In scena una sperimentazione su nuove vie teatrali
La diuturna pugna fra anima e corpo in una mise en scène convincente di teatro – canzone.
Musica e teatro sono stati una amalgama e hanno generato vertigini d’assoluto in questa bella prova della Casa di Produzione Cinematografica,Teatrale e Spettacolo Entr’acte portata in scena in prima assoluta il 9 Luglio, in serale, presso il Laboratorio d’Arte di Alfredo Lo Piero, un antro incantato e colorato ove perdersi.
Parole, immagini, sonorità e composizioni canore con
ciascuna componente non più scindibile dal tutto, un unico corpo palpitante per indagare i conflitti dei nostri oggi. E così il teatro è ridivenuto armonia, la casa di tutti, da rimeditare, da ritrovare, partendo dalle gemme delle comuni idee, un teatro che dia vera gioia
facendosi anzi esso stesso distillato puro di gioia e autentica passione. Il trio Anna Maria Mazzaglia Miceli, Francesco De Luca e Alfredo Catarsini (quest’ultimo nella foto) ci hanno donato un prodotto di genuina ricerca, che profuma di umanità per porgerci ausilio e pungolarci con ironia nel doveroso compito di scavare dentro di noi per scovare i punti deboli, le contraddizioni, ciò che ci ossessiona intimamente non consentendoci di divenire ciò che siamo davvero e mettendo la sordina al nostro futuro mentre il presente scorre inconsapevolmente.
Partendo da “Amorfografie” di Giovanni Gulli’ ecco questa originale rappresentazione intrisa di creatività, ideata dalla stessa A.M.Mazzaglia, con A.Catarsini e F. De Luca, con la magistrale direzione dello stesso duo De Luca / Catarsini, al quale si devono anche i testi, unitamente al citato G.Gulli’; anche le musiche e gli arrangiamenti sono riferibili a De Luca e Catarsini, che nei panni di Francy e Edo’ ne sono stati interpreti ed esecutori canori estremamente raffinati. La drammaturgia, visionaria e potente di Anna Maria Mazzaglia Miceli e Alfredo Catarsini ha costituito l’ossatura ben compiuta sulla quale si è innestato il tutto con video editing di indiscussa eccellenza di Ramon Pino.
Ciò detto e per entrare nel vivo della performance – che ha ammaliato i fortunati astanti, che non hanno lesinato ripetuto plauso anche a scena aperta, con ovazione finale – mi soffermerò sul suo senso pregnante, quel rovello primario che agita, o dovrebbe, l’essere creaturale, id est il sempiterno conflitto fra res cogitans e res extensa, fra mente e materia, fra anima e corpo.
Previa creazione di una startup e programmazione di un crowdfunding si è proseguito nella direzione del salvataggio della terra di sicilia, da sempre connotata da resilienza e da generosa propensione all’accoglienza dell’altro, non concepito quale mero turista, frattanto colpita duramente dal ciclone Harry e da danneggiamento profondo delle sue viscere soprattutto in territorio di Niscemi. Certo è facile comprendere che chi si incammina lungo sentieri difficilmente praticati deve pagare pegno, affrontando difficoltà sistemiche, solo per avere osato esplorare spazi altri. E quello che sonda la spiritualità dell’uomo moderno e’ di certo irto di ostacoli e può appellarsi propriamente teatro di immersione,che si fa a tratti di meditazione, provando con convincente esito a mettere insieme ingredienti ad alto tasso adrenalinico, una drammaturgia oscillante fra il poetico, il macchiettistico e il surreale, ben coniugata con canzoni con medesime alternanze di registri e con interessanti correlati video, per scalfire le coscienze ferme, suscitare suggestioni e perché no riflessioni post visione.
Nelle intenzioni degli artisti il progetto è stato concepito in primis quale attrattore di coesione e fonte di buona energia e ciò a partire dai testi inediti costruiti intorno all’idea di base, musicati alla maniera filmica quasi ed eseguiti con maestria ed estro, che hanno dialogato sapientemente con brevi mise en espace inperniate su tipologie della nostra contemporaneità, quali fonti archetipiche come l’amorfo e il non saggio, che indico in via esemplificativa “tout court”, con la necessaria dose di ironia dissacratoria, per indicare la via prescelta, con il fondale evocativo anch’esso del multiverso della settima arte. Non si è fatto volutamente rimando in questa prova performativa alla politica, ma lo sguardo è rimasto concentrato intorno all’interiorità minata da vulnera attuali assai pervicaci, quali l’appiattimento livellante che sta sbriciolando i singolari tratti identitari, l’abuso del virtuale, l’emotività bloccata o connotata da evidenti fragilità, la perenne confusione fra la maschera e il volto, che ha indotto soffocamento delle voci di dentro e dissonanze, capaci di causare malessere profondo e interrompere la naturale interconnessione fra anima e corpo, coscienza e materialità, saggezza e impulsi, generando malattie, senza che si tenda al raggiungimento di un equilibrio né si persegua la via della propria misurata consapevolezza, alla quale questo spettacolo, davvero di sperimentazione incita a volgerci, per stimolare la nostra percezione e ampliarla. Un teatro – carezza, insomma, atto alla cura delle ferite dell’anima, che alla bisogna è altresì in grado di sferzare, per tenderci la mano, quale figura amicale, e riportarci nell’alveo di una esistenza vissuta ad occhi aperti.
La magistrale rappresentazione ha riportato meritorio successo anche presso la Villa taorminese, il ricercato Parco Trevelyan, ove nel prosieguo è stata reiterata.
Chapeau’ allora al citato trio, che ha segnato la prima tappa di un percorso indaginoso, mai volto al melenso e alle ovvietà, che ha avuto quale visibile presupposto la messa in forse delle certezze degli artisti stessi, che si sono consegnati all’interessato e folto uditorio mettendo in bella vista le loro non – certezze, il loro persistente interrogarsi ,con sguardo indulgente e non censorio sulle comuni umane miserie.

