Ecco cosa vuol dire guardare negli “occhi” la montagna assassina

Ecco cosa vuol dire guardare negli “occhi” la montagna assassina

Ecco cosa vuol dire guardare negli “occhi” la montagna assassina

martedì 06 Ottobre 2009 - 23:11

A destra la “fragile” parete, a sinistra il torrente ancora “nervoso”, al centro un paese destinato a diventare il fantasma di sé stesso

Ancora un pomeriggio (ieri ndr) trascorso tra ciò che rimane del villaggio di Giampilieri Superiore, una delle aree più colpite dalle valanghe di terra. Per chi vi scrive è la prima volta tra le macerie di un villaggio la cui quotidianità è stata drammaticamente lacerata in quella notte infernale. Le porte di molte abitazioni, di piccoli esercizi commerciali o di caratteristiche botteghe punto di ritrovo degli anziani del paese, sono tuttora spalancate per permettere la fuoriuscita di fango e acqua. Al loro interno c’è chi ancora cerca di avere la meglio su quella maledetta fanghiglia che tutto ha trascinato via, e che ora, a propria volta, si cerca di “trascinae” fuori con ramazza e paletta.

Eppure Giampilieri Superiore non è ancora un villaggio fantasma così come lo potrebbe immaginare chi fino a questo momento, lo ha raccontato, visto e vissuto attraverso le immagini fotografiche, le riprese televisive, o attraverso il racconto dei colleghi. C’è ancora un cuore che batte, animato dalla forza e dalla volontà di coloro che lì hanno una casa, risparmiata dalla furia assassina, e che tornano tra quelle strade per prendere le ultime cose; ma è animato anche dalla forza e dalla volontà dei tanti operatori che danno una mano e si danno una mano.

In tanti, soprattutto i più anziani, si affacciano alla ringhiera del torrente che attraversa il paesino e nel cui letto le ruspe lavorano senza sosta per liberarne l’alveo e permettere così un più rapido deflusso dell’acqua che scorre ancora abbondante e “nervosa”; i “nonni” di Giampilieri guardano la parete di fronte, scivolosa e scivolata, che a propria volta osserva ancora con aria minacciosa il villaggio costruito alle sue pendici, quasi a dire “La colpa di quello che è successo non è mia, voi mi avete trascurato ed io vi ho punito”. Questa la sensazione che proviamo, anzi che provo, nell’osservarla “dal vivo”: perché la collina è franata lì dove la vegetazione era ormai assente, lì dove le radici non sono più riuscite ad intervenire per trattenerne l’enorme peso, lì dove l’uomo sarebbe dovuto intervenire per darle le dovute “attenzioni”.

Nella scuola elementare che sin dalla prime ore dopo la tragedia è diventata il centro operativo dei soccorsi, è ancora un continuo via vai di forze dell’ordine, medici, volontari, amici di infanzia che l’uno con l’altro cercano di darsi e farsi forza. Non manca anche stavolta il politico di turno che con il cellulare sempre rigorosamente all’orecchio si illude forse di potersi rendere utile. Ma si illude.

Accanto a me un gruppo di donne che dopo avere trascorso qualche giorno a casa di parenti, attendono ora di essere trasportate in una delle strutture alberghiere della città. E poi c’è un cane, “Cesar”, un pastore tedesco di nove mesi che con lo sguardo ti fa capire di aver capito che da domani anche per lui la vita sarà diversa. Il suo padrone, infatti, un giovane ragazzo che a breve dovrà abbandonare l’abitazione, lo tiene al guinzaglio senza separarsene un attimo perché sa che quegli attimi saranno gli ultimi che potranno trascorrere insieme: deve lasciare casa, ed è costretto a darlo via perché in albergo non potrà tenerlo. Cerca disperatamente qualcuno che possa dare un tetto e una cuccia confortevole al suo fedele amico, perché anche lui ha il diritto di scappare da quell’inferno.

Mi soffermo a parlare ancora con qualche persona, cerco di “sbirciare” le confidenze di due amici che guardandosi negli occhi si dicono ciò che non dicono a parole, perché sanno che prima o dopo quel paese in cui sono nati e cresciuti dovrà essere abbandonato, per sempre, farà parte del passato. E’ tempo infatti di pensare alla ricostruzione, una ricostruzione che però avverrà altrove, perché dall’ “alto” vogliono che si ricominci da nuovi quartieri. Giampilieri Superiore non è ancora un paese fantasma, ma quando si spegnerà il motore dell’ultima gru, quando l’ultima camionetta dei vigili del fuoco si lascerà alle spalle la montagna assassina, allora sì che fantasma lo diventerà. Eppure sarebbe bastato “poco” per evitarlo, sarebbe bastato dare ascolto a “chi”, due anni addietro, aveva già dato segni di “cedimento”.

(foto Dino Sturiale)

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