Il Programma di sviluppo rurale taglia fuori la città di Messina (con tutti i suoi villaggi) dalla possibilità di ottenere finanziamenti per attività agricole: è classificata come area urbana. Ma al tempo stesso per il 70 per cento è zona a protezione speciale
Districarsi tra le maglie della burocrazia è impresa difficile per qualsiasi italiano. Per un siciliano, poi, l’impresa diventa addirittura titanica. Quasi impossibile se, ad esempio, si è messinesi e si ha l’azzardo di voler aprire un agriturismo nella propria città. Per carità, un agirturismo a piazza Cairoli sarebbe impossibile, ma Messina non è solo il proprio centro, non è solo palazzine e cemento, ci sono anche i villaggi, le colline. Come Giampilieri, ad esempio, vittima, con l’alluvione di due anni fa, più della poca attenzione verso le attività agrarie che dell’abusivismo indicato da qualche “cervellone” come causa principale. Il punto è: le attività agrarie chi le incentiva? Chi aiuta a metterle in atto? Nessuno. Anzi, quella maledetta burocrazia di cui sopra pone solo ostacoli. E crea confusione. Il riferimento normativo da analizzare, in questa occasione, è il Programma di Sviluppo Rurale 2007-2013 della Regione Sicilia, approvato dall’assessorato Agricoltura e Foreste nel dicembre 2009. Il Programma identifica in Sicilia le quattro tipologie di aree rurali: aree urbane, aree rurali ad agricoltura intensiva e specializzata, aree rurali intermedie, aree rurali con problemi complessivi di sviluppo.
Il territorio comunale di Messina, tutto il territorio comunale di Messina, compresi i villaggi collinari, dunque, è considerato “area urbana”. Le aree urbane identificate dal Programma comprendono i tredici Comuni «con una densità media molto elevata, poiché in questi comuni sono compresi quasi tutti i capoluoghi di provincia (sette su nove, con l’esclusione di Enna e Caltanissetta), e alcuni Comuni che gravitano intorno ai centri metropolitani. Quest’area rappresenta il 3 per cento dei Comuni della Regione e occupa quasi il 7 per cento della superficie territoriale; la popolazione residente nel 2005 è pari al 32,7 per cento di quella siciliana. Si registra il più elevato tasso di occupazione (33 per cento), superiore anche al valore medio regionale». Queste le caratteristiche che accomunano i territori individuati come area urbana. La stranezza sta nel fatto che si considerano alla stessa stregua, giusto per fare un esempio, piazza Cairoli e Gesso, il viale San Martino e Salice, viale Giostra e Giampilieri. Realtà completamente diverse, pur se appartenenti allo stesso territorio comunale.
Qual è la conseguenza di tutto ciò? Che Messina (così come gli altri Comuni considerati aree urbane) è tagliata fuori dalla possibilità di accedere ai finanziamenti europei per tutta una serie di “misure”: agriturismo, produzione di energia da fonti rinnovabili, altre forme di diversificazione verso attività non agricole, sostegno alla creazione e allo sviluppo di micro-imprese, incentivazione di attività turistiche (infrastrutture su piccola scala per lo sviluppo di itinerari rurali e servizi per la fruizione degli itinerari rurali), servizi essenziali per l’economia e la popolazione rurale (servizi commerciali rurali, piccoli acquedotti rurali, impianti pubblici per produzione di energia da fonti rinnovabili, infrastrutture info-telematiche), sviluppo e rinnovamento dei villaggi (misura che sarebbe particolarmente importante, diremmo quasi vitale, per i villaggi messinesi), formazione e informazione, acquisizione di competenze e animazione in vista dell’elaborazione e dell’attuazione di strategie di sviluppo locale. Le uniche “speranze” Messina, con una priorità comunque media, la può ottenere solo nei settori delle produzioni vegetali nei comparti dell’olivicolo e del vitivinicolo. Per il resto, nulla di nulla. Una beffa, che il deputato regionale del Pd Franco Rinaldi ha anche sottolineato cou un’interrogazione all’Ars.
La beffa si consuma ancor di più se si pensa che se da un lato il territorio comunale di Messina è “area urbana”, dall’altro è, per il 70 per cento (cioè quasi per intero), Zps, zona a protezione speciale. Ossia tra quelle zone «scelte lungo le rotte di migrazione dell’avifauna, finalizzate al mantenimento ed alla sistemazione di idonei habitat per la conservazione e gestione delle popolazioni di uccelli selvatici migratori». Queste aree sono state individuate dagli Stati membri dell’Unione Europea e assieme alle Zone Speciali di Conservazione costituiscono la Rete Natura 2000. Nelle aree Zps di Messina, come è ormai noto, tutti i piani o progetti che possano avere incidenze significative sui siti e che non siano non direttamente connessi e necessari alla loro gestione devono essere assoggettati alla procedura di Valutazione di Incidenza ambientale. Per il resto, le attività agricole non possono avere sbocco. E allora: che fare in questa città dai due volti?
