La riflessione - Alla FIAT di Torino vince il No

La riflessione – Alla FIAT di Torino vince il No

La riflessione – Alla FIAT di Torino vince il No

sabato 15 Gennaio 2011 - 17:08

Crescerà veramente la produttività della fabbrica-simbolo dell'industria metalmeccanica italiana?

A partire da domani, il risultato del referendum di Mirafiori e l’affare Ruby si divideranno le prime pagine dei giornali. Anche di quelli più “seri”, a dimostrazione che è il nostro Paese, da Pachino a Domodossola, a non essere “serio” nel dare analoga rilevanza a vicende di ben diversa importanza.

Pur rispettando tutte le opinioni, tra i due argomenti ci interessa solo il primo, in quanto riteniamo che l’Italia – e noi tutti individualmente, soprattutto al Sud – ne subiremo le conseguenze per molti anni a venire.

Nulla di immediatamente traumatico, s’intende: domani politici e opinion maker plaudiranno alla vittoria del buonsenso, la Marcegaglia tenterà silenziosamente di indirizzare le relazioni industriali verso una maggiore contrapposizione, Bonanni e Angeletti diranno che hanno vinto gli operai e Marchionne assicurerà che i futuri investimenti non saranno dirottati verso la Serbia.

Nei bar di Messina, i soliti bene informati sussurreranno che il manager italo-elvetico-canadese vale ben poco e che loro, al suo posto, avrebbero fatto molto meglio. E ci sarà chi sosterrà che è tutta colpa del Ponte sullo Stretto.

Poi, nei prossimi mesi, inizierà il processo di verifica della produttività degli stabilimenti Fiat italiani e, temiamo, arriveranno le prime delusioni.

Non ha senso affrontare un evento di questa portata da tifosi dell’uno o degli altri: si dovrebbe tentare di analizzarlo con distacco, come si guarda la cartina al tornasole del futuro delle relazioni industriali in Italia.

Se si accetta quest’ottica, va preso atto che è stata la schiacciante maggioranza di Si degli white collars, gli impiegati, a decidere l’esito.

Tra le tute blu, gli operai, il No ha prevalso, seppur di poco.

Allora, poiché il referendum riguardava la ratifica di un accordo finalizzato ad accrescere la produttività, sorge spontanea la domanda: potrà crescere la produttività della fabbrica-simbolo dei metalmeccanici italiani se la maggioranza dei lavoratori non condivide il nuovo accordo?.

Non si tratta di decidere se Marchionne è buono o cattivo e se la FIOM fa bene a insistere nella sua visione classista dei rapporti di fabbrica. Né se la votazione si sia svolta sotto ricatto o quanto hanno pesato le sciocche parole di Berlusconi di pochi giorni fa.

La realtà è che, in un Paese a democrazia liberale, un imprenditore investe il denaro suo e dei suoi azionisti in base a criteri di convenienza economica e non dove fa piacere alla politica o all’opinione pubblica.

Specularmente, è illusorio pensare di costringere con le minacce qualche migliaio di operai a lavorare con rinnovato impegno, soprattutto se subiscono le nuove regole come una prepotenza.

Se è così, ed è così, la nostra impressione è che a Mirafiori, ai fini del raggiungimento di una maggiore produttività, ha vinto il No.

Che Marchionne – e gli azionisti di riferimento della FIAT, famiglia Agnelli inclusa – sia fortemente tentato di trasferire all’estero la produzione era abbastanza evidente, e non solo perché ”nemmeno un euro dei 2 miliardi di utile del gruppo è prodotto in Italia” o perché in Polonia si producano 100 auto per addetto, in Brasile 77,6 e in Italia solo 29,6, ma anche e soprattutto perché è l’intero nostro sistema-Paese a non essere stato in grado di adeguarsi alle nuove dure regole imposte dalla globalizzazione.

Con sistema-Paese si intendono le sue forze politiche, le sue infrastrutture, la sua burocrazia, il suo sistema fiscale, pensionistico, sanitario, creditizio, giudiziario, insomma il modello di società che i suoi stessi cittadini hanno saputo costruire.

Ebbene, moltissimi di questi pezzi di un unico sistema sono ormai molto lontani dai loro omologhi di Germania, Francia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti e compagnia occidentale.

In questo senso, il risultato del referendum di Mirafiori e l’affare Ruby sono due facce della stessa medaglia.

Se fa piacere, si potrà dare la colpa a Berlusconi o ai comunisti della FIOM, a Marchionne o all’influenza del Vaticano, allo Statuto dei lavoratori o alla Gelmini, al Nord, al Sud o a Roma ladrona, ma la realtà non cambia: è il sistema nel suo insieme a non funzionare.

C’è un filo, nemmeno tanto sottile, che unisce il caos della circolazione stradale di Messina, gli scandali della cricca romana, il dissesto idrogeologico di mezza Italia e la contrapposizione tra capitale e lavoro insita nel conflitto Marchionne-FIOM, ed è l’assenza di una visione politica realmente compatibile con le regole di una società di mercato.

Altro che art. 46 della Costituzione – che promuove la partecipazione dei lavoratori agli utili aziendali – o Mitbestimmung alla tedesca: siamo all’età della pietra delle relazioni industriali.

Non sappiamo se sia un bene o un male da un punto di vista etico o religioso – il solo Benedetto XVI ha affrontato seriamente questo tema nell’ultima, trascurata e straordinaria enciclica, la Caritas in Veritate -, ma è certo che un Paese occidentale privo di materie prime non sopravvive se non adegua il suo ritmo di sviluppo, la sua struttura socio-economica e la sua stessa cultura alle regole imposte dalla globalizzazione.

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