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“Anna Cappelli”. Monologo di una spiazzante anima spezzata

Tosi Siragusa

“Anna Cappelli”. Monologo di una spiazzante anima spezzata

lunedì 21 Gennaio 2019 - 06:16
Magazzini del Sale
“Anna Cappelli”. Monologo di una spiazzante anima spezzata

Non ci si libera facilmente di Anna, che, per la durata della rappresentazione, tante e tante volte portata in scena da diverse produzioni, ti attraversa come un fulmine, e con i suoi sogni calpestati e la cocente delusione di chi nell’unione affettiva aveva creduto di trovare la felicità, non ti abbandona. Per sfuggire ad una difficile convivenza con un’anziana – tale Rosa Tavernini – che le aveva locato una stanza ammobiliata e dava in pasto pesce bollito ai suoi “puzzolenti” gatti, odiando a sua volta l’odore della pancetta fritta della sua inquilina, Anna, dipendente dell’Amministrazione Comunale di Latina, in un polveroso ambiente perbenista detestato , ove non ha amicizie, trova nella relazione con il ragioniere Tonino Scarpa, scapolo, finalmente la possibilità di condividere un appartamento di dodici stanze, pur se non il matrimonio anelato. Il compagno però, dopo che Anna è riuscita ad allontanare dalla casa l’anziana tata Maria, secondo lei troppo invadente, dà anche a lei il benservito dopo due anni di legame, “come se fosse una cameriera”.

Solo dopo due nottate in bianco a riflettere su come definire al meglio la questione, dopo la violenza subita, Anna mette in opera un macabro delitto, concepito come un atto d’amore estremo, che costerà la vita al malcapitato compagno. Annibale Ruccello, troppo presto (a soli trent’anni) perito in un incidente automobilistico del 1986, ci ha lasciato in dono proprio quell’anno anche quest’opera drammaturgica, oltre ad altre, quali “Week end” e “Ferdinando”, insignite di premi dall’”IDI” (Istituto Dramma Italiano): di “Anna Cappelli” ricordiamo in particolare la messa in scena, particolarmente riuscita, di Anna Marchesini. Questa rappresentazione ai Magazzini del Sale, fra le proposte della odierna composita stagione, è stata interpretata da Silvana Luppino con esilarante resa, e diretta da Christian Maria Parisi, e la coppia artistica ha già dato ottima prova in “Dora in avanti”.

La Anna della Luppino, nell’ottima regia, costituisce proprio rivisitazione del personaggio, reso né quale isterico né tragicamente consapevole, ma risoluto quanto alle azioni nel presente. Le scene, un cubo scenografico, di Osvaldo La Motta, rappresentano il cervello di Anna, pervaso dal desiderio di una casa propria, dopo le sofferenze patite a seguito del suo trasferimento a Latina, acuite dalla notizia che i genitori avevano destinato la sua stanza di ragazza ad una delle sorelle. Anna vive quegli anni 60 come tanti altri, senza progetti, schiava dei meccanismi sociali e suscita compassione nello spettatore, in uno a flebili risate per il grottesco dei contesti. Le musiche sono infine quelle dell’epoca, in sintonia con i gusti dell’autore: “Tous les garcons et le filles” di Francoise Hardy, “Bidi Bodi Bu” di Quartetto Radar, “Come te non c’è nessuno” di Rita Pavone, etc. I suoni sono di Antonino Neri e le luci di Guillermo Laurin, tutti elementi interconnessi al personaggio, per esaltarne la battaglia finale.

Teatro sperimentale quello di Ruccello, innovativo e di ricerca, avant-garde in una parola, ove anche questo personaggio femminile è specchio della decomposizione del sistema sociale e la sua follia è rimedio alla straziante solitudine e tentativo di riprendere in mano la propria esistenza. Un personaggio doppio, figlio di uno sdoppiamento psicologico, questo concepito da Parisi, che ha le colorazioni felici di una indagine introspettiva serrata di origine stanislavskijana. Anne è vittima o carnefice? Vittima, certo, di una certa mentalità borghese di matrice cattolica e carnefice di sé per le sue scelte e azioni.

Nel periodo storico di ambientazione c’erano sì le lotte del 68, la ricerca della parità di diritti e retribuzioni di genere e le normative connesse, ma anche un residuo di conservatorismo; in uno alle innovazioni della figura femminile, in lotta per il riconoscimento dei suoi diritti di essere umano e di lavoratrice, la pubblicità continuava a imperversare, inneggiando alla passata tradizione, e la piece ben esprime tali contraddizioni.

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