Al Cospecs, il professor Giuseppe Gembillo ha guidato la terza giornata della Scuola di Liberalismo della Fondazione "Luigi Einaudi"
MESSINA – Il rapporto tra passato e futuro, la libertà dell’individuo, il legame tra uomo e natura e il rischio di una società sempre più orientata al controllo e alla ripetizione. Sono stati questi alcuni dei temi al centro della terza giornata della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi, che si è svolta lo scorso 27 ottobre, presso il Cospecs di Messina.
Protagonista dell’incontro è stato il professor Giuseppe Gembillo, filosofo e direttore scientifico della Scuola fino allo scorso anno, che ha accompagnato i corsisti in una riflessione sul volume di Tim Ingold Il futuro alle spalle. Ascesa e caduta della generazione ora.
Ad aprire i lavori è stato il professor Pippo Rao, che ha presentato l’ospite e salutato i partecipanti prima di cedergli la parola. Da quel momento, la lezione si è sviluppata attorno a una domanda fondamentale: che cosa significa vivere nel presente e quale rapporto siamo ancora capaci di mantenere con il passato e con il futuro?
La «generazione ora» e l’illusione di un presente senza radici
Il titolo del libro di Ingold, Ascesa e caduta della generazione ora, ha offerto a Gembillo il punto di partenza per affrontare una delle questioni più significative della contemporaneità. L’espressione «generazione ora», infatti, non rimanda semplicemente ai giovani di oggi, ma a una condizione più ampia, nella quale generazioni diverse, giovani e anziani, sono chiamate a condividere il mondo e a confrontarsi con il continuo mutamento della realtà.
Il riferimento al pensiero di Platone ha permesso di introdurre la natura fuggevole del presente: nel momento stesso in cui viene pronunciato, esso è già diventato passato. Eppure, nella società contemporanea, il futuro tende a essere concepito come qualcosa da pianificare, prevedere e gestire, mentre il passato viene progressivamente trasformato in un archivio di eventi, dati ed esperienze da consultare per orientare ciò che verrà.
È proprio in questa concezione del tempo che si inserisce la riflessione di Ingold, illustrata da Gembillo: il cambiamento generazionale non è una successione di blocchi separati, ma un processo continuo, nel quale esperienze, conoscenze e relazioni si intrecciano senza soluzione di continuità.
L’immagine evocata è quella di un percorso composto da tanti fili che si incontrano e si sovrappongono. Ogni generazione è parte di una trama più ampia, che non comincia e non finisce con il singolo individuo. Il presente, dunque, non può essere compreso prescindendo dal cammino che lo ha preceduto.
La libertà nasce anche dalla consapevolezza delle proprie radici
Nel corso della lezione, il tema della libertà è emerso come una delle chiavi interpretative del libro. Non soltanto libertà in senso politico, ma anche libertà mentale e psicologica: la possibilità di comprendere la propria collocazione nel mondo e di riconoscersi parte di un processo storico, culturale e naturale.
Sentirsi generati da un percorso significa, in questa prospettiva, non essere prigionieri del passato, ma acquisire gli strumenti per interpretarlo e trasformarlo. La memoria non dovrebbe diventare un deposito immobile, né il futuro un semplice risultato di calcoli e previsioni. Entrambi richiedono una partecipazione consapevole al presente.
Da qui anche un invito a contrastare la frenesia del nostro tempo, recuperando il valore della riflessione e della meditazione. La velocità, quando diventa un imperativo assoluto, rischia di sottrarre spazio alla comprensione e di impedire quella rielaborazione critica dell’esperienza da cui può nascere un autentico rinnovamento.
Il messaggio che emerge dal confronto con Ingold è chiaro: siamo figli di un percorso, e riconoscerlo è una condizione essenziale per immaginare possibilità nuove.
Uomo e natura: il rischio di una relazione ridotta al controllo
Un altro passaggio centrale ha riguardato il rapporto tra l’essere umano e la natura. Nella lettura proposta da Gembillo, la modernità ha progressivamente sostituito una relazione fondata sull’interazione con una visione prevalentemente manipolatoria della realtà. La natura viene così considerata sempre più come qualcosa da organizzare, controllare e utilizzare, anziché come un ambiente di cui l’uomo è parte integrante.
Questa trasformazione investe anche il modo in cui il sapere viene trasmesso. Quando un modello culturale si stabilizza e viene riprodotto senza essere sottoposto a revisione, le nuove generazioni rischiano di limitarsi a ripetere ciò che hanno ricevuto, invece di introdurre elementi di autentica innovazione.
È qui che si manifesta una delle contraddizioni evidenziate durante l’incontro: da una parte, la società contemporanea dispone di strumenti scientifici e tecnologici sempre più sofisticati; dall’altra, può andare incontro a un blocco del rinnovamento, quando la conoscenza diventa un meccanismo di riproduzione dell’ordine esistente.
Il riferimento alle discipline STEM — scienza, tecnologia, ingegneria e matematica — ha consentito di ampliare la riflessione sul ruolo dei modelli educativi e culturali. L’orizzonte STEAM, che aggiunge alle discipline scientifiche, tecnologiche e matematiche l’arte, richiama la necessità di un dialogo tra saperi differenti. Un confronto che coinvolge anche la letteratura e le arti, chiamate a interrogare le trasformazioni del rapporto tra soggetto, natura e conoscenza.
Quando la gerarchia prende il posto della relazione
La questione non è soltanto culturale o pedagogica, ma anche etica. Una visione del mondo fondata sul controllo e sulla gerarchia rischia di indebolire il senso della responsabilità individuale, fino a deresponsabilizzare il soggetto, che finisce per considerarsi semplice esecutore di un sistema già definito.
A questa logica si contrappone un’idea della vita come relazione, condivisione e partecipazione. L’essere umano non è un osservatore esterno della realtà, ma ne è parte e contribuisce, attraverso le proprie azioni, alla sua continua trasformazione.
In questa prospettiva, anche il passato assume un significato diverso. Se viene ridotto a un archivio di fatti conclusi e immobilizzati, perde la sua capacità di alimentare il cambiamento. Se, invece, viene riconosciuto come parte viva dell’esperienza, può diventare una risorsa per comprendere il presente e aprire nuove strade verso il futuro.
Il paradosso racchiuso nel titolo del libro si fa così più evidente: il futuro può apparire davanti a noi come una destinazione da programmare, mentre il passato, anziché restare alle nostre spalle, continua a essere parte del nostro orizzonte. È da questo intreccio che prende forma il nostro modo di abitare il tempo.
Rallentare per tornare a innovare
La riflessione conclusiva ha ricondotto i diversi temi a una considerazione sul ritmo delle trasformazioni storiche. Le epoche, nella prospettiva richiamata durante la lezione, attraversano fasi di ascesa e di declino: ciò che in un determinato momento sembra consolidato e definitivo è destinato, prima o poi, a trasformarsi.
Anche la «generazione ora», dunque, non può considerarsi eterna. Il modello che oggi appare dominante è esposto al mutamento e al superamento, come ogni forma storica e culturale.
La sfida consiste allora nel non lasciarsi travolgere dalla corsa verso il futuro, ma nel recuperare il tempo necessario per riflettere, comprendere e costruire relazioni autentiche. Rallentare non significa rinunciare al progresso: significa evitare che la velocità diventi un ostacolo alla consapevolezza e all’innovazione.
La lezione di Gembillo ha offerto ai corsisti l’occasione di interrogarsi su una questione che attraversa la filosofia, la politica, l’educazione e la vita quotidiana: quale futuro è possibile costruire se si recide il legame con il percorso che ci ha condotti fin qui?
Al termine dell’incontro, un applauso ha salutato il professor Gembillo. Il professor Pippo Rao si è quindi congratulato con il relatore e ha dato appuntamento ai corsisti a giovedì 29 ottobre, quando sarà il professor Giovanni Moschella a intervenire sul tema Leonardo Sciascia: L’affaire Moro.
Un nuovo appuntamento che proseguirà il percorso della Scuola di Liberalismo, confermando il valore del confronto culturale come occasione per leggere criticamente il presente e interrogarsi sul futuro.
Fulvio Arena – tirocinante in Giornalismo – Universita’ degli studi di Messina

