dei primi interventi per il disagio psico-sociale;
  • organizzare la partecipazione della società civile alla programmazione e gestione delle attività.

Inoltre, affinché Medicina territoriale e di prossimità funzioni, è necessario che le AFT, aggregazioni funzionali territoriali dei MMG, siano rapidamente implementate e ben connesse con le CdC. La medicina di prossimità con la carenza di personale sanitario, senza formazione specifica, senza modelli organizzativi e adeguamento tecnologico e senza un’integrazione reale con i Medici di Medicina Generale, rischia di non partire mai.

“Senza fondi non c’è salute”

La Fondazione GIMBE ha recentemente bocciato il Ddl delega n. 1825 del Governo, definendolo un provvedimento “vuoto” perché privo di finanziamenti aggiuntivi. È necessario portare il finanziamento del SSN al 7% del PIL: il divario di finanziamento della spesa sanitaria pubblica in Italia rispetto alla media dei Paesi europei dell’area OCSE supera i 36 miliardi di euro annui.

Inoltre, la mobilità sanitaria continua a trasferire le già scarse risorse del sud verso le strutture del settentrione.

“Sblocco delle assunzioni a tempo indeterminato, adeguare gli stipendi degli operatori sanitari agli standard europei e politiche regionali e nazionali che rendano attrattivo il lavoro nel Ssn”

Per evitare il definitivo collasso del sistema sanitario pubblico servono scelte coraggiose e immediate:

  • Strutture Dipartimentali aziendali: creare équipe medico-chirurgiche operanti in più ospedali di base e di primo livello assumendo, con contratti libero-professionali attrattivi per un minimo di 4 anni, valenti professionisti nelle specialità carenti a dirigerle, con obbligo formativo nei confronti del personale sanitario. Questo renderebbe attrattivo, anche per giovani specialisti, lavorare in ospedali di provincia, costerebbe meno del ricorso ai gettonisti e creerebbe un futuro per il SSN.

La visione di una moderna sanità parte dal territorio, con assistenza sanitaria e politiche di

prevenzione, passa per un servizio di emergenza-urgenza efficace con le sue reti per patologie e

tempo-dipendenti che uniscano e mettano in comunicazione territorio ed ospedali. Solo dopo aver realizzato una medicina del territorio ed un funzionante servizio di emergenza-urgenza, è lecito passare alla riorganizzazione di una rete ospedaliera costruita su evidenze scientifiche e bisogni reali di salute per acuti.

Nell’immediato, nella nostra provincia, per l’attuazione del DM77 è urgente e necessario affrontare tre problematiche:

  • La prima riguarda le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), che attraverso il lavoro di gruppo garantiscono una vera medicina di prossimità. Manca sino ad oggi da parte degli attuatori, a livello ministeriale, regionale e periferico una adeguata considerazione di tali aspetti assistenziali.
  • La seconda la formazione del personale che lavorerà nelle CdC e OdC e CTO.
  • La terza il funzionamento delle Centrali Operative Territoriali e della rete informatica. La rete rappresenta il concetto innovativo di questa riforma della sanità, con la presa in carico del paziente, un’assistenza ottimale e personalizzata e l’integrazione dei servizi tra territorio, emergenza ed ospedale. I finanziamenti per l’adeguamento informatico, la telemedicina e l’acquisto di apparecchiature diagnostiche, come già detto, sono compresi nel PNRR componente 2-M6. Molte strutture non dispongono ancora delle apparecchiature informatiche di base o utilizzano software non comunicanti tra loro, bloccando di fatto la digitalizzazione, la Telemedicina e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico.

I cittadini non meritano un sistema che li costringe a pagare di tasca propria o a rinunciare alle cure. La politica e la governance sanitaria hanno l’obbligo morale e strategico di scegliere da che parte stare: se continuare a favorire la privatizzazione strisciante o tornare a investire nella salute pubblica come diritto fondamentale.

Comitato “Cittadini a difesa della Sanità Pubblica”

Il Presidente     Antonio Monforte

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