A distanza di sei anni dalla morte di Papa Wojtyla, le immagini della Basilica e delle strade adiacenti stracolme di persone giunte a Roma per dare l’ultimo saluto a Giovanni Paolo II rimangono indelebili nella mente
Sono trascorsi sei anni da quando in tappeto umano multicolore che si estendeva su Piazza San Pietro,“emergevano” cartelli e striscioni con su impresso un unico accorato appello “Santo Subito”. Accorato, non perché affranto, non perché triste, non perché rassegnato, ma piuttosto espressione di una preghiera detta con il cuore, quel cuore che milioni di fedeli riuniti nel “cuore” della cristianità hanno consegnato a Giovanni Paolo II, Papa indimenticato ed indimenticabile. Punto di riferimento per cristiani e laici, cattolici e non, figura carismatica, a prescindere dal ruolo ricoperto, per tutte le confessioni religiose praticate nel mondo.
A distanza di poche ora dall’inizio della cerimonia di Beatificazione che si terrà a Piazza San Pietro, mi sento finalmente pronta a raccontare tutto quello che non sono mai riuscita ad esprimere, né a voce, né su una pagine bianca, di ritorno da quel viaggio che mi ha permesso di rivolgere l’ultimo saluto al “Papa-uomo”. Un viaggio, un’avventura programmata all’ultimo istante, frutto dell’improvviso ed inspiegabile bisogno di essere lì, a pochi passi da lui. Non per una questione di religiosità, né tantomeno per il desiderio, a volte morboso, di voler assistere ad un evento storico-mediatico. Ad animarmi era solo la necessità, irrefrenabile, di rivolgere un intimo ma condiviso pensiero. Condiviso con quanti, come me, hanno avuto l’opportunità di essere lì. Perché ancora una volta, al cospetto del grande Cupolone, Giovanni Paolo II è riuscito a unire il mondo, (così come sarà anche tra 24 ore). Quello stesso mondo troppo spesso diviso e dilaniato, ma che davanti a lui si è “inchinato” pur rimanendo in piedi.
Non capivo neanch’io bene il motivo di quella esigenza che oggi paragono al “richiamo” naturale che lega un bambino alla propria mamma. A mente fredda però, superata la stanchezza per le oltre 12 ore di fila di trascorse sotto il sole in attesa di poter varcare la soglia dell’imponente Basilica, sono poi riuscita, in parte, a darmi una risposta. Perché Giovanni Paolo II, mi ha, anzi ci ha accompagnato (mi riferisco alle migliaia di persone che come me in quei giorni si sono riunite in San Pietro o hanno pregato da lontano) lungo tutto il percorso delimitato dalle transenne: lui era nel volto di chi mi stava accanto, in quello dei volontari che porgevano bottigliette d’acqua per combattere il primo intenso caldo di primavera, in quello degli operatori sanitari a bordo delle ambulanze intervenuti per dare soccorso ai tanti anziani colti da malore a causa della fatica.
Teologi e funzionari del Tribunale ecclesiastico, in questi anni, hanno ascoltato e raccolto le testimonianze di chi è stato “graziato” o se preferite miracolato per intercessione di Giovanni Paolo II. E’ stato insomma necessario riconoscere il “miracolo” nel senso più stretto del termine. Percorso “obbligato”, dal punto di vista della normativa ecclesiastica, per dare via alla pratica di beatificazione, ma assolutamente superfluo per quanti la santità di Papa Wojtyla, pur se non fisicamente provata, l’hanno vissuta e osservata nel volto dell’Altro. Così come per me è stato quell’indimenticabile 5 aprile 2005. Grazie PapÀ Giovanni Paolo II.
Con amore Elena
