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1347: Messina, nell’anno della peste, attaccata dai dèmoni (e come finì…)

Daniele Ferrara

1347: Messina, nell’anno della peste, attaccata dai dèmoni (e come finì…)

domenica 29 Novembre 2020 - 10:19
1347: Messina, nell’anno della peste, attaccata dai dèmoni (e come finì…)

Ecco cosa accadde negli ultimi giorni di novembre a Messina, nel 1347.....

Le giornate si sono fatte buie, il sole sembra sul punto di morire, o forse già non è più vivo e questi ne sono gli ultimi bagliori; è passato infatti il l’1 Novembre, durante il quale molti antichi culti ricordano la morte del dio solare e la caduta nelle tenebre. Ma presto verrà il 21 Dicembre, la notte più nera, il solstizio d’inverno, il Natale, durante il quale la luce e la natura torneranno via via a nuova vita. Tuttavia, questo tempo di “morte”, molte tradizioni lo vedono come il periodo in cui le energie invisibili, anche e soprattutto quelle negative, hanno mano libera.

Le tenebre che precedono il Natale

In certe culture addirittura è il periodo immediatamente precedente al Natale quello in cui le forze occulte si scatenano. Sono famose nelle regioni alpine le sfilate dei Krampus, i dèmoni invernali che il Padre Natale deve domare, e le antiche saghe norrene riferiscono che le attività soprannaturali crescono all’approssimarsi dello Yule (21 Dicembre) toccando il picco in quella notte, per poi decrescere. Parimenti, in Sicilia si crede che gli Spiriti capaci di possedere le persone siano potentissimi nei nove giorni della Novena di Natale e che quindi sia impossibile per i Caporali degli Spiriti – coloro che hanno i poteri per relazionarvisi – contrastarli.

Anche se a molti in Sicilia non piace l’idea (come, ahimè, si dimostra puntualmente ogni 31 Ottobre), il macabro, l’oscuro, sono parti integranti dell’esistenza che vanno affrontate: sono la parte nascosta della luna, l’oscura stanza chiusa, ciò che c’era prima dell’ordine che conosciamo, e bisogna farci i conti ciclicamente.

Prima che venga il gioioso Natale è utile confrontarsi con questi punti oscuri, sebbene in Sicilia questo schema non si perpetui vistosamente; perciò vi racconto un fatto inquietante che avvenne a Messina, proprio in questi giorni novembrini.

La peste nera del 1347

Correva l’anno del Signore 1347: a Settembre, approdarono navi genovesi partite da Caffa; su quei legni viaggiava la peste nera. Messina, primo porto della pars Occidentis a essere toccato dalle navi che trasportavano il morbo, patì l’epidemia in modi ch’è preferibile non descrivere, basti sapere che la disperazione giunse al culmine. Di lì a poco la malattia avrebbe ucciso il duca Giovanni di Randazzo, vero detentore del potere in Sicilia, e poi lo stesso re Ludovico suo nipote, aprendo una situazione di crisi nella politica siciliana interna ed estera.

L’attacco dei cani neri

Era già un tempo particolarmente buio per Messina. All’epoca, la causa scatenante di un male poteva essere ricercata in ragioni di natura occulta: squilibrio negli elementi, punizioni divine, ma soprattutto influsso diabolico. Egli, il Diavolo, è considerato nel Cristianesimo il nemico dell’umanità sin dall’origine, in costante lavorio per distruggere la creatura tanto odiata attraverso conflitti, malattie, privazioni. A volte gli attacchi demoniaci possono svilupparsi secondo disegni inaspettati e terrificanti, come quello che gli fu attribuito nel caso qui narrato.

Era la fine di novembre

Si era alla fine di Novembre, seicentosettantatré anni fa. Mentre imperversava la peste e s’implorava il trasporto di reliquie di Sant’Agata da Catania affinché operassero qualche miracolo, la città di Messina fu assalita da una numerosissima muta di cani: questi avevano un aspetto soprannaturale, fortissimi e ferocissimi e animati da una luce maligna che ne rendeva distorte le fattezze, rivelandone la vera natura. Erano essi demoni malvagi di sembianze canine, o diavoli trasfigurati in forma di cani infernali, già visti in altri tempi e in altri luoghi molte volte nel passato, come cerberi infernali fuoriusciti direttamente dai piani inferi. I cani neri infatti, come se non bastasse la peste, aggredivano le persone ovunque si trovassero, ferendole con le zanne e gli artigli; Messina era letteralmente sotto attacco.

Il grande cane nero

Il popolo messinese, nobili, borghesi e plebei, vedendo che nulla bastava a cacciare questi mostri diabolici, si raccolse nel Duomo di Santa Maria la Nuova, Cattedrale di Messina da pochi secoli; non sapevano più dove rifugiarsi, l’unica speranza loro era che la basilica maggiore della città con le sue reliquie offrisse qualche protezione.

La gente era riunita nel Duomo, terrorizzata; là si piangeva, si pregava, si cercava di trovare conforto nelle parole dei prelati, s’intonavano inni a tutti i santi patroni di Messina, da San Placido alla Madre della Lettera. Nessuno si sarebbe aspettato l’infierirsi della minaccia su di loro in quel luogo e non osavano uscirne.

Fu presa la decisione dall’arcivescovo Raimando de Pezzolis di percorrere la città in processione per liberarla dal male cantando litanie. Ed ecco, proprio quando ci si accingeva a marciare, le porte della cattedrale furono varcate da una creatura venuta dal peggiore degl’incubi: un enorme cane nero, con occhi d’inferno e zanne mortali, ritto su due piedi come un umano e con in pugno una terribile spada.

Con un ringhio lacerante che rimbombò in tutta la cattedrale, il demone sconquassò i cuori di tutti i presenti con il terrore spezzando le loro preghiere, ed essi caddero a terra incapaci di reagire in alcun modo; persino i chierici, dal più alto al più basso, si ritrovarono in preda al panico più tremendo e crollarono. Mai si era udito d’una violazione di spazio sacro da parte di potenze malefiche, né mai più se ne udirà.

L’abominazione procedette ben oltre: il Cane Nero con la spada in mano devastò tutto quanto si trovò davanti, spaccando con la sua spada e con la forza bruta gli arredi del Duomo, e così frantumò vasi argentei, le lampade e i candelabri degli altari.

Forse nessuno dei testimoni, che giacevano come morti, ebbe il coraggio d’osservare il blasfemo spettacolo, giacché si accorsero all’improvviso che i suoni spaventosi erano cessati, e soltanto allora riuscirono piano piano ad alzarsi e guardarsi attorno; l’inviato delle tenebre era scomparso, se n’era andato. Nessuno osò inseguirlo, nemmeno uomini in armi, tanto paralizzante era la loro paura.

Eppure, da quel momento, dopo il finale attacco del comandante dell’Orda, l’infestazione cessò. Cos’era avvenuto?, un contrordine?, un intervento contrario? No: era scaduto il tempo, il tempo dell’oscurità, perché il male termina sempre.

Nei giorni che seguirono, l’interruzione della grande vessazione fu attribuita all’aspersione generale praticata dal francescano Gerardo Oddone, Vescovo di Catania e Patriarca di Antiochia; ma i cani non lasciarono certo un biglietto con inscritta tale motivazione. Pestilenza invece non si fermò, purtroppo: continuò a mietere vittime e si sparse per tutta la Sicilia.

Ma tornerà la luce…

Vi scantastu? Bene, questa non è una storia inventata, anche se sembra uscita da un fantasy. Io l’ho riempita nei punti vuoti, ne ho colorate le tinte e rinfrescate le sostanze interpretandola secondo la mia personale sensibilità e il mio gusto, ma esiste – se volete leggere l’originale – narrata come fatto storico, da Michele da Piazza nella Historia Sicula (autore incerto), lib. I cap. XXVIII, reperibile nella Bibliotheca scriptorum qui res in Sicilia gestas sub Aragonum imperio retulere di Rosario Gregorio.

Il tempo del male ha scadenza

Qualcosa dovette avvenire davvero in Messina in quei giorni; cosa, non lo sappiamo. Questa narrazione potrebbe essere una fantasiosa metafora per rappresentare la sventura; o forse no, e Messina fu davvero attaccata da un’orda di spiriti nefasti. Lasciamo a chi legge di trarre le proprie conclusioni su questo racconto, con una rassicurazione finale: il tempo del male ha sempre una scadenza, e quando finisce, le sue tracce svaniscono.

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