Messina, il Marocco e il pugilato nella storia di riscatto e redenzione di Magda Amassafi - Tempostretto

Messina, il Marocco e il pugilato nella storia di riscatto e redenzione di Magda Amassafi

Giuseppe Fontana

Messina, il Marocco e il pugilato nella storia di riscatto e redenzione di Magda Amassafi

domenica 06 Marzo 2022 - 07:23

Le risse, una condanna e la delusione negli occhi dei genitori. Poi la risalita: "La boxe mi ha insegnato la disciplina. Ringrazio chi ha creduto in me"

MESSINA – Una caduta da cui è iniziata una dura risalita. Un’infanzia che si chiude troppo presto. Una vita che picchia duro, ma alla quale restituisci il colpo. La storia di Magda è tutto questo, perché è fatta di delusioni, paure, disciplina e rinascite. Ma anche di sconfitte e di perdite, di lezioni imparate e infine di soddisfazioni, tante e grandi, conquistate col cuore e… con i pugni. All’anagrafe Magda è Majda Amassafi e nel 1995 nasce in Marocco. Tre anni più tardi si trasferisce a Messina ed è qui che trova quella che chiama “casa”. La città la accoglie e la abbraccia, tra l’amarezza dei tonfi che la vita ti pone davanti e la dolcezza di una strada nuova, che incredibilmente le ha posto di fronte trionfi e gioie.

Magda, la tua storia parte da molto lontano

La mia storia inizia da una ragazzina menefreghista e ribelle, che vive in un quartiere poco carino di Messina. Frequentavo la terza media, ma ero sempre con ragazzi più grandi. Un pomeriggio succede che mentre ero a piazza Cairoli nasce una sorta di discussione dopo uno sguardo che mi aveva infastidita. Avevo 14 anni. La discussione è sfociata in una lite abbastanza pesante, ma per me era normale, non pensavo fosse nulla di diverso dal solito. Dopo un paio di giorni, però, al rientro a casa ho trovato i carabinieri. Non capivo lì per lì cosa fosse successo, ma poi in caserma mi è stato detto che ero stata denunciata per quella lite. Ti lascio immaginare la delusione dei miei genitori. La mia è una famiglia molto per bene, io in casa non uscivo mai fuori dalle righe, ero sempre composta. È stato brutto. Ero sconvolta anche io, perché non me l’aspettavo.

E dopo la denuncia, il processo. Com’è andato?

Io non sapevo neanche cosa fossero i processi. Da quel giorno è cambiato tutto. È arrivata la condanna. Per fortuna non avendo fatto una cosa considerata eccessivamente grave non sono stata mandata in una comunità. Ma non studiando e non facendo nulla, il tribunale dei minori decide che avrei dovuto seguire un corso formativo obbligatorio. Mi trovavo male, ero circondata da delinquenti veri, ragazzi che avevano fatto anche cose molto gravi. A parte il corso mi è stato chiesto di indicare uno sport. È stata una scelta immediata: il pugilato. Mi piaceva la parola, non sapevo neanche cosa fosse, sapevo soltanto che si davano pugni. Ovviamente lì per lì sia mia mamma sia l’assistente sociale erano contrari. Mio padre mi sosteneva, ma il ruolo centrale l’ha giocato Santino Smedile, il presidente del Csi.

Ed è qui che entri in contatto con il pugilato, una di quelle cose che ti cambia la vita

Sì, esatto. Santino Smedile dice all’assistente sociale: “Io ci proverei”. Si prende lui la responsabilità e le convince. Mio padre era d’accordo, mia madre si è fidata di Santino. Lui mi indirizza alla palestra di Saro Presti. Facevo pugilato in un corso tenuto da un altro allenatore della palestra. Ero piccolina, minuta, in mezzo ai giganti. Il corso è durato tra i 6 e i 9 mesi. Oltre questo seguivo il corso di formazione e facevo volontariato due volte a settimane. Ma del pugilato mi sono innamorata, non ho mai saltato un solo giorno di palestra. Finisce questo corso ma io continuo a frequentare. E un giorno nell’orario in cui mi allenavo viene proprio Saro Presti. Mi convince e passo al K1. E dopo qualche mese mi dice che avrei dovuto fare il mio primo incontro. Metto così i piedi sul ring per la prima volta il 16 marzo del 2015. Ero molto ansiosa, molto tesa. Ma la cosa più importante per me era che lì c’era mio padre, l’unica persona che credeva in me. È venuto a vedermi nonostante la febbre a 39. Per lui è stato un grande orgoglio. Quella è stata l’ultima volta in cui l’ho visto, perché è venuto a mancare tre giorni dopo. Ma l’ultima immagine che ho di lui è quell’orgoglio negli occhi: gli ho dato una soddisfazione dopo quella delusione del passato.

E lì la tua storia cambia ancora: come?

Per varie vicissitudini familiari e personali, tra cui la perdita anche di mio cognato, mi allontano dalla palestra e dal K1 per mesi. Saro poi mi ha convinta a riprendere, anche per sfogare la rabbia che avevo maturato e mi portavo dentro. Mi sono rimboccata le maniche, ho cominciato a lavorare e contemporaneamente mi allenavo. E lì poi sono ricominciati anche gli incontri, da quelli più piccoli fino all’Enfusion del 2018. Uno dei tornei più importanti al mondo, non potevo crederci, pensavo fosse uno scherzo. E poi aggiungo gli Uta Fight Contest di Cagliari, gli KnokOut di Rimini. Io questa fase la descritto tutto questo con un titolo: dalle strade al palcoscenico. È stato così. E poi ancora incontri, contratti, match a livello nazionale e internazionali. Però poi ho mollato e ho cambiato ancora, iniziando ad allenare i ragazzini. Uno di loro è Kevin Sciuto, il campione italiano, allievo di Saro, di cui siamo orgogliosissimi.

Oggi possiamo dire che sei e ti senti un’altra persona?

Assolutamente sì, il pugilato e il K1 mi hanno cambiata. Sono diventata un’altra persona. Mi spiace che questo sport sia visto solo come uno sport violento, perché non è così. Penso ai genitori con cui spesso parlo e per loro è una pratica fatta soltanto di pugni. La prima cosa che si impara è la disciplina e io ne sono l’esempio vivente. La disciplina è davvero la prima cosa che si insegna in questo sport. Il rispetto per l’avversario e per i sacrifici che tu hai fatto e ha fatto anche lui. Ed è questo che direi a chi ha vissuto a ragazzi e ragazze che sono oggi com’ero io da piccola. Se non riuscite a parlare, a esprimere ed esternare ciò che avete dentro, sfogatelo con lo sport. Nel 2022 ancora oggi manca davvero troppo dialogo. Ci sono tanti ragazzini che si tengono dentro ciò che provano o che li turba, i problemi e la rabbia. Sfogatela così, vi assicuro che imparerete a gestirvi, a conoscervi. Sul ring è diverso, la disciplina è la vera forza, non è fare gli spavaldi o i prepotenti in strada.

La tua storia sembra uscita da un romanzo: che ruolo gioca Messina in tutto questo?

Messina per me è casa. Non c’è altro modo in cui posso descriverla. Non saprei vivere altrove, è casa mia. Mi sento messinese, basta sentire anche l’accento. Qui ho imparato a combattere, sono cresciuta fin da quando avevo 3 anni. Davvero è casa, non c’è modo in cui posso esprimere questo concetto se non così.

Dopo tutto ciò che hai vissuto, qual è il tuo sogno?

La mia è una storia di riscatto e gratitudine, se non fosse per chi ha creduto in me ad oggi non sarei qui a raccontarla. Quindi quello che spero è poter ringraziare quelle persone ovvero il mio maestro Saro, i miei compagni e tutta la famiglia Goldenfighter, Santino e il suo centro sportivo. Mi sento spesso in debito con le persone quando fanno del buono per me e vorrei sempre ripagarle nel migliore del modi. Ecco in questo caso l’unico modo sarebbe quello di riprendere gli allenamenti, ritornare sul ring e perché no, puntare a quel grande obiettivo chiamato Olimpiadi. Questo sarebbe il mio più grande sogno ed il mio ringraziamento nei confronti di chi ha sempre creduto in me.

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