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Storia e curiosità della Cripta del Duomo (che non è una cripta…)

Daniele Ferrara

Storia e curiosità della Cripta del Duomo (che non è una cripta…)

mercoledì 10 Giugno 2020 - 08:21

Alla scoperta del sito che, tra l'altro, è candidato all'edizione 2020 dei Luoghi del cuore Fai

L’antico ambiente “sotterraneo” della Cattedrale di Messina desta spesso copiosa attenzione, tuttavia rimane perennemente chiuso e visibile soltanto attraverso fotografie, se si eccettuano poche grandi occasioni. Questo nostro meravigliso sito è candidato a I Luoghi del Cuore del FAI edizione 2020 (qui il link per votare). La popolazione si riferisce insistentemente a essa come “cripta del Duomo”, eppure si può ben rilevare l’assenza degli elementi caratterizzanti d’una cripta.

E’ davvero una cripta?

Abbiamo chiesto al nostro storico Franz Riccobono (parti in corsivo) di rispondere con la sua usuale chiarezza ed esaustività a questo quesito: quella del Duomo è effettivamente una cripta?È bene chiarire che l’ambiente comunemente definito cripta non è in realtà tale. Il termine cripta o meglio critta definisce un ambiente sotterraneo di varia sorte, che serve alla sepoltura e alla custodia di sacre reliquie, specialmente sotto una chiesa. In realtà le reliquie al Duomo di Messina sono ben conservate proprio nell’altare di sinistra, guarda caso dedicato alla Madonna della Lettera, dove vi è una raccolta imponente di sacre reliquie ancora visibili e ammirabili.

Non ci sono sepolture

Il suggestivo ambiente considerato dai più la cripta del Duomo di Messina non presenta, né per il passato è stato, sede di sepolture ancorché importanti, come avviene in altri luoghi, ad esempio nel Duomo di Palermo. A Messina le arche dei personaggi illustri, in particolare i sovrani aragonesi, erano sistemate nell’abside centrale del Duomo. Inoltre l’opportunità di aver fatto degli scavi per la recente sistemazione del sottosuolo ha dimostrato l’assoluta assenza di sepolture nell’ambito della nostra struttura. Pare che nei lavori di sottofondazione realizzati dopo il terremoto del 1908 per rafforzare le sovrastanti strutture absidali e del transetto siano state ritrovati delle ossa dei corpi probabilmente riferibili alla Confraternita dei Drappieri che qui ebbe sede a partire dal 1638. Tra questi inumati pare ci fosse il pittore Antonio Bova, autore dei dipinti nei medaglioni in parte ancor oggi compresi nel fastoso decoro a stucco.

Nel 1638 quando questo spazio ecclesiale diventò sede della Confraternita dei Mercanti e dei Drappieri sotto il titolo di Schiavi di Santa Maria della Sacratissima Lettera, evidentemente l’ambiente non era adibito a sepoltura – e quindi non era una cripta –, perché sarebbe stato dissacrante spostare i corpi inumati.

E’ una chiesa

Dunque era (ed è) proprio una chiesa. Esistono altri casi di chiese sovrapposte l’una all’altra? È un caso ricorrente nel corso del tempo?

Soprattutto riferendosi al periodo medievale sono numerosi gli esempi di costruzioni sovrapposte o che includono strutture più antiche, ma a prescindere da luoghi lontani come Assisi, Gerace o Altomonte, qui a Messina rimane significativo un caso analogo costituto dalla Chiesa di San Giovanni di Malta, dove fino al terremoto del 1908 vi era una chiesa sottostante in parte ancor oggi conservatasi ma inaccessibile, spazio indicato come luogo di uccisione dei protomartiri messinesi Placido e Compagni nel VI secolo, e probabilmente databile allo stesso periodo della cosiddetta cripta del Duomo.

Il Duomo

La nostra Cattedrale ha una stranezza rispetto alle altre chiese più antiche di Messina: a differenza della Chiesa dei Catalani prossima al Duomo e della ben nota Chiesa medievale degli Alemanni – entrambe rivolte con le absidi ai luoghi santi, a Oriente –, il nostro ha un orientamento difforme. Perché?

Questa anomalia potrebbe derivare dal fatto che al momento della costruzione della nuova cattedrale normanna (che guarda caso venne definita Santa Maria “la Nuova”, quasi a sottolineare l’esistenza di una struttura antecedente) che era dedicata all’Assunta, si tenne presente l’impianto precedente, quello appunto della nostra cripta, per cui fu necessario non tenere il medesimo orientamento delle altre chiese. Infatti più autori nel corso dei secoli hanno indicato la nostra cosiddetta cripta come chiesa paleocristiana databile tra il V e il VII secolo dell’era cristiana. Perciò questo luogo di culto ha origini antichissime, possibilmente tardoimperiali.

Rammento pure che sin in epoca imperiale nella stessa zona fosse praticato il culto di Asclepio e Igea – dio della medicina e dea dell’igiene –, come cospicui ritrovamenti (statua di Igea al Museo) e testimonianze dimostrano. Potrebbe esserci un legame tra i precedenti luoghi di culto asclepiadi e la prima basilica cristiana.

Posizione baricentrica

In effetti, così com’è avvenuto nel corso degli ultimi mille anni, la posizione del nostro Duomo è perfettamente baricentrica a quello che fu l’insediamento più antico della città quantomeno a partire da età classica e cioè al centro dell’ansa portuale che costituiva l’approdo privilegiato. Non dobbiamo dimenticare che le acque del porto secondo la tradizione lambivano un tempo l’attuale Chiesa dei Catalani, già Tempio di Nettuno: chi arrivava faceva sùbito una preghiera al dio del mare. E quindi anche il nuovo duomo si veniva a trovare nell’immediatezza degli approdi.

I documenti storici di epoca più recente possono certamente fornire un’ulteriore prova dell’identità di questa chiesa primitiva. Abbiamo queste testimonianze? Fu anch’esso meta di visite da parte dei viaggiatori del Gran Tour?

I racconti di viaggio

In effetti furono numerosi i viaggiatori del Grand Tour che riprodussero nei loro resoconti di viaggio il nostro monumento, in particolare nel 1822 la chiesa viene raffigurata in una raffinata acquatinta inserita nella prestigiosa opera del Forbin (Parigi 1822). Tale immagine fu ripresa da varî autori quali il La Salle (1835), l’Audot (1836), e lo Zuccagni-Orlandini (Firenze 1845). È interessante annotare come questi viaggiatori non indichino come cripta questo luogo ma piuttosto la definiscono in didascalia “chiesa o cappella sotto il Duomo”. In realtà anche strutturalmente la cosiddetta cripta non è un sotterraneo e soprattutto non era un sotterraneo al momento della sua costruzione, ma rimane sottomessa nel corso dei mille e cinquecento anni della sua vita (e così appare oggi) a causa dell’innalzamento del piano di calpestio esterno, avvenuto a seguito di alluvioni e terremoti, così come per la Chiesa dei Catalani che appare oggi anch’essa sottomessa ma che fino al 1908 vedeva la soglia allineata con il normale piano stradale.

Sotto l’aspetto artistico, come si caratterizza la cosiddetta cripta (che cripta non è)?

Intanto è interessante notare come, mentre le colonne che cadenzano l’ambiente distribuite su varie file, sono difformi per tipologia e materiale (scanalate o lisce, in granito o in calcare), vi è una certa omogeneità nei capitelli che appaiono di disegno elementare semplicemente decorati a fogliame su cui poggiano ampî abachi, sproporzionati.

Le colonne sono di materiale di spoglio (cioè provenienti da edifici più antichi, riferibili a epoca greco-romana), ma i capitelli presentano i caratteri tipici dell’arte bizantina e costituiscono un elemento omogeneizzante della struttura così come gli stucchi barocchi. Per quanto riguarda gli stucchi, in realtà purtroppo non abbiamo gli originali ma il rifacimento radicale di questi avvenuto nel 1960 ad opera della ditta Sciarrone, la quale possedeva il negozio e laboratorio Avant D’art in Piazza Fulci, che restaurò pure le arche di San Placido.

La cosa strana di questo ambiente, che già visibilmente non assomiglia a una cripta, è che non ci siano nemmeno gli arredi tipici d’una chiesa: non c’è un altare, non ci sono dipinti, nulla. Come mai?

A parte gli affreschi residuali del Bova, fino a prima del terremoto si conservava un antico quadro della Madonna ed alcuni dipinti del messinese Placido Celi, allievo dello Scilla, nella cappella a sinistra detta “del Crocefisso”, e fino al 1937 veniva segnalato un elegantissimo ciborio in marmo datato al XVI secolo raffigurante una gloria di angeli che cantano il Pange Lingua attorno alle figure del Padreterno e del Figlio; la cosa strana è che questo importante ciborio è oggi esposto nelle sale del nostro Museo, e non si comprende in quale momento e per quale motivo sia pervenuto nell’attuale sete.

C’è molto da fare con questa nostra chiesa paleocristiana: riscoprirne l’identità, conoscerla, amarla. Tutto ciò senza dubbio non può essere fatto senza che venga aperta al pubblico e restituita naturalmente al suo splendore e alla sua funzione originaria. Dobbiamo farci bastare quello che abbiamo, ma questo non significa non ricercarne il miglioramento. Certamente opportuna è l’iniziativa del FAI che auspichiamo porti finalmente alla restituzione di questa importante testimonianza rimasta fino a oggi dimenticata.

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