Che fine ha fatto il caro anticiclone delle Azzorre? - Tempostretto

Che fine ha fatto il caro anticiclone delle Azzorre?

Daniele Ingemi

Che fine ha fatto il caro anticiclone delle Azzorre?

mercoledì 22 Giugno 2022 - 07:01

Ecco perchè negli ultimi anni l'anticiclone africano sta diventando il vero protagonista delle estati mediterranee, soppiattando l'alta pressione delle Azzorre

Sempre più spesso negli ultimi anni le estati che hanno caratterizzato la fascia mediterranea sono state contraddistinte dalla latitanza dell’anticiclone delle Azzorre dal Mediterraneo, la figura barica termoregolatrice per eccellenza. Anche quest’anno, come vuole il trend degli ultimi 15-20 anni, l’alta pressione oceanica invece di distendersi con il proprio bordo orientale verso il mar Mediterraneo centro-occidentale, come avveniva spesso durante le classiche “estati mediterranee” dei decenni scorsi, tende a rimanere relegata in pieno Atlantico, propagandosi con i propri elementi verso le alte latitudini, fino a lambire l’Islanda, le coste più meridionali della Groenlandia e addirittura la Scandinavia, spingendo l’aria calda sub-tropicale marittima fino alle latitudini artiche, con intense ondate di calore che risalgono al di là del Circolo Polare Artico.

Una mappa d’archivio in cui si evidenzia la posizione tipica estiva dell’alta pressione delle Azzorre, con massimi (H) centrati a largo delle coste portoghesi, mentre un cuneo entrava sul Mediterraneo centrale, influenzando il tempo anche sull’Italia

La latitanza dell’azzorriano nel periodo estivo

Recenti studi e osservazioni hanno evidenziato come la latitanza dell’alta pressione delle Azzorre sia dovuta alla formazione di una sorta di “lacuna barica” che viene prontamente colmata dalla risalita dell’opprimente e caldo anticiclone sub-tropicale libico-algerino, o dalla discesa, fino al cuore del Mediterraneo. In pratica, sempre più spesso, nelle ultime estati sul Mediterraneo si viene a creare un’area caratterizzata da valori di pressione media (1015 hPa), livellata su ampissimi spazi, dalla Spagna fino al mar Egeo. Ciò agevola le spinte dell’anticiclone africano verso le latitudini mediterranee, mentre il “collega” azzorriano rimane ben saldo con il proprio baricentro in pieno oceano.

Le famose “onde di Rossby” create dal rallentamento della corrente a getto polare sopra il nord America. Lungo il bordo orientale di queste ondulazioni le masse d’aria si spostano dalle latitudini sub-tropicali fino alla zona polare, portando aria più calda.

L’indebolimento della corrente a getto

Questo sfasamento meteo/climatico, sempre più frequente negli ultimi anni, è indotto da una circolazione più meridiana (distribuita lungo i meridiani), prodotta dal rallentamento della “corrente a getto” lungo le medie e alte latitudini dell’Atlantico settentrionale, durante la stagione estiva. In sostanza la “corrente a getto”, in estate, è sempre meno intenso. Una “corrente a getto” più debole comporta la formazione di onde planetarie (le cosiddette “onde di Rossby”) sempre più grandi e stazionarie.

Tale rallentamento di questa fortissima corrente aerea che domina nell’alta troposfera, a quote superiori ai 10000 metri, per molti climatologi e meteorologi è imputabile al sensibile rialzo delle temperature, su valori nettamente positivi, in sede artica (oltre il Circolo Polare Artico). Il brusco innalzamento delle temperature nella regione artica comporta una fusione anticipata del ghiaccio marino della banchisa, tanto da aprire vasti tratti di acque libere dai ghiacci, come capita sempre più frequentemente nel mare di Barents e in quello di Kara. Il rapido scioglimento e l’arretramento dei ghiacci marini del Polo Nord, come abbiamo già avuto modo di spiegare in precedenti articoli, origina delle pesanti conseguenze che si ripercuotono su scala globale, sino a casa nostra.

Lo schema rappresenta in alto la tipica configurazione barica con una corrente a getto piuttosto forte. Nella parte bassa viene evidenziato il pattern con corrente a getto più debole, che genera grandi ondulazioni (“onde di Rossby”) dove le masse d’aria calda salgono verso il Polo, e quelle fredde scivolano in direzione dei tropici.

L’influenza del brusco riscaldamento dell’Artico

Con la fusione dei blocchi di ghiaccio marino che compongono la banchisa del mar Glaciale Artico (o oceano Artico), le aree soggette al cosiddetto effetto “Albedo” si riducono sensibilmente, causando a sua volta un indebolimento dei contrasti termici fra la regione artica e la fascia temperata delle medie latitudini. Questo progressivo indebolimento dei “gradienti termici” tra le medie e alte latitudini ha come primo risultato un sensibile indebolimento della portata del ramo principale della “corrente a getto polare”, con una sua conseguente ondulazione.

Questo effetto contribuisce a rendere prolungate nel tempo le configurazioni bariche che determinano intense ondate di calore e una persistenza delle anomalie termiche mensili su aree geografiche particolarmente vaste, rendendo i pattern atmosferici molto più stabili nel tempo, anche per settimane o mesi. Ormai è assodato come il notevole riscaldamento dell’Artico in genere ha come prima ripercussione un notevole rallentamento del flusso delle miti correnti occidentali atlantiche che domina lungo le medie latitudini. E senza correnti occidentali particolarmente intense, e con circolazioni atmosferiche lungo i meridiani (da sud verso nord, e viceversa), è chiaro che il Mediterraneo rimane maggiormente esposto alla risalita dal Sahara di masse d’aria molto calde, secche, che accompagnano la risalita del solito anticiclone africano verso le nostre latitudini.

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