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Quando un ficarrese era Corriere Maggiore di Sicilia

Vittorio Tumeo

Quando un ficarrese era Corriere Maggiore di Sicilia

giovedì 12 Agosto 2021 - 06:58

Il Barone Lancia esercitava l’ufficio nel ‘600

Immaginate di dover spedire una lettera nella Sicilia del XVII secolo. Sebbene la differenza sembrerebbe di primo acchito farsi notare, amministrativamente tra oggi e allora non vi è poi una esagerata differenza: nato pubblico, anche allora il servizio postale fu privatizzato. Ma andiamo per ordine.

Visitando Ficarra, presso il palazzo baronale Milio-Ficarra, l’occhio dei turisti viene accompagnato verso una antica lapide, un tempo lastra sepolcrale di Antonino Lancia, barone di Ficarra. Questi, nel 1663 aveva sposato la gentildonna Vittoria Zapata (o Zappata) De Tassis. “[…] Donna Victoria Zappata et Lanza conjux hunc frigidum lapidem, sed amoris igne calentem, posuit. Anno Domini MDCLXXI”, chi mastica un po’ di latino può leggere su questa lapide. Era Vittoria figlia di Vincenzo Zapata, che all’epoca era concessionario della Regia Correria Siciliana. Dal suocero, il Lancia ereditò ed esercitò in prima persona “l’Ufficio di corriere maggiore di Sicilia e maestro delle poste dell’isola” a Ficarra, dove appunto ha resistito fino ad oggi una reminiscenza nella toponomastica urbana sopravvivendo ai secoli nel toponimo “via Corrieri”.

Un tempo, il servizio postale del Regno di Sicilia era unico e la sua amministrazione, sebbene di matrice pubblica, come è accaduto ai giorni nostri, era stata affidata ai privati. Così la Regia Correria di Sicilia dal 1535 al 1786 passò di mano in mano tra un incessante alternarsi di famiglie nobili nella sua gestione, prima che fosse reintegrata allo Stato con il nome di Poste di Sicilia ed affidata all’Ispettore generale delle Poste. Il vertice, il corriere maggiore, era sempre un membro dell’alta nobiltà. Antonino Lancia riuscì a ricoprire tale incarico, pur non avendo vissuto a lungo.

Una posizione inferiore era quella dei corrieri semplici, cioè i vettori incaricati di recapitare la corrispondenza, che si muovevano a dorso di mulo e talvolta erano malauguratamente vittime di incidenti e disavventure a causa dei cosiddetti “mali passi”, gravi asperità del suolo, e dei pericoli connessi al viaggio in generale, compresi gli assalti dei briganti. A loro volta, i corrieri si classificavano a seconda della qualità della posta che erano chiamati a recapitare. I corrieri ordinari si occupavano di consegnare la posta dei privati, mentre ai c.d. ”corrieri seri”, in tutto cinque (rispettivamente uno per Val di Mazara, Val Demone, Val di Noto, circondario di Palermo, circondario di Messina) spettava il delicato compito di portare a destinazione i dispacci per le autorità del luogo provenienti delle amministrazioni centrali di Palermo e Messina.

La nomina del primo corriere maggiore si deve all’Imperatore e re di Spagna e Sicilia Carlo V d’Asburgo, che nel 1549 “per servizii prestati” scelse don Francesco Zapata. Da quel momento a seguire la famiglia Zapata fece tutto il possibile per tenere saldamente a sé la concessione della Correria, riuscendo ad ottenere una serie di proroghe per continuare ad esercitare l’Ufficio. Nel 1626 donna Vittoria, moglie di Diego Zapata e a sua volta discendente dalla famiglia dei Tasso, impegnata imprenditorialmente nel settore dei servizi postali, pagando 4.400 onze con vincolo di fedecommesso, riuscì ad ottenere dall’allora re Filippo IV di Spagna, che la carica le fosse riconosciuta in eredità e “poscia l’avea recata in dote al padre di Vittoria”. Così da quel momento la famiglia prese il cognome “Zapata de Tassis” ed erede nella carica fu Vincenzo, padre della Vittoria Zapata de Tassis (nipote dell’omonima antenata) moglie di Antonino Lancia barone di Ficarra, che in successione al suocero, ricoprì la carica di corriere maggiore della Regia Correria di Sicilia. In seguito, la concessione del servizio postale fu dai Lancia “come feudo nobile alienata”, e venduta alla famiglia Di Giovanni, quindi agli Alliata di Villafranca in Palermo, fino a quando tornò ad essere, nuovamente, pubblica.

Vittorio Tumeo

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