I volontari del Comitato d'Iniziativa Antipsichiatrica e dell’associazione Penelope scendono in piazza per illustrare le ragioni della campagna "Il est interdit d'interdire"
I volontari del Comitato d’Iniziativa Antipsichiatrica e dell’associazione Penelope scendono in piazza per illustrare le ragioni della campagna “Il est interdit d’interdire”, promossa da alcuni mesi per difendere il diritto all’autodeterminazione della cittadina giardinese Nadia L. e per scongiurarne l’interdizione legale.
In Piazza San Pancrazio, uno dei posti preferiti di Nadia e da cui
spesso si sollevano dubbi circa il suo diritto di vivere liberamente
la sua vita, sarà allestita una mostra documentale e video che
racconta le storie di Francesco Mastrogiovanni, Andrea Soldi, Elena
Casetto, Massimiliano Malzone, Giuseppe Casu, Stefano Biondo e Michael
Passatempi, vittime involontarie delle buone intenzioni altrui,
costretti a vivere (e a morire) nei “posti giusti” in cui si vorrebbe
forzare Nadia.
Le parole degli organizzatori
“L’iniziativa di interdire la sig.ra Nadia nasce dalla volontà di
piegarne la strenua resistenza al ricovero involontario in una
struttura psichiatrica protetta, individuata appunto come il “posto
giusto” per lei”.
“A niente vale la sua volontà e la sua decisione di vivere stabilmente
da circa tre anni presso il centro di prima accoglienza “La Cura”,
gestito dall’associazione Penelope, che la ospita gratuitamente e
presso la quale la stessa ha eletto il proprio domicilio”.
“Per chi ha promosso il procedimento di interdizione, la comunità di
accoglienza, nonostante la stessa l’abbia scelta, si nutra
regolarmente, si vesta, dorma e trovi assistenza presso di essa, non è
il “posto giusto” per lei. Non lo è soprattutto perché la struttura
riconosce e rivendica il suo diritto di vivere a modo suo, libera e
senza vincoli”.
“Il “posto giusto” per Nadia sarebbe solo quello capace di impedirle di
andarsene in giro, con il sole o con la pioggia, sedersi per terra,
rovistare fra i rifiuti, disturbare la sensibilità (o gli affari)
della ridente cittadina turistica di Giardini Naxos. Il “posto giusto”
dovrebbe avere le porte chiuse, meglio se anche con un cancello. Il
“posto giusto” è quello che per “curarla” della malattia di essere sé
stessa, la sappia rimbambire fino al punto di farle dimenticare chi è
e cosa vuole”.
“I volontari in questi anni si sono sentiti ripetere più volte della
necessità che Nadia sia forzata a cambiar vita e ristretta in luoghi
che sappiano limitarne la libertà di movimento e “curarla” delle sue
scelte di vita non convenzionali. Così hanno scelto di mostrare,
attraverso le esperienze e le storie di chi è stato ristretto e/o
curato in alcuni di questi “posti giusti”, cosa può succedere delle
vite e delle esistenze delle persone che vi vengono ristrette a forza”.
