L’analisi di Paolo Saglimbeni (gruppo Misto) e le soluzioni in quattro punti: tavolo di concertazione, blocco degli organici, individuazione certa delle risorse necessarie e massima trasparenza
La torta dei servizi sociali ha fatto gola a tutti. Una spartizione certosina, che ad ogni cooperativa e persino ad ogni singolo lavoratore ha assegnato una bandierina “politica” e di un partito di riferimento: una volta si chiamavano Dc, Psi, Pdsi, Msi, Pci, Pli, ecc., ieri Forza Italia, An, Ds, Margherita, oggi Pdl, Pd, Udc. Poco cambia. Spesso i riferimenti erano e sono “personali”. E spesso le cooperative (più o meno sempre le stesse, dal 1988, primo anno dei servizi sociali a Messina, ad oggi) sono state “ingrossate” da infornate da assunzioni segnalate da questo o quel sindaco, da questo o quel deputato, e via dicendo. Il clientelismo politico (ma anche sindacale) come fine ultimo, non certo il “servizio sociale” alla persona. Una grand torta, dunque, che come detto ha fatto gola a tutti, nessuno escluso. Ne è convinto Paolo Saglimbeni, consigliere comunale del gruppo Misto, vicino all’area Corona del Pdl. Ne è convinto e lo sostiene a gran voce proprio a pochi giorni dalla pubblicazione dei nuovi bandi (dovrebbero essere pronti a fine mese): «Tutti, destra-sinistra-centro, forze politiche e sindacali hanno partecipato alla gestione clientelare del settore funzionale alla crescita del consenso elettorale».
Secondo Saglimbeni, però, «c’è da fare un distinguo tra la prima Repubblica che crea i guasti, in chiara violazione di leggi e delle più elementari norme di buona amministrazione, inventandosi le cooperative sociali, unica fattispecie societaria legittimata dalla legge ad erogare servizi sociali, e i loro soci/dipendenti, che inizialmente sono tutti “segnalati” sforniti persino delle qualifiche richieste, e la seconda Repubblica che, invece recupera molto sul piano della qualità dei servizi erogati e della legalità, ma non sul piano della economicità e della correttezza amministrativa». Un salto in avanti il cui merito, sostiene il consigliere, va riconosicuto proprio alle cooperative che «dovendo fare i conti con una legislazione sempre più attenta alle esigenze di un’utenza sempre più tutelata dal volontariato, specie di matrice cattolica, furono costrette a fare un grande salto di qualità sia professionale, con personale totalmente specializzato a loro spese, che progettuale, spingendosi a gareggiare anche nel nord Italia. Purtroppo però il gioco continuò ad essere condotto dai nuovi referenti politici della seconda Repubblica che impedirono la vera svolta».
Così «le leggi non furono più violate (a meno che non vi siano prove di mancata erogazione dei servizi o di un numero di utenti assistiti inferiore a quanto dichiarato, ecc…) , visto che i lavoratori avevano le qualifiche previste dalla legge e la segnalazione poteva essere liberamente recepita da imprese sociali che, in quanto private,avevano ed hanno piena discrezionalità nelle assunzioni, e visto che i servizi si affidavano non in modo diretto, ma tramite gare che vincevano sempre le stesse coop perché la garanzia della continuità occupazionale e la conoscenza de territorio avvantaggiano le coop locali. Ma si continuò ad amministrare scorrettamente, specie durante l’amministrazione di centrosinistra (anni 2006 – 2007) in cui gli organici furono oltremodo gonfiati “su segnalazione” con l’assicurazione per le coop che le risorse si sarebbero comunque trovate o recuperate con il riconoscimento di debiti fuori bilancio e l’aggravante dell’ipotesi della gestione diretta che strumentalizzò l’aspirazione dei lavoratori al posto pubblico, pur in vigenza del divieto legislativo, spaccò le basi sociali delle coop, dequalificò i servizi erogati».
Una situazione che è andata aggravandosi, arrivando al punto di oggi, in cui «per quanto si sia raschiato il fondo del barile non vi sono risorse sufficienti per garantire la continuità degli attuali livelli occupazionali». La strategia che l’amministrazione Buzzanca, secondo Saglimbeni, dovrebbe adottare, si riassume in quattro punti: «Costituire un tavolo di concertazione coordinato dal Comune con l’associazionismo in rappresentanza dell’utenza (che deve assumere centralità), le organizzazioni sindacali e le centrali cooperativistiche; bloccare gli organici per garantire realmente la continuità occupazionale ai lavoratori attualmente impiegati, sapendo che ulteriori inserimenti rischiano di far crollare il sistema; definire l’ammontare delle risorse necessarie per strutturare bandi di gara in grado di assicurare qualità dei servizi erogati e rispetto dei diritti dei lavoratori, mettendo in conto la compartecipazione del privato sociale anche sugli aspetti finanziari e bocciando definitivamente la gestione diretta (proposta dall’Orsa) vietata dalla legge; trasparenza nell’individuazione degli utenti aventi diritto alla erogazione dei servizi». Un quinto punto lo aggiungiamo noi: per qualcuno sarebbe ora di mettersi a dieta e di rinunciare a qualche fetta di torta. Forse con un sindaco “dietologo”, ci si passi la battuta, potrebbe essere la volta buona.
