Un tuffo nelle cantine romane degli anni'70
Alfonso Santagata 64enne di Foggia, fondatore della Compagnia Katzenmacher, continua a sperimentare utilizzando gli stilemi teatrali degli anni ’70. Di quel periodo fecondo sbocciato nelle cosiddette “cantine romane” (come il Beat ’72 e propagatosi sino al Piscator di Catania) teorizzato e sostenuto da Giuseppe Bartolucci, i cui rappresentanti principali erano i vari Ricci, Vasilicò, Orfeo, Perlini, Margio, Sepe, Nanni, Quartucci, Bene, De Berardinis e di sicuro dimentico altri nomi, di cui adesso tanti sono scomparsi e di altrettanti si sono perdute le tracce. Ecco, vedere adesso le Anime nere di Santagata alla Sala Laudamo, scritto-diretto-interpretato da lui stesso assieme ad un drappello di giovani e meno giovani attori talentuosi, è come ri-tuffarsi in quegli anni, quando con pochi ed essenziali elementi si costruiva la scena, si inventavano i costumi reperiti nei mercatini e si mixava la colonna musicale, vera ossatura dello spettacolo assieme chiaramente alla prova dei protagonisti. Qui all’inizio, sulla scena nuda e nera, vi sono soltanto cinque alti sgabelli lignei, su cui prenderanno posto i vari componenti della riccastra famiglia Belmondo: manca solo il “Papi” Luigi (sempre infoiato quello di Antonio Alveario) che si unirà a loro giungendo su un trabiccolo elettrico a quattro ruote sbraitando in napoletano. La Mami (Rossana Gay) è una baronessa daltonica somigliante a Gloria Swanson di “Viale del tramonto”, mentre gli altri quattro figli, tranne Andrea (una Daria Panettieri canterina) che si tiene in disparte, tendono con mezzi discutibili ad aumentare potere e capitale. Ferdinando (Massimiliano Poli) progetta anfiteatri e palazzoni, Amalia (Chiara Di Stafano) pensa a dei musei per soli single, Calibano (Johnny Lodi) a dei parchi di divertimenti al Sud. Da canto suo Santagata impersona “Paradise”, un artista in sciopero dalla nascita, installatosi in casa di Amalia, buono solo a succhiare da quella famiglia. Anche se tratto liberamente dal romanzo “Di questa vita menzognera” di Giuseppe Montesano, Santagata tende ad attualizzare le trame con allusioni alla nostra situazione politica in cui i facili arricchimenti sono spesso manovrati da mafia e camorra. I protagonisti sono grotteschi, si celano tutti sotto occhiali da sole, interpretano pure dei camerieri che in un fiat imbandiscono una tavola con tanto di candelabro con cinque candele accese al suono di musiche ruffiane. Uno spettacolo ben orchestrato salutato alla fine da calorosi applausi con repliche alla Sala Laudamo sino a questo pomeriggio.
