Al Vittorio Emanuele una versione rivisitata convincente grazie a interpreti, regia e potente drammaturgia
MESSINA – “La sorella migliore”, al messinese Vittorio Emanuele, è andata in scena, dal 19 al 21 maggio, la “performance” de qua nel solco della odierna stagione titolata “…e navigar m’è dolce in questo mare”. Una splendida produzione Argot Produzioni in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito.
Una moderna Antigone pervasa da intimo travaglio porta avanti la forza dei giusti
Filippo Gili, autore dello script, una potente drammaturgia eticamente connotata, con messa in scena attoriale di un cast magistrale, ove ha campeggiato Vanessa Scalera con apporto indiscusso degli altri interpreti, da Alessandro Tedeschi, e Aurora Peres a Michela Martini, tutti diretti con maestria da Francesco Frangipani.
Quanto al resto, non può che lodarsi anche la consona scenografia di Francesco Ghisu, ove il colore giallo è stato preponderante negli arredi e nei complementi a supporto, ad eccezione di due divanetti di diverso colore, sempre nei toni, ben armonizzati con la base, dell’aragosta e del marrone. Si è messo al centro il soggiorno di una famiglia, una come tante, ove l’accadimento intercorso anni addietro, causato da un incidente d’auto in cui il figlio e fratello dei protagonisti ha causato la morte di una donna e per questo ha appena finito di scontare otto lunghi anni di carcere. La compagine familiare, per l’occasione riunita, dovrebbe dar corso ai festeggiamenti per il ritorno del figliol prodigo. Vengono però alla luce, poco a poco, criticità, finti malintesi e macigni sottesi celati fino a quel momento. L’intitolazione “La sorella migliore”, come si apprende nella chiusa, fa riferimento proprio all’esser considerata tale quella che mette la sordina ai propri valori etici, appoggiando incondizionatamente il fratello. Mano a mano, dicevo, si viene messi a parte degli ingranaggi che ammorbano anche quella famiglia, così come tante altre, e sono rivelate importanti disfunzioni.
E allora, ecco la madre, al pranzo di famiglia, quello domenicale interminabile, apparire nella sua scarsa rilevanza nel contesto domestico; prima ancora, la sorella buona, quella che ha ricevuto in casa il fratello senza se e senza ma, e l’altra sorella, che, da avvocato, ha seguito la causa
e, dopo la scarcerazione, rivela agli altri congiunti di essere venuta a conoscenza di una particolare notizia dalla cartella clinica della persona investita, che renderebbe più sfumata la colpa del fratello stesso.
Anche il disegno luci si è realizzato nel solco della messa in rilievo dell’ambientazione ove si è frantumato lo specchio della fittizia normalità e sono implose le personalità dei tre figli: nella specie, nello scoppiettante finale, che è divenuto una resa dei conti, con le contraddizioni insite in un gruppo familiare, ove i figli, pur cresciuti sotto l’egida di regole comuni, hanno poi seguito strade diverse…differenti essendo le loro indoli.
Anche i costumi, ben costruiti, di
Eleonora Di Marco, sono riusciti nell’intento di caratterizzare ancora più i quattro personaggi in rappresentazione, così come le musiche riferibili a Roberto Angelini, ad accendere il focus sui frangenti più peculiari della piece.
In conclusione, una mise en scene pervasiva, che ha convinto il folto pubblico che nelle due serate e nella rappresentazione pomeridiana ultima ha affollato il Teatro, tributando meritato plauso a questa performance intorno a tematiche etiche che ha davvero convinto in questi tempi bui ove la pugna che fa arrovellare le coscienze non ha più, ahinoi, diritto di cittadinanza ed è definito migliore chi abdica al diritto di pensare e schierarsi.
Antigone è…distante anni luce, abita un mito da rinverdire con la sua luce di accecante bellezza.
