Dopo il ciclone Harry: di chi sono i nostri giorni?

Dopo il ciclone Harry: di chi sono i nostri giorni?

Redazione

Dopo il ciclone Harry: di chi sono i nostri giorni?

domenica 01 Febbraio 2026 - 08:59

La riflessione di Salvo Abate sul futuro della Riviera dopo i danni del maltempo

Ciclone Harry. Riceviamo e pubblichiamo una riflessione di Salvo Abate, un ragazzo di Roccalumera. Un invito gentile a reagire, per evitare il tracollo e la scomparsa della Riviera jonica.

Di chi sono i nostri giorni? É una domanda difficile, lo so. È con questo quesito che inizia “La Grazia”, il nuovo film di Paolo Sorrentino, che narra degli ultimi mesi di mandato di un presidente della Repubblica mentre affronta due decisioni cruciali: concedere la grazia ad alcuni detenuti e firmare la legge sull’eutanasia.

Il senso di pavidità

Per rispondere alla domanda iniziale, Mariano De Santis – il protagonista – è costretto a risponderne a un’altra: di chi sono le nostre prigioni? Quale parte di noi abita i nostri recinti? È la parte di noi che non sa scegliere, quella che ha paura di perdere il controllo, di prendere le redini, di non compiacere per timore del giudizio.

La nostra pavidità: è a lei che appartiene la nostra indecisione, che si mescola ai sensi di colpa per tutte le cose rimaste incompiute. Quando De Santis se ne accorge, si libera. E quando si libera, va oltre i recinti e le barriere che si è costruito. Mariano De Santis arriva così a una risposta già insita nella domanda: i nostri giorni ci appartengono. Ci appartengono come ci appartengono la pavidità, il timore di fallire, l’incapacità di scegliere.

Il rapporto con il mare

Ci appartengono gli ostacoli che disponiamo per paura di scavalcarli e ritrovarci in un terreno mai esplorato. Le narrazioni ipocrite che costruiamo per non mostrarci per ciò che siamo, con tutti i nostri desideri e tutte le nostre miserie. Quindi, tra la polvere, mentre raccogliamo quello che il Mare ha deciso di riconsegnarci, questa volta, credo che dovremmo davvero avventurarci nel tentativo di cambiare. Si, siamo affranti, le nostre certezze sono state disintegrate, siamo confusi, ed è umano. Ma con tutti i miei limiti, provando ad osservare questa storia che coinvolge tutti noi, ho stilato qualche punto che penso possa ispirarci ad andare oltre.

Il nostro amato Mare ci ha delusi – ancora una volta, perché non è la prima volta -, non è soltanto sale tra i capelli, calore, gioia e acqua cristallina. Ha anche lui i suoi cambi di umore, è irascibile, e ci ha sbattuti a terra come sassolini. Abbiamo una grande responsabilità, si perché se questa terra è stata indulgente e amorevole con noi fino a poco tempo fa, non vuol dire che lo sarà ancora. Perchè se ci riteniamo una Riviera con una forte leva turistica, abbassare lo sguardo, o fare finta di nulla – di nuovo – ci renderà complici di un disastro, e non protagonisti di quella bellezza che abbiamo usurato e consumato in maniera frugale.

Il rischio di un tracollo

E cosa ulteriore, parlo a chi ha a cuore questa terra: corriamo un rischio molto alto. Non iniziare davvero a farci sentire, non evolvere, significherebbe subire ed assistere ad un totale tracollo economico. Insomma, la nostra Riviera rischia di scomparire, e di diventare solo un flebile ricordo.

Provando ad allargare lo sguardo, tra il 2002 e il 2021, sono andate via dal Mezzogiorno 2,5 milioni di persone. Di queste, 800 mila avevano meno di 35 anni. Entro il 2080 si prevede una perdita di oltre 8 milioni di residenti. Il Mezzogiorno, che è stato a lungo l’area più giovane d’Italia, diventerà la più vecchia.

La realtà quotidiana

E adesso, tornando a restringerci al nostro contesto. La nostra viabilità è impossibile, spostarsi dal punto A al punto B è qualcosa di estenuante. Fermarsi al bar a prendere un caffè, un gelato, sostanzialmente è diventato un lusso, un piacere per pochi. C’è un’aria pandemica, da queste parti ormai si può puntare al passaggio al supermercato, e la vita vera, è altrove, non è più qui. La stagione estiva, un miraggio.

Le nostre abitudini sono destinate a cambiare, ad adagiarsi nell’ennesima distesa di mediocrità. Ok, magari ci sarà una nuova rincorsa alla “ristrutturazione lampo”, ma il Mare si ripresenterà, e sappiamo bene che non conosce compromessi e vie di mezzo (com’è giusto che sia).

Una terra da non spolpare

Quindi, senza una minima visione o accenno di progettualità reale, chi dovrebbe avere il coraggio di investire in questo lembo di terra friabile? Chi dovrebbe avere la presunzione di provare e riprovare a stabilirsi, restare, in un contesto dove il pressapochismo e il rendiconto personale hanno avuto una totale dominanza? Siamo ancora disposti a galleggiare in questo clima di inerzia?

Mi chiamo Salvo, sono un ragazzo siciliano, e personalmente, lavorativamente parlando, la Sicilia non mi dà nulla, faccio marketing da freelance per aziende sparse in tutta la penisola. La Sicilia però mi ha dato tanti ricordi: l’infanzia, il calore, i primi amori, le estati interminabili, la sabbia tra le dita e un mare che ti riempie il cuore. E fa male vedere tutto ciò, fa male vedere tanta indifferenza. Fa male immaginare un’isola così bella, spolpata di tutto il suo essere.

Il momento di agire

Ha un retrogusto amaro pensare che tutto ciò possa diventare solo una culla per chi è meno giovane di noi, affacciato a uno specchio di mare che tanto ha brillato, e che forse potrà riflettere solo una terra povera e usurata dal tempo e dall’attendismo. Quindi, quanto di ciò che siamo è frutto delle nostre scelte? Quanto invece siamo capaci di reagire a ciò che ci viene assegnato, dalle condizioni in cui nasciamo e cresciamo? Forse, direi, che è il momento di fare quel passetto in più, e alzare lo sguardo. Se vogliamo fare il tentativo di rendere questi giorni nostri, il tempo di cambiare non è ieri e nemmeno domani, ma adesso.

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