Commessi a Messina, un popolo senza diritti, e senza voce

Commessi a Messina, un popolo senza diritti, e senza voce

Commessi a Messina, un popolo senza diritti, e senza voce

lunedì 01 Settembre 2008 - 11:38

Sottovoce, con tono rassegnato, parlano di trattamenti ingiusti, a volte ai limiti della civiltà. Ma davanti ad un ispettore del Lavoro hanno paura. Sono i commessi e le commesse del piccolo commercio. Dipendenti di aziende con meno di 15 operai, che non godono dei diritti dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Girano voci di condizioni di lavoro a dir poco disagiate. Orari lunghissimi, retribuzioni misere, benefici come le ferie e i permessi non concessi. Ma è già difficile accertare tali abusi, figuriamoci sanarli. «Noi le denunce all’Ispettorato del Lavoro le abbiamo fatte – racconta Daniele David, ex segretario provinciale della Nidil Cgil, che si occupa dei precari -, ma i lavoratori sono terrorizzati e davanti all’ispettore mentono. I lavoratori stessi non vogliono aderire al sindacato, comprensibilmente, perché rischiano il licenziamento in ogni momento.»

«La situazione è complicata – ha rincarato Pippo Silvestro, segretario provinciale Filcams Cgil: c’è uno squilibrio tra la domanda e l’offerta di lavoro. Le condizioni vengono accettate, sebbene dure, perché ci sono poche alternative, mentre i datori sanno di poter sostituire il lavoratore facilmente. Si tratta di un fenomeno economico e sociale. Che riguarda soprattutto le piccole aziende, perché in queste realtà le tutele sindacali sono minori.»

Una soluzione, allora potrebbe essere l’estensione dell’articolo 18 alle piccole aziende? «Una soluzione dovrebbe essere – secondo Silvestro – intanto la creazione di un’economia, nella città e nella provincia, come è stato in passato. Aziende come la Pirelli e la Sanderson avevano il merito di aumentare l’offerta di lavoro, e infatti allora il fenomeno dello sfruttamento era minore.»

Un fenomeno diffuso, su cui si può accendere un riflettore solo di quando in quando, allorché qualcuno decide di parlare. «Eppure – ha spiegato Silvestro – la concertazione di primo livello, gli accordi decentrati, le agevolazioni per l’emersione del lavoro nero potrebbero indurre gli imprenditori a mettere veramente in regola i dipendenti. Invece preferiscono rischiare (si consideri che in certi casi si prospetta il reato di truffa, che è penale). Vuol dire che si sentono protetti, evidentemente.» Pochi i controlli, per giunta con i commessi stessi che fanno ostruzione.

La retribuzione dei commessi, ufficialmente, varia dai 900 ai 1000 euro al mese. Poi, però, c’è chi lavora 12 ore al giorno, c’è chi firma per una cifra e ne percepisce un’altra, c’è chi non usufruisce delle ferie retribuite e dei permessi che gli spetterebbero. La casistica degli abusi è varia. E pensare che se si riuscisse a scoperchiare la pentola, si favorirebbero anche le aziende virtuose, che subiscono una vera e propria concorrenza sleale.

La strada sindacale, quindi, non sembra la più efficace contro lo sfruttamento del lavoro nelle piccole aziende (non solo commerciali). Ci vuole la collaborazione tra il bastone dei controlli e la carota delle agevolazioni alle aziende che vogliono essere in regola. E poi ci vuole un’economia che non metta in ginocchio i giovani, costretti ad accettare qualsiasi offerta pur di lavorare.

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