La Finocchiaro (per la quale è partita una petizione affinché rimanga all'Ars) riconfermata come capogruppo al Senato. Il leader regionale Genovese si mette in gioco con le amministrative
La sconfitta brucia e pone molte questioni sul tavolo. Il Pd ha perso anche la sua -roccaforte delle roccaforti-, la Roma che fu di Walter Veltroni e dello stesso Francesco Rutelli, entrambi sonoramente bocciati dal responso delle urne. Una debacle che si aggiunge al -cappotto- delle politiche, e che consegna i -feudi- più importanti del Paese (il Governo, Milano, Roma, la Sicilia e diversi altri comuni, province e regioni) al centrodestra di Berlusconi e company. Inevitabile che a questo punto si pensi alla classica resa dei conti. Che non necessariamente corrisponderà ad una defenestrazione di Veltroni, visto come il destinatario indiretto del -voto contro- della capitale, ma che senza dubbio dovrà portare ad un ripensamento di uomini e metodi all’interno di un Partito democratico che, da quando è nato, non ha mai brillato.
I primi segnali sono già arrivati. Ieri mattina dal Loft, Pierluigi Bersani parlava di «un partito di Bibì e Bibò. Dove le decisioni vengono prese dall’alto. Finiremo per scegliere a Roma anche gli incarichi della sezione di Brisighella». Il riferimento è anche alla decisione da parte di Veltroni di confermare come capigruppo al Senato e alla Camera Anna Finocchiaro e Antonello Soro, seppur dopo un -sondaggio telefonico- svolto con i parlamentari del Pd. Rutelli, invece, individua nella non positiva eredità lasciata da Veltroni al Campidoglio una delle cause della sua sconfitta, ma soprattutto è preoccupato per il voto disgiunto con la Provincia di Roma, che invece è andata al Pd Zingaretti. La voce che gira è che i diessini romani, in particolare i dalemiani, abbiano voluto lanciare un messaggio al leader Veltroni.
E qui si torna al -peccato originale- del Pd, il matrimonio spesso -forzato- tra Margherita e Ds, con il primo partito che in diverse occasioni e regioni ha preso il sopravvento sul secondo. La Sicilia è un esempio chiaro di questo squilibrio: Francantonio Genovese ha trionfato in delle primarie praticamente senza avversari, dove i contendenti più credibili (come Lumia e Latteri) sono stati -stoppati- dalle missive romane del numero due di Veltroni, Dario Franceschini. Non a caso all’indomani del voto siciliano e della disfatta della Finocchiaro in molti hanno puntato il dito contro la segreteria regionale e la scarsa organizzazione territoriale del partito. Genovese è stato voluto da Veltroni, e da Veltroni stesso è stato -premiato- con un seggio alla Camera, logico pensare che un ripensamento sulla leadership di Veltroni a livello nazionale condurrebbe dritti ad un destino analogo a livello regionale. Dove però Genovese mantiene saldo lo scettro, ha mandato a Palermo i deputati che voleva lui con un certosino taglia e cuci che ha premiato, tra i messinesi, i suoi -fidi- Rinaldi, Laccoto e Picciolo e il più allineato dei Ds cittadini, Panarello, ha candidato alla Provincia di Messina non un uomo Ds, come qualcuno inizialmente ipotizzava, ma l’amico imprenditore Paolo Siracusano, e si è riproposto, come logico che fosse, quale candidato a sindaco.
Il voto delle amministrative siciliane, l’ultima chiamata alle urne di questo tour de force elettorale, assume una nuova importanza alla luce del risultato di Roma e delle considerazioni fin qui fatte, e particolare valore avrà il responso di Messina, il capoluogo dove Genovese due anni fa aveva -rotto- il dominio di centrodestra. Perché anche qui in città all’interno del Pd c’è forte malcontento, come dimostrò già all’indomani dell’assemblea provinciale l’addio del segretario comunale dei Ds Marcello Scurria, e il maggiore esponente di questa frangia rimane Antonio Saitta, che ha detto no in maniera preventiva ad una ipotesi di vicesindacatura o di assessorato. Lui che doveva essere il cosindaco, lui che sembrava in procinto di approdare al Senato, lui che doveva guidare la lista -Anna Finocchiaro presidente- alle regionali prima che questa si rilevasse una lista fantasma, alla fine è rimasto fuori dai giochi. Nonostante questo, l’avvocato che sfidò Buzzanca nel 2003 continuerà a sostenere Genovese alle prossime amministrative, con una lista nella quale sta chiamando a raccolta alcuni ex Ds e il gruppo storico di -Vince Messina-, e dalla quale potrebbe partire la -fronda- interna al Pd qualora a giugno le cose non dovessero andare per il verso giusto. Genovese è certo di essere ancora il favorito nella corsa a Palazzo Zanca, forte del suo elettorato fidato e del risultato cittadino delle regionali che, a Messina, gli ha offerto solo conferme. Ma qualora dovesse perdere inevitabilmente si aprirebbe un nuovo fronte nella diatriba interna al partito, facendo tornare alla carica quanti, dopo la sconfitta del 13 e 14 aprile, volevano la testa del segretario regionale.
E a proposito di regionali, in tanti sono delusi dalla scelta della Finocchiaro, sempre più certa, di optare per il Senato rinunciando al ruolo di guida dell’opposizione. Una decisione che conforta chi ha sempre sostenuto che la sua fosse una candidatura -soft-, poco convinta. Per questo c’è chi ha fatto partire una petizione -on-line- sul sito www.firmiamo.it chiamata -Anna Restati Cca-, promossa dagli -Elettori Siciliani di Centro-Sinistra-, nella quale si chiede alla senatrice di rimanere all’Ars. Si legge nella petizione che «abbiamo bisogno di Donne e Uomini forti ed imperterriti nel difendere e migliorare le sorti di questa nostra Sicilia» e che «è proprio ad Anna Finocchiaro che, noi tutti, chiediamo di accettare il seggio che le spetta di diritto all’Ars e di guidare il fronte dell’opposizione a nome anche di tutte quelle forze di Sinistra che ad oggi non sono rappresentate negli organi istituzionali siciliani e nel rispetto degli 866.044 siciliani che hanno creduto in un progetto, sostenendolo con il proprio voto».
