Straordinaria performance di Alexander Kobrin al Palacultura

Straordinaria performance di Alexander Kobrin al Palacultura

Giovanni Francio

Straordinaria performance di Alexander Kobrin al Palacultura

martedì 05 Marzo 2019 - 10:24

Il concerto di sabato u.s., per la stagione concertistica dell’Accademia Filarmonica, ha visto protagonista un pianista russo, Alexander Kobrin, che ha confermato nella sua performance lo straordinario talento di cui è dotato. Impegnativo il programma proposto, imperniato sul repertorio pianistico ottocentesco, da Beethoven a Brahms, passando per Schumann. Kobrin ha iniziato con la Sonata n. 4 in Mi Bemolle Maggiore, op. 7, di Ludwig Van Beethoven, nei movimenti: Allegro molto e con brio; Scherzo: Allegro; Largo con gran espressione; Rondò: Poco allegretto e grazioso. Si tratta di una sonata giovanile che segna già una svolta nella storia della sonata per pianoforte, per la assoluta libertà di forma, la ricchezza dei temi (talora eccessiva e un po’ verbosa, ma stiamo parlando di un musicista giovanissimo), e la lunghezza della composizione, la più lunga sonata di Beethoven per numero di battute dopo l’op. 106 “Hammerklavier”. Molto interessante Il “Largo” con quella statica fissità, pieno di pause, desolato, che tocca i registri più gravi della tastiera, precursore di composizioni che vedranno la luce molti anni dopo. Davvero eccellente l’interpretazione di Kobrin, che ha esibito una padronanza assoluta della tecnica pianistica, ma soprattutto una notevole personalità nell’interpretazione, riuscendo a dare rilievo ai momenti drammatici e tempestosi di una sonata di natura prevalentemente idilliaca, e conferendo grande intensità al “Largo”. È stata poi la volta di Robert Schumann, con i suoi “Waldszenen” (Scene del bosco) op. 82. È già singolare la collocazione cronologica di questo capolavoro: infatti le composizioni di Schumann per il suo strumento prediletto (il pianoforte) si concentrano nei primi anni della sua produzione artistica (1830-1840) e sono compresi fra i numeri d’opera op.1 – op.23, mentre negli anni successivi il musicista si dedicò alla musica sinfonica. Nel 1848 però Schumann ritorna al suo pianoforte per comporre questa raccolta, che reca il n. d’opera 82, e ci regala un capolavoro della sua maturità stilistica, pur rimanendo intatto quell’animo fanciullesco, poetico, che aveva contraddistinto le sue prime composizioni, in particolare i Kinderszenen, ai quali i Waldszenen possono accostarsi. Si tratta di sette brevi brani, preceduti da un’”Entrata” e seguiti da un “Addio”, ispirati appunto alla natura: “Entrata”, “Cacciatore in agguato”, “Fiori solitari”, “Luogo maledetto”, “Paesaggio gioioso”, “Osteria”, “Uccello profeta”, “Canzone di caccia”, “Addio”. È stato osservato come i brani nei quali è di scena l’uomo, che con la sua stupidità contamina la natura (Cacciatore in agguato”, “Osteria”, “Canzone di caccia”) anche la musica perde (volutamente) in poesia e si fa più popolare e banale, mentre laddove protagonista è la Natura incontaminata, la musica raggiunge vette di altissima poesia, a partire dall’”Entrata”, un modo dolcissimo di introdurci in questo mondo incantato, per proseguire con il desolato “Fiori solitari”, il soave “Paesaggio gioioso” e soprattutto il misterioso e enigmatico “Uccello profeta”, ove la Natura si manifesta in tutta la sua dolcezza ma anche nel suo imperscrutabile mistero. Solo nel “Luogo maledetto” con quell’atmosfera notturna, ricco di dissonanze, la Natura ci appare ambigua e piena di insidie. L’”Addio” dolce e commovente, chiude questa mirabile composizione. Il pianista russo ha saputo cogliere l’intrinseco significato di ognuno dei brani, e la sua interpretazione, intensa e profonda, lo colloca senz’altro tra i migliori interpreti attuali di Schumann; bellissima, in particolare, a mio avviso, l’esecuzione di “Fiori solitari”. La seconda parte è stata dedicata interamente alla Sonata n. 3 op. 5, di Johannes Brahms. Anche questo brano ha una collocazione cronologica particolare nell’ambito della produzione artistica di Brahms: infatti, nonostante il musicista tedesco abbia dedicato gran parte della sua opera al pianoforte – da solista, a quattro mani, nella musica da camera e sinfonica – compose solo tre Sonate per pianoforte, e tutte all’inizio della sua produzione, fra i diciannove e i vent’anni (Op.1, Op.2, Op.5); l’ultima Sonata, eseguita da Kobrin, è senz’altro la più riuscita, e si ha l’impressione che con questo capolavoro Brahms abbia detto tutto nel campo della Sonata, per poi dedicarsi a raccolte di brevi brani, come il suo grande maestro Schumann. Molto lunga, ben cinque movimenti – Allegro maestoso; Andante espressivo; Scherzo: Allegro energico; Intermezzo: Andante molto; Finale: Allegro moderato ma rubato – è una Sonata dalla rigorosa struttura formale, ove emergono continui spunti melodici, ora solenni e drammatici, come l’incipit del primo movimento, che ne costituisce anche il tema principale, ora contemplativi, come lo splendido Andante, dall’atmosfera notturna e romantica, ora molto ritmici, come il travolgente “Scherzo” ove l’influenza di Schumann è evidentissima. Una Sonata “difficile” eseguita senza alcuna esitazione e con grande padronanza da Alexander Kobrin, eccellente nel restituire le varie e complesse sfaccettature di questo brano senza perdere di vista l’unitarietà complessiva. Grande successo di pubblico per un pianista di grandissimo livello, che ci ha regalato un prezioso e raffinatissimo bis: l’ottavo preludio “La Fille aux cheveux de lin” (La fanciulla dai capelli di lino) dal primo volume dei Preludi di Claude Debussy, eseguito con una delicatezza senza pari.

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