10 anni fa la tragica alluvione di Giampilieri: oggi siamo davvero più preparati per affrontarla? - Tempo Stretto

10 anni fa la tragica alluvione di Giampilieri: oggi siamo davvero più preparati per affrontarla?

Daniele Ingemi

10 anni fa la tragica alluvione di Giampilieri: oggi siamo davvero più preparati per affrontarla?

martedì 01 Ottobre 2019 - 08:13
10 anni fa la tragica alluvione di Giampilieri: oggi siamo davvero più preparati per affrontarla?

A 10 anni dal tragico evento alluvionale ci sono parecchie lacune da colmare

La città di Messina, assieme a buona parte dei comuni della fascia ionica, a sud dell’area dello Stretto di Messina, è sempre stata un luogo particolarmente avvezzo ai fenomeni alluvionali, con evidenti tracce fin dai tempi antichi. Dal 1500 al 1800 l’area del messinese e la rispettiva fascia ionica sono state colpite da numerosi eventi alluvionali lampo, con tanto di morti e disgrazie ogni qual volta che si verificavano violente manifestazioni temporalesche lungo l’arco peloritano. Dal 1700 al 1800 si contano almeno più di una ventina di gravi alluvioni, alcune delle quali talmente tremende da aver cagionato decine e decine di morti fra le popolazioni dei casali della zona sud della città, in seguito alle imponenti colate di fango dalle colline circostanti.

Le alluvioni che ciclicamente colpiscono il messinese

L’evento alluvionale che 10 anni fa sconvolse la vallata di Giampilieri e l’abitato di Scaletta è uno dei tanti. Spesso le alluvioni che colpiscono la parte sud di Messina e i comuni della costa ionica messinese, da Scaletta Zanclea fino a Giardini Naxos, sono causate da fenomeni precipitativi a sfogo temporalesco, particolarmente “estremi” e “localizzati”, che nel giro di poche ore riescono a scaricare al suolo ingenti quantitativi d’acqua, in qualche caso fino ad oltre i 250-300 mm in meno di 4 ore, come il 1 ottobre 2009. Non è un caso se questi eventi si vanno a localizzare su una singola vallata, tanto da rendere praticamente impossibile sapere in anticipo le aree che saranno direttamente interessate.

Il cumulonembo responsabile dell’alluvione di Giampilieri ripreso dalla zona sud di Messina (foto di Giacomo Rizitano)

Per avere questo tipo di manifestazioni temporalesche bisogna aspettare che si realizzi una determinata “configurazione barica” che mette le basi per l’accensione di una vera e propria “onda temporalesca” sottovento al versante ionico peloritano. Sovente, stando alle statistiche, gli eventi alluvionali che flagellano il messinese avvengono nel periodo autunnale, tra i mesi di settembre, ottobre e novembre, quando le temperature dello Ionio sono ancora abbastanza elevate, punte di +25°C +26°C, da consentire il trasferimento di molta energia alla colonna d’aria sovrastante, sotto forma di calore latente e vapore acqueo (livelli di condensazione elevati fino alle basse quote).

Come si sviluppano questi fenomeni estremi?

Un elemento indispensabile per la genesi di questi fenomeni temporaleschi violenti è legato all’attivazione di un sostenuto flusso sciroccale nei bassi strati, a seguito dell’approfondimento di un vortice depressionario tra le coste tunisine e il Mediterraneo centro-occidentale, che addensa una nubi cumuliforme lungo i versanti orientali dei monti Peloritani per lo “stau” (sbarramento orografico), favorendo la nascita di un tappeto di nubi basse, con base anche sotto i 400 metri, che contribuiscono a dare luogo alle prime precipitazioni lungo la costa ionica e sulle vallate sopravento dei monti Peloritani.

I venti di scirocco (flusso pre-frontale) provenienti dalla costa libica, transitando sopra lo Ionio, particolarmente caldo nei mesi autunnali, si umidificano notevolmente raggiungendo le coste del messinese e l’area dello Stretto di Messina come correnti molto umide e calde (si tratta pur sempre di aria sub-tropicale). L’aria umida incontrando i ripidi pendii dei Peloritani orientali tende a salire bruscamente di quota, raffreddandosi e agevolando la formazione di imponenti addensamenti a sviluppo verticale, del tipo cumuli e cumulonembi, che si sviluppano a ridosso della fascia litoranea, in un contesto di atmosfera molto instabile.

Nella freccia gialla viene indicato il violento temporale “autorigenerante” responsabile dell’alluvione del 1 ottobre ripreso dal canale infrarosso

La configurazione che genera questi eventi

Un altro fattore indispensabile per “l’onda temporalesca peloritana” riguarda la presenza in quota, nella media troposfera (oltre i 5000 m. di altezza), di una corrente particolarmente instabile e fredda da sud-ovest che scorre a gran velocità sopra i crinali della catena peloritana, sovrastando l’aria molto calda e umida messa in moto dai flussi sciroccali in azione negli strati più bassi. Di solito, nelle situazioni ideali, abbiamo venti al suolo da S-SE o SE all’imboccatura sud dello Stretto, molti caldi e umidi, mentre in quota il flusso dei venti tende a disporsi da SO o O-SO, nella media troposfera, oltre i 5000 metri di altezza.

L’immensa quantità di umidità che i venti di scirocco addensano sulla costa ionica, sotto i versanti orientali peloritani, viene in qualche modo smossa da questo potente getto freddo da sud-ovest in quota, determinando così insidiose turbolenze, esaltate dall’aspra orografia del loco.

La moviola satellitare della sera del 1 ottobre 2009. Si nota il grosso temporale esploso improvvisamente lungo l’imboccatura sud dello Stretto spazzato verso est/nord/est dai forti venti occidentali in quota

Quando si verificano queste situazioni vanno a scontrarsi masse d’aria notevolmente diverse fra loro, per temperatura e stato elettrico, da tale scontro si vengono a creare fortissimi moti ascensionali (moti convettivi) a ridosso della dorsale orientale dei Peloritani che favoriscono la formazione e la crescita delle temibili “Celle temporalesche autorigeneranti”, con imponenti nubi a sviluppo verticali capaci di apportare piogge torrenziali, accompagnate da lampi, tuoni e forti raffiche di vento.

Questi sistemi temporaleschi autorigeneranti tendono a rimanere semi-stazionari per diverse ore lungo l’area costiera, tra la costa ionica messinese e la fascia meridionale dello Stretto, specie quando sullo Ionio è presente un flusso sciroccale molto forte, scaricando veri e propri diluvi, rotti solo dalle innumerevoli fulminazioni e dai tuoni fragorosi che l’accompagnano. Alle volte questi eventi precipitativi estremi vengono preceduti da intense sciroccate, specie se in presenza di aree depressionarie profonde (sotto i 1000 hPa) sul Mediterraneo centro-occidentale, tra le Baleari e la Sardegna, accompagnate da mareggiate (onde > 3-4 metri) lungo tutti i litorali ionici del messinese, da Giardini Naxos fino a Capo Scaletta, e sul settore meridionale dello Stretto di Messina.

Le impressionanti fulminazioni che quella sera interessarono l’area dello Stretto

Non per caso le grandi mareggiate da Levante e Scirocco che flagellano l’area ionica sono accompagnate o seguite da intense fasi temporalesche che vedono la rotazione delle correnti dal quadrante occidentale o sud-occidentale. Durante le ultime alluvioni del 25 ottobre 2007 e il triste episodio del 1 Ottobre 2009 è stato osservato che le “celle autorigeneranti”, sorte sottovento ai Peloritani, hanno preso un grosso sviluppo venendo toccate in alta quota da un ramo secondario della “corrente a getto”, di ritorno dalla costa nord-africana. Probabilmente questo avrà pure generato dei fenomeni vorticosi, tipo “funnel” o “trombe marine”, in seno alla massa temporalesca, anche se dalle cronache non risulta alcun tipo di avvistamento causa l’oscurità.

Oggi è possibile prevedere per tempo questi eventi?

Nonostante i tantissimi progressi fatti in campo modellistico ancora oggi i modelli numerici non sono in grado di prevedere il punto esatto nel mare in cui si sviluppa il temporale e dove esso poi andrà a colpire. La meteorologia oggi compie una vera e propria simulazione fisica dell’atmosfera, eseguendo i calcoli delle trasformazioni termiche e dinamiche con l’utilizzo di modelli matematici rigorosi e di equazioni estremamente complesse.

Nonostante ciò, con l’ausilio dei radar e dei satelliti, è possibile seguire in tempo reale l’evoluzione e il movimento di queste perturbazioni. Queste attività possono permettere di individuare, con diverse ore di anticipo (non più di 2-3), i punti dove si potranno creare le maggiori criticità in caso di eventi meteorologici particolarmente avversi. Inoltre in queste situazioni possono essere realizzati vari briefing meteorologici. Oggi, l’assenza di un vero Servizio Meteorologico Regionale e la totale mancanza di una accurata rete pluviometrica lungo i comuni della zona ionica, a forte rischio alluvionale, purtroppo non potrà permettere di poter studiare e monitorare con grande attenzione le dinamiche di questo tipo di perturbazioni circoscritte nell‘area dei Peloritani orientali.

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