“Non possiamo salvare chi non vuole essere salvato”

“Non possiamo salvare chi non vuole essere salvato”

Autore Esterno

“Non possiamo salvare chi non vuole essere salvato”

domenica 07 Dicembre 2025 - 08:50

La rubrica della psicoterapeuta Francesca Saccà. "Occorre imparare a distinguere tra aiutare e salvare"

di Francesca Saccà, psicoterapeuta

Non possiamo salvare chi non vuole essere salvato. È una legge dolorosa, ma fondamentale da assimilare. E vale in tutte le relazioni affettive.

Eppure moltissime persone si imbarcano in quella che potremmo chiamare “la missione salvifica dell’altro” o anche “sindrome del/la crocerossino/a”.

Ma che cos’è esattamente la missione salvifica?

La missione salvifica è quella posizione interiore in cui una persona si sente, più o meno consapevolmente, responsabile della vita emotiva dell’altro.

Alcune convinzioni tipiche sono: “Senza di me, lui/lei crollerebbe”; “Se lo/la lascio, peggiorerà”; “Se mi impegno, prima o poi cambierà”.

La missione salvifica è molto frequente in relazioni tossiche o sbilanciate, dove uno si carica di responsabilità e sensi di colpa mentre l’altro rimane fermo, passivo e a volte diventa persino svalutante o aggressivo.

Chi desidera salvare spesso si affatica, giustifica, protegge, perdona sempre quando invece l’altro invece non è motivato a cambiare davvero.

In questo modo però il “salvatore” si esaurisce, si svuota, perde contatto con i propri bisogni e l’altro non cresce, non si assume responsabilità, non sviluppa le proprie risorse.

Dietro la missione salvifica si possono nascondere diverse paure o bisogni: – Paura dell’abbandono: “Se non lo/a aiuto, verrò lasciato/a”; – Bisogno di sentirsi indispensabili per l’altro; – Storie familiari in cui da piccoli si è dovuto “salvare” un genitore fragile, depresso, dipendente.

Chi invece si lega ai crocerossini o alle crocerossine ripete sempre i soliti copioni e afferma frasi comuni quali: – “Da domani cambio”; – “È solo un periodo”; – “Quando risolvo questo problema, sarà tutto diverso”. Ma il tempo passa e nulla cambia mai davvero.

La persona che si imbarca nella missione salvifica dell’altro nel tempo comincerà a sentirsi triste, svuotata, sola e potrà sviluppare svariate problematiche psicologiche.

“Impara a distinguere tra aiutare e salvare”

E allora come imparare a smettere di imbarcarsi in missioni salvifiche? In questo articolo desidero fornire alcuni importanti suggerimenti: – Effettua un percorso psicologico al riguardo; – Impara a distinguere tra aiutare e salvare (aiutare significa esserci, sostenere, rispettando i tempi e la volontà dell’altro, salvare significa voler prendere in mano la vita di un altro che non desidera in alcun modo cambiare); – Osserva i fatti, non le promesse; – Rimetti al centro il tuo benessere.

Chi si sente “salvatore” tende a sacrificarsi e questo nel lungo termine non è un comportamento sano.

In conclusione possiamo evidenziare come imbarcarsi nella missione salvifica di un altro alla lunga svuota, logora, intrappola. Prendersi la responsabilità del proprio benessere significa anche riconoscere che amare di certo vuol dire prendersi cura dell’altro ma non vuol dire sacrificarsi fino ad annullarsi, né sostituirsi all’altro nel suo percorso.

A volte l’atto più amorevole, verso sé stessi e verso l’altro, è smettere di volerlo salvare e permettergli/le – se e quando vorrà – di cercare il proprio modo di cambiare. E, nel frattempo, ricollocarsi con coraggio al centro della propria vita.

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