Sarà processato il pentito D'Amico che si autoaccusa di aver consegnato la pistola per il delitto. Cosa sappiamo
Dopo 34 anni si accende una fiammella di verità sull’omicidio di Roberto Amato, il giovane scomparso nel febbraio 1992 e mai più tornato a casa. La famiglia non si è mai arresa ed ora attende giustizia.
Cold case, si apre l’udienza
Il prossimo 23 ottobre il Giudice per l’udienza preliminare di Messina Francesco Torre valuterà infatti l’accusa di omicidio nei confronti del pentito Carmelo D’Amico. L’ex boss di Barcellona si è autoaccusato del delitto, raccontando di aver consegnato a Salvatore “Sam” Di Salvo la pistola calibro 7.65,utilizzata per uccidere Roberto Amato. Il pentito, assistito dall’avvocato Gianluca Currò, ha raccontato che l’iniziativa era di Di Salvo che gli richiese esplicitamente l’arma.
Chi era Roberto Amato
Roberto Amato aveva soltanto 18 anni quando uscì di casa. Era il 12 febbraio 1992. Da quel momento i familiari non ebbero più alcuna sua notizia. Per settimane lo cercarono, angosciati perdendo le speranze 53 giorni dopo, quando il corpo del ragazzo venne ritrovato senza vita nelle campagne di contrada Lando. Roberto aveva la fedina penale immacolata e non aveva mai frequentato ambienti criminali.
34 anni di omertà sul delitto
Da quel momento è iniziata per la famiglia Amato una lunga battaglia alla ricerca della verità e della giustizia, assistita dagli avvocati Ugo Colonna e Nino Aloisio. I carabinieri hanno continuato ad indagare nel corso dei decenni, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, facendo emergere alcuni spunti investigativi utili.
Una famiglia in cerca di verità e giustizia
“La richiesta di rinvio a giudizio rappresenta oggi un momento cruciale. Per chi non ha mai smesso di cercare risposte, questo passaggio rappresenta un segnale importante nel cammino verso la verità. Nel ricordo di un giovane la cui vita venne spezzata troppo presto e per il quale, dopo 34 anni, continua la richiesta di giustizia”, dichiarano il fratello e il padre di Roberto.

