Il ritorno di Lucchesini a Messina per uno straordinario concerto

Il ritorno di Lucchesini a Messina per uno straordinario concerto

Giovanni Francio

Il ritorno di Lucchesini a Messina per uno straordinario concerto

lunedì 09 Febbraio 2026 - 13:07

Omaggio a Maria Tipo. Dopo moltissimi anni di assenza, sabato scorso, per la stagione musicale dell’Accademia Filarmonica, si è esibito al Palacultura

MESSINA – Dopo moltissimi anni di assenza dalle sale concertistiche della nostra città, sabato scorso, per la stagione musicale dell’Accademia Filarmonica, si è esibito al Palacultura il grande pianista Andrea Lucchesini, in una performance dedicata interamente a Schubert e Chopin.

Il concerto è stato dedicato all’indimenticabile Maria Tipo, una delle più grandi pianiste mai avute in Italia, scomparsa esattamente un anno fa (10 febbraio 2025) e lo stesso Lucchesini, alla fine del concerto, ha voluto ricordarla, con una certa commozione, sottolineando che è stata la sua unica insegnante di pianoforte, fin dall’età di sei anni, e che, oltre ad essere stata una straordinaria concertista, ha dedicato gran parte della sua attività anche all’insegnamento, con risultati straordinari (e Lucchesini ne è la prova vivente).

La prima parte del concerto è stata dedicata ai quattro Improvvisi op. 90, la prima serie di Improvvisi composta da Franz Schubert, (l’altra è l’op. 142).

Anche se non è stato Schubert ad inventare questo genere musicale, è certo che gli Improvvisi, prima semplici brani salottieri, con Schubert assurgono a veri capolavori artistici, che inaugurano il genere di “pezzo breve”, proseguito poi in particolare da Schumann e da Chopin.

Il primo Improvviso, in do minore, “Allegro molto moderato”, è un brano monotematico, ove il tema, dapprima calmo e statico, diviene a poco a poco più mosso, con punte di intensa drammaticità.

Il leggiadro Improvviso n. 2, in mi bemolle maggiore, “Allegro”, forse il più celebre, presenta invece due temi (schema ABA), il primo dei quali imperniato di una leggiadra atmosfera, caratterizzato da una melodia eterea che si sviluppa attraverso un fraseggio rapido e leggero, mentre il tema centrale ha un carattere più drammatico.

Il n. 3, “Andante mosso”, in sol bemolle maggiore, è un nobile canto di indicibile bellezza, che fu trasposto anche in sol maggiore, per renderlo più agevole agli studenti (la tonalità di sol bemolle maggiore è senz’altro più ostica per la presenza di ben 6 bemolli, il che comporta l’esecuzione del brano quasi interamente sui tasti neri), ma solo nella tonalità originale questo capolavoro restituisce tutto il suo incanto: un intimo lied per pianoforte solo, che si fa drammatico nella parte centrale, per poi ripiegarsi in se stesso nel finale, senz’altro una delle pagine più memorabili del compositore austriaco.

Il n. 4, “Allegretto”, in la bemolle maggiore, si basa su degli arpeggi leggiadri eseguiti dalla mano destra, mentre nella parte centrale, il Trio, la musica diventa appassionata e dolente.

Straordinaria l’interpretazione di Lucchesini, che ha saputo restituire l’intensità e l’incanto di questi quattro celebri brani, mettendo in rilievo ogni sfumatura, con una perfetta scelta dei tempi.

La seconda parte ha visto l’esecuzione integrale dei ventiquattro Preludi op. 28di Chopin.

L’intera raccolta fu finita di comporre nell’isola di Maiorca nel 1839, ma i singoli preludi hanno visto la luce in anni diversi. Lo stimolo che accelerò la formazione della raccolta fu dato dal costruttore di pianoforti Camille Pleyel, il quale ebbe l’occasione di ascoltare qualche preludio composto inizialmente e volle acquistare tutta la raccolta proponendosi come editore; Chopin, spinto da necessità, accettò e si premurò così di ultimare la raccolta, nonostante le precarie condizioni di salute.

Si tratta di ventiquattro autentiche gemme, brevi nella loro concezione, a parte il numero 15, probabilmente il più famoso, soprannominato “La goccia d’acqua” per via di una nota ribattuta che persiste in durante tutto il brano, ricordando appunto il cadere della goccia d’acqua.

La raccolta di questi brevi capolavori racchiude nel suo complesso ogni aspetto della poetica musicale di Chopin, da quello triste, mesto e malinconico, come il n. 4 – che ha scandito un momento indimenticabile del film “Cinque pezzi facili” con Jack Nicholson – e il n. 6, a quello drammatico e impetuoso (n. 8, 12, 16 – quest’ultimo definito da Cortot “La course à l’abime” (La corsa verso l’abisso) -, il n. 22, e lo straordinario n. 24), a quello di infinita dolcezza (n. 13, 15 e 17, quest’ultimo il preferito di Mendelssohn, molto simile per ispirazione alle sue “Romanze senza parole”), fino a quello leggero ed etereo (preludi n. 3, 10, 23).

Non mancano i preludi che manifestano un senso di pura gioia, come i n. 5, 11,19, e 21, ma anche quelli ispirati all’occupazione della sua amata Varsavia, come il bellissimo n. 20, mesto e funebre, che, secondo Huneker, in sole tredici battute racchiude la sofferenza di tutto un popolo. Alcuni sembrano anticipare altre epoche musicali, come il n. 2, dalle misteriose dissonanze, che ad alcuni ricorda addirittura Strawinsky.

Già dal primo preludio si manifesta in tutta la sua evidenza il preciso riferimento ai preludi del “Clavicembalo ben temperato” di Johann Sebastian Bach, ma in quel caso ad ogni preludio segue una fuga, mentre le composizioni di Chopin sono pezzi compiuti.

Andrea Lucchesini ha dato una interpretazione intensa di ogni brano di questa meravigliosa raccolta, straordinario, a mio avviso, soprattutto nei Preludi dal carattere impetuoso, ove il pianista ha saputo mettere la sua perfetta tecnica pianistica al servizio di una interpretazione sofferta e coinvolgente.

Dopo il primo bis, una Sonata di Scarlatti (compositore fra i prediletti di Maria Tipo), visti i ripetuti applausi del pubblico, Lucchesini ha bissato nuovamente, regalando al pubblico del Palacultura una raffinata esecuzione del Notturno op. 9 n.2, il più celebre e conosciuto dei Notturni di Chopin.

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