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Anche Nerone era “ciaramiddaru”: curiosità e origini della zampogna

Daniele Ferrara

Anche Nerone era “ciaramiddaru”: curiosità e origini della zampogna

domenica 29 Dicembre 2019 - 08:08
Anche Nerone era “ciaramiddaru”: curiosità e origini della zampogna

Il Natale è il tempo degli zampognari. Cerchiamo di scoprirne le origini

Il Natale in Sicilia è il periodo delle zampogne. Questo strumento tradizionale, che nel corso di quest’ultimo secolo viene sempre di più messo da parte in favore di strumenti in apparenza più eleganti o più versatili, ritorna improvvisamente in auge, poiché è lo strumento pastorale per eccellenza, e questo è tempo di pastori. Così, vediamo girare per le strade gli zampognari che intonano le novene oppure il famoso Tu scendi dalle stelle, talvolta vestiti con tradizionali abiti invernali, diffondendo la magia del Natale

Cosa è la zampogna

La zampogna, in buona sostanza, è un otre ricavato dall’intera pelle d’una pecora con innestate rispettivamente nel collo e nella zampa sinistra canne marine intagliate (fino a cinque, di diverse lunghezze) che emettono il suono e quella più piccola (soffietto) che riceve il fiato, mentre le zampe inferiori sono chiuse. Oggi può essere fabbricata anche con altri materiali, ovviamente.

Il mito e le origini

La si vuole derivata dalla siringa – il flauto con molte canne di diversa lunghezza che tradizionalmente si crede inventato da Pan in persona, il dio ferino delle foreste e degli animali selvatici – le cui molteplici canne melodiche sarebbero state collegate al suddetto otre fungente da camera d’aria.

Ciascuno zampognaro personalizza il proprio strumento, allacciandovi pendagli alle parti terminali delle canne, che sono amuleti e talismani per proteggerlo dal male, talmente importante è considerato.

Come si suona

Lo zampognaro per eseguire i suoi brani abbraccia l’otre, disponendo le canne melodiche sul davanti e ponendo le dita sui fori, e con le labbra stringe l’insufflatore. L’aria viene immessa dunque tramite soffio, si raccoglie all’interno del corpo caprino e mediante la compressione dello stesso causata dalle braccia del suonatore, fuoriesce come suono in una nota fissa attraverso due o tre delle canne (bordone), mentre dalle altre due viene modulato tramite l’uso delle dita che aprono e chiudono i fori, e mediante la continua insufflazione il suono non termina mai fino alla fine dell’esibizione.

Le “ciaramelle”

Della zampogna esistono moltissime varianti, ma non è questa sede per parlarne se non d’alcune: le nostre, che chiamiamo ciaramelle. È la stessa parola che in alcune parti d’Italia indica un antichissimo oboe (altresì la pipita), originariamente calamilla in Latino, dal greco kalamos (“canna”). In Peloritani e Nebrodi un tipo diffuso sono le zampogne a paru (comuni alla Calabria meridionale), ma nel resto dell’isola si trovano perlopiù zampogne a chiave, il cui epicentro è Monreale.

Nerone lo zampognaro…

Una curiosità. Giacché nell’antichità cantare o suonare, così come dedicarsi alla letteratura e allo sport, era ritenuto un segno di grande disciplina e nobiltà, l’imperatore Nerone – uno dei più grandi, senza dubbio – di strumenti ne suonava abbastanza: la lira, il flauto, l’organo e la nostra cara zampogna. Ebbene sì: Nerone era un ciaramillaru! La ciaramella è un nobile strumento.

Uno strumento sacro

Non finisce qui: la zampogna è uno strumento sacro. Al suono della sua musica si può con la mente ritornare al tempo in cui tutti erano pastori, tutti si preoccupavano dei campi e il più ricco era chi più produceva; quando i re avevano i loro greggi e quando anch’essi sedevano sui massi a suonare da soli per le piante e per gli animali. La zampogna è lo strumento sopravvissuto di quel mondo, una reliquia, che nemmeno la prepotente musica moderna è riuscita a eliminare. Il tempo in cui ne odiamo il suono è quello natalizio, quando per l’appunto tutte le cose giungono a ricapitolazione e si rinnovano; e noi possiamo tornare in quell’Età dell’Oro che ogni anno Saturno per breve tempo porta con sé.

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