Virtuosa direzione di Paolo Gazzara ed eccellenti interpreti per due parti e un epilogo di "Processo per corruzione"
TINDARI – Prima nazionale di “Processo per corruzione” di Cicerone.
Per il settantesimo compleanno del Tindari Festival per il II anno con direzione artistica di Mario Incudine, titolato “Abumanesimo”, con sottotitolo l’essere. il non essere. il perire, con omaggio alla figura eccelsa di Beniamino Joppolo, e previsione di articolazione in ben sei Sezioni, per Tindari Classica, in scena al Teatro Greco Tindaritano, si è tenuta la eccellente performance, con focus sulle 2 cheactiones delle 7 requisitorie di Cicerone, quale patrocinatore per incarico da parte di 64 citta siciliane dell’accusa di corruzione/ concussione nei confronti di Verre, che aveva appena concluso i tre anni di mandato di governatore in quella provincia, che divennero in seguito opera famosa, nota come In Gaium Verrem.
Una Produzione Peppino Bisagni per “Il Sipario”, con ottimo script e virtuosa direzione di Paolo Gazzara e interpreti eccellenti, a partire da Marco Conti Gallenti nei panni dell’illustre Avvocato della Roma repubblicana, ( pur con qualche perdonabile incespicatura), Maria Scafidi in quelli, maschili, del Pretore Manio Glabrione, Presidente del Tribunale e Samuele Bussoletti in quelli di Quinto Ortensio Ortalo, già Maestro di Cicerone e difensore dell’indifendibile imputato, portato in giudizio dalle città siciliane, quasi al loro completo (fra le quali Tyndaris) con mera esclusione di Messina, Lentini e Siracusa, rappresentate da Marco Tullio Cicerone, che fu anche politico,scrittore e filosofo romano. Degne di pregnanza le indimenticabili parole con le quali nell’incipit il più celebre Avvocato della storia esorta i giudicanti a non deludere il popolo di Roma, e non solo, che reclama rispetto della legalità contro i disonesti delitti, peraltro con incredibili saccheggi di tesori storico – artistici di proprietà quanto pubblica che privata del Governatore della Provincia Siciliana, che aveva condotto una vita lussuosa a spese dei siciliani, riuscendo sempre a uscire indenne dalle malefatte anche attraverso emanazione di editti odiosi ad personam e che con la pecunia cumulata in sesterzi avrebbe potuto garantirsi l’immunità. Sappiamo ahimè del triste esito, molto simile a quello dei processi odierni in cui ,quando non è proprio possibile scagionare e non eccepire in toto responsabilità ai potenti di turno, li si colpiscono con pene irrisorie rispetto ai torti terribili di cui si sono macchiati. E i fotogrammi finali svelano la successiva caduta in disgrazia di Cicerone, tragicamente perito,con decapitazione, nel 43 a,C. ad opera dei sicari di Marco Antonio e la fine, per sua stessa affermazione, benevola, del tiranno Verre, che subito dopo, a Marsiglia pagò per mano degli stessi sgherri, in infinitesima parte soltanto quanto di male ’aveva perpetrato, in prepotenze, soprusi e ruberie.
Tali esiti, ieri come oggi, sono uno schiaffo in faccia al vivere civile e la piece riveste anche, al di là dell’innegabile valore performativo, significanza etico – civile per scuotere le coscienze ferme e perorare vera giustizia, ove la legge sia davvero uguale per tutti, e tale assunto non resti vuota e ipocrita formula.
La rappresentazione ha altresì potuto contare su altri attori magistrali, come il valente Salvatore Celano nel ruolo di uno dei testimoni, attraverso consone riprese video; gli altri personaggi contemplati nelle celeberrime Orazioni hanno ricevuto altresì sapiente espressione.
Ecco allora prendere corpo e voce l’altro testimone, Terenzio di Alycie, reso da Francesco Mastrolembo e i sodali del tiranno Verre, tali Timarchide e Carpinazio, (ove nomen è omen), loschi figuri degnamente interpretati e con forti accenti rispettivamente da Roberto Gaetani e Pippo Gaglio. Degni di citazione anche il mercante Publio
Gavio, con una interessante interpretazione a mezzo video di Antonio Previti, così come Il collezionista Gaio Elio, reso dal bravo Marco Stefano, la principessa di Siria Zaide, Marjam Mahmud, Claudio Di Blasi, alias il Presidente del Senato di Tindarys, Sopatro, ma soprattutto Sebastiano Somma, con apparizione finale di grande impatto attraverso potente video, che in poche battute conclusive ha saputo condensare macchiettisticamente il protagonista assurto al disonore delle cronache, Gaio Verre, l’impunito potente, che solo la morte potrà alfine vincere. Una giornalista del T.G., che annuncia gli accadimenti correlati al famoso storico processo tenutosi il 5 Agosto presso il Foro Romano nell’anno 70 a.C, può allora valere a dare suggello ancor più alla valenza contemporanea di fatti antichi, tragicamente assai somiglianti a quelli della nostra povera contemporaneità.
Anche i costumi di Daniele Greco, caratterizzati da fattura odierna, servono a mettere in luce l’universalità, al di fuori di parametri temporo-spaziali, quantomeno nel nostro Paese, dell’arroganza di taluni al potere, capace di derive talmente cariche di risvolti pesanti da divenire umoristiche, di certo con coloriture nero pece. Da lodare anche il minimalista impianto scenico, riferibile a Silvia Vicari, con la ricostruzione della location del tempo attraverso semplici bassi colonnati bianchi, con sedie, e una bilancia formato gigante, atti a simulare l’ambiente tribunalizio, arricchito e messo in valore da Nicola Baragona con sapiente disegno di luci, così come operato con l’audio, ottimale, da plauso. Ultimo cenno alle appropriate musiche originali, mai sovrastanti il testo, di Francesco Gazzara, al quale si è altresi attestato il sound design.
Una convincente rappresentazione della durata di 2 ore, con breve intervallo, in conclusione, pienamente godibile e meritatamente apprezzata, con ripetuto plauso, dal folto pubblico del Teatro Antico Tindaritano.

