Al via il Cortile Teatro Festival con script e interpretazione di Enrico Castellani e Valeria Raimondi e musiche di Lorenzo Scuda
MESSINA – Per il 15º del Cortile Teatro Festival di Messina, in serale il 28 luglio presso lo spazio Giardino Corallo, si è aperta l’odierna Rassegna, con direttore artistico Roberto Zorn Bonaventura. In scena “Calcinculo“, con script e interpretazione di Enrico Castellani e Valeria Raimondi e musiche di Lorenzo Scuda, musicista e interprete di Oblivion. La direzione di scena si è attestata a Luca Scotton. Una produzione Babilonia Teatri La Piccionaia, co-produzione Centro di produzione teatrale/Opera Festival Veneto, scene Babilonia Teatri produzione 2018.
Le illusioni non sono più il palinsesto dell’odierna realtà divergente
La performance è stata in uno teatrale/musicale e le canzoni dal vivo, subentrate alle parole, hanno generato un autentico spettacolo/ concerto, ove lo script, recitato e musicato, con melodie canore, è stato espediente per far deflagrare i contesti rappresentati, la loro singolarità e urgenza espressiva, evidenziando al contempo l’inattualità di quanto stava premendo per uscire appena un secondo prima. La musica e le parole non sono state mai allora un riempitivo, hanno espresso al contrario la follia di questo universo con le loro illogicità martellanti, a mitraglietta su sonorità che spaziano dall’indie al reggae, al rock contemporaneo, alla EDM, con valenza pop. Il mondo racchiuso in Oblivion e quello di Babilonia hanno sperimentato una sapiente fusione, attraverso non schemi ma linguaggi sperimentali, di ricerca, contro l’ovvietà, ma anche l’incomunicabilità di un certo teatro che si parla addosso, fa il difficile, frapponendo un muro fra l’Artista e il pubblico, con la quarta parete che è divenuta d’acciaio.
Calcinculo vuole, diversamente, rivolgersi a tutti, con semplicità e efficacia, senza fronzoli, certo colpendo duro sbattendoci in faccia le miserie umane contemporanee, il bisogno incessante di apparire al di là dell’essere, la spasmodica frenesia di un finto posto al sole, costi quel che costi, il terrore dell’ altro, nato dalla propaganda contro il diverso, lo straniero, che porta a rintanarsi nell’isolamento, rifuggendo il contatto, per una esistenza incontaminata, ove l’ incontrarsi è bandito, anestetizzandosi con ciò dal confronto e dalle responsabilità.
La contemporaneità resa con tagliente ironia si colora di accenti dolorosi laddove le contraddizioni e i paradossi della cosiddetta modernità aprono a scenari apocalittici, ove l’umano sfuma inesorabilmente in disumano.
Lo sguardo è irriverente su questo universo in frantumi, di dinosauri sopravvissuti al tramonto della vita che si è fatta sua rappresentazione “tout court”.
Una palpitante prova di immersione nella perturbante realtà, ove siamo divenuti tutti fragili, privi di coraggio e stracolmi di malessere, con gli istanti di felicità fattisi solo chimere nell’inseguire inanemente fantasmi plastificati, intrappolati in luoghi comuni codificati.
Ben venga allora una “mise en scene” come questa, essenziale, rifuggita da ogni ridondante artificio, che:possa generare reazione a questo nulla che avanza, subito nella totale impotenza.
Gli inesauribili registri percorsi nel tentativo di porci a contatto in guisa davvero caustica con il nonsense senza fine ove siamo immersi in una partita di anelito alla autenticità, nel diuturno rincorrere falsi miti, appiattiti e resi un numero soltanto sul palcoscenico dell’esistenza. Il circo di bassa lega ha preso il posto oramai del teatro ove sino poco tempo fa ci esibivamo. Necessita un intervento salvifico per
rimirare l’assenza di senso in cui conduciamo la vita, privi di autocoscienza, con una equazione a ripetere quanto gli altri pongono in essere, per non apparire irregolari ed essere rifiutati. Sbocco ultimo e fil rouge è parso quindi smettere di silenziare la nostra interiorità e dismettere le comode maschere con le quali ci si accomoda a vivere, azioni di certo colme di insidie, ma le uniche possibili per invertire la rotta di una realtà di carta, paradossale, ove per convincersi di esistere davvero si ritiene necessario rappresentarsi incessantemente.
E questa piece fortemente visionaria ha dunque centrato il posizionarsi dell’uomo sull’orlo dell’abisso, della completa irrilevanza, protagonista di uno spettacolo circense di mera parvenza e pura surrealità che non accenna a sbaraccare anche quando le luci si spengono e ci si ritrova faccia a faccia con la propria falsità esistenziale.
Un teatro quindi quale strumento di formazione e reazione, che sulle prime ha annichilito, ma che solo può essere generatore di vera cura. Emozionante questa mise en espace della tossicità odierna, che sarebbe bello di sicuro cancellare tirando lo sciacquone, ma la strada è irta, serve contaminarci, ritrovare la vera essenza, non vedere più il mondo chiusi nel nostro bozzolo, ma viverlo con coraggio. E allora la rappresentazione, a tratti tragicomica, densa di tematiche forti, ha scosso le coscienze degli astanti, condotti per mano entro territori che scottano, ma che devono percorrersi per giungere, forse, ad un approdo di pace con se stessi.
Un rovello da attraversare e gli attori ci hanno compassionevolmente accompagnato,approntando ausilio con questa intime confessioni comuni, scomode verità alle quali si è tolta la sordina, abbattendo per la durata della rappresentazione la parete con umorismo caustico, per farci rispecchiare in questo presente che chiede rielaborazione personale dei vissuti.
“Chapeau”, insomma, e i tanti fruitori della performance, giustamente assurta all’Olimpo del teatro, le hanno tributato convinto plauso non solo nel finale, ma in tanti momenti esilaranti e in uno desolanti, come quello delle passerelle dei cani, non più percepiti nella loro essenza, ma quale mercificazione, da esibire e fare concorrere per accrescere i like dei padroni. Un plauso anche al coro di alpini (con alpina), a chiudere l’accozzaglia che contrassegna queste vite.
Foto di Peppe Contarini

