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“Novantadue”, un urlo di rabbia

Domenico Colosi

“Novantadue”, un urlo di rabbia

sabato 23 Aprile 2016 - 09:31
“Novantadue”, un urlo di rabbia

La danza macabra di mafiosi, servizi segreti deviati e alti papaveri delle istituzioni sintetizzata nella parola Trattativa: la vicenda umana di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nell’intenso dramma scritto da Claudio Fava

Paolo Borsellino si slaccia la cintura: carponi si agita sul pavimento, urlando la rabbia per la morte di Giovanni Falcone. In agguato il fantasma di un nuovo attentato, la consapevolezza di un futuro già segnato. La danza macabra di mafiosi, servizi segreti deviati e alti papaveri delle istituzioni sintetizzata nella parola Trattativa: troppo tardi per arrestare la sanguinosa liturgia del crimine, lo champagne scorre a fiumi all’Ucciardone, il tritolo di via D’Amelio consegna la parola fine alla prima fase eroica dell’antimafia. Borsellino muore una volta sola, senza paura.

Quattro anni dopo il debutto, “Novantadue” di Claudio Fava calca ancora i palcoscenici raccogliendo un sentito apprezzamento anche da parte del pubblico del Teatro Vittorio Emanuele: fortunati i popoli privi di eroi, estranei all’immaginario del martirio, apatici verso l’estremo esempio virtuoso. Traditi dal popolo, dai colleghi magistrati e dalle istituzioni, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono gli unici a comprendere la follia della Sicilia, con il pregio di non volerla assolvere: un prete e uno sbirro isolati, facile bersaglio per ogni cecchino. Dalla preparazione del maxiprocesso, chiusi nel carcere dell’Asinara, al fallito attentato dell’Addaura, con un’emarginazione che equivale ad un presagio di morte reso scanzonato dall’attitudine tutta siciliana di far coagulare la luce con il lutto, la battuta con l’invettiva. Tutto inutile, probabilmente.

Si sottrae dai patetismi un Claudio Fava inconsuetamente misurato: una scrittura rapida, pochi tocchi per dipingere la grottesca commistione tra mafia, ragion di Stato, donchisciottismi e crudeltà. Brillante la prova dei tre attori in scena, un magistrale Filippo Dini (Giovanni Falcone) con Giovanni Moschella (Paolo Borsellino) e Pierluigi Corallo (impegnato nei ruoli di pentito, attentatore, carcerato e consigliere istruttore del Tribunale di Palermo): toccate le corde giuste per stimolare la pietà umana, mentre si allontanano sullo sfondo i fantasmi del bozzetto agiografico, della preghiera piagnucolosa. Ad inseguire la vorticosa spirale di tensione imbastita da Fava, l’allestimento di Marcello Cotugno, con un lento lavoro di sottrazione degli oggetti in scena compensato da imprevedibili effetti di luce volti a suggerire quella violenza confinata fuori dal palcoscenico.

L’agenda rossa di Borsellino occultata dalle abili mani di un ignoto: unica possibile chiusura dello spettacolo che Fava corregge con la toccante lettera scritta da Borsellino il 19 luglio del 1992 ad una professoressa di un liceo di Padova. “Oggi mi sono imposto di non lavorare”.

Domenico Colosi

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