L'opera non è un omaggio allo scrittore, non è un racconto didascalico, va oltre, è una visione inedita, un dolcissimo e terribile intreccio di relazioni
REGGIO CALABRIA – Amore e Lotta “chi” dei due dice il vero? Quale emozione disvela più di altre la verità? Quali gli ideali per cui lottare se non l’illusione della libertà stessa che forse può esistere solo dentro le pagine di un libro, dietro il rumore di una macchina da scrivere. Una bandiera gettata a terra con forza che a moltissimi tra il pubblico sarà sembrato un gesto violento, al limite della follia. E poi la morte su tutto. La morte che cammina sul palco insieme ai tre protagonisti: un soldato partigiano, uno scrittore, una madre. Tre persone, tre storie, tre movimenti che si spostano sulla scena come fantasmi vivi, come la memoria che diventa carne e ricomincia ad urlare giustizia, ricomincia a raccontare nel ricongiungersi di una madre, di uno scrittore, di un soldato. La morte dentro una famiglia qualsiasi E non è forse la ricerca della libertà qualcosa di simile alla corsa di un folle? L’opera “PPP Amore e lotta – dico il vero” nata dalla penna della scrittrice Katia Colica è un proiettile che si ferma ad un centimetro dal cuore, potenzialmente mortale, ma che decide di lasciarti in vita perché sentire quel dolore è l’unico modo per non dimenticare.
Dolore e simbiosi
Susanna (Maria Milasi) Guido (Andrea Puglisi) e PierPaolo (Americo Melchionda) vivono in una dimensione sospesa e trascinano nella stessa dimensione ipnotica il pubblico capace di lasciarsi andar ad un lunghissimo applauso solo alla fine quando tutto è compiuto, quando l’ultima parola “vera” è detta. L’opera non è un omaggio a Pasolini, non è un racconto didascalico delle sue vicende. L’opera va ben oltre, è una visione inedita; è un dolcissimo e terribile intreccio di relazioni. Una dimensione in cui i personaggi sembrano sdoppiati: terribilmente soli con il loro dolore, simbiotici nel loro ritrovarsi. Una finestra, una scrivania, ancora una volta il numero tre si ripete. Tre luoghi intimi in cui si alternano lo strazio della guerra, la dolcezza dell’estate, il freddo gelido di un novembre. Ancora e ancora tre. La madre, lo scrittore il fratello sapientemente “guidati” dal regista Matteo Tarasco. Regista che non lascia nulla al caso nemmeno il colore dell’ombrello, una perfetta macchia di colore dentro una scenografia sobria, ma efficace.
La fine e l’amore
L’opera raccoglie e articola sofferte riflessioni, ‘cerca’ per tutta la sua durata un senso, un appiglio alla vita che paradossalmente trova nella morte una via per risolversi. Pasolini è al centro della scena e anche stavolta scrive l’intera sceneggiatura. Katia Colica, infatti, compie un esperimento interessante lascia che sia il suo personaggio a scrivere, porta nella finzione la vita reale. Pasolini è uno scrittore e allora che sia lui a scrivere della madre e del fratello, che sia lui a battere sulla macchina da scrivere, che sia lui a scegliere le parole perché lui dice sempre il vero. Al di là di tutte queste considerazioni estetiche e filosofiche ciò che viene fuori, grazie ad una straordinaria interpretazione degli attori, è che ciò che pensiamo e crediamo di sapere della vita della lotta per gli ideali, dell’amore fraterno o materno non è mai tutto, non è mai del tutto vero. Tutti noi viviamo abbandonati in una personale dolente finitezza che cerca costantemente la completezza nell’amore. Forse.
Foto di Antonio Sollazzo
