50 anni senza Lucio Piccolo, ma la sua poesia è immortale - Tempo Stretto

50 anni senza Lucio Piccolo, ma la sua poesia è immortale

Vittorio Tumeo

50 anni senza Lucio Piccolo, ma la sua poesia è immortale

domenica 26 Maggio 2019 - 08:00
50 anni senza Lucio Piccolo, ma la sua poesia è immortale

Il poeta di Calanovella, "scoperto" da Montale sarà ricordato dalla Fondazione Piccolo

Esattamente 50 anni fa, il 26 maggio 1969, moriva Lucio Piccolo di Calanovella, considerato dalla critica letteraria uno dei maggiori poeti del Novecento. Nella ricorrenza, l’illustre aristocratico sarà ricordato a Capo d’Orlando, nel corso di un incontro che si terrà nella villa museo che fu anche la sua casa. La professoressa Maria Grazia Insinga dialogherà con il giornalista Vanni Ronsisvalle autore, nel 1967, del documentario Rai “Il favoloso quotidiano” che fece conoscere al grande pubblico un allora semisconosciuto Lucio Piccolo.

Terzo di tre fratelli, Piccolo era nato a Palermo il 27 ottobre 1901 da Giuseppe e Teresa Mastrogiovanni Filangeri Tasca di Cutò, nobildonna palermitana appartenente ad una delle famiglie più in vista dell’aristocrazia siciliana. Nella residenza di Capo d’Orlando, dove si era trasferito negli anni Trenta con la madre, il fratello Casimiro e la sorella Agata, Lucio visse praticamente isolato, nutrendosi di vastissime letture di poeti antichi e moderni.

La famiglia Piccolo di Calanovella con Lucio bambino al centro (foto archivio Fondazione Piccolo)

Uomo di grande cultura, studia il greco antico, parla correntemente varie lingue e legge testi originali persino in lingua araba. L’avventura letteraria inizia tardi, nel 1954, con 9 Liriche, salutate da Eugenio Montale come una delle espressioni più originali della poesia italiana contemporanea: per Piccolo, la sospirata consacrazione. Da anni infatti il poeta, tra gli esponenti più colti di quell’aristocrazia di gattopardiana memoria ormai al tramonto, inseguiva il suo sogno, ma l’isolamento al quale la sua nobile famiglia si era autorelegata lo aveva tenuto lontano dai salotti letterari che contavano e soprattutto dall’industria culturale.

Fu il cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa, più aperto e rassegnato al nuovo che si stava affermando, ad incoraggiarlo, a spingerlo oltre i ristretti confini della residenza di Capo d’Orlando dove Lucio si era rifugiato, con la famiglia, fin dagli anni Trenta. “Gentilissimo Signore, mi permetto inviarLe qui accluse alcune mie liriche che ho fatto stampare privatamente e che non metterò in circolazione. La ragione per la quale mi rivolgo a Lei è questa: ho avuto occasione di ammirare la di Lei sensibilità e profondità critica e oso sperare che Ella saprà individuare il senso riposto di queste liriche, senso che forse per inesperienza non ho saputo porre in sufficiente rilievo. Nelle mie liriche era mia intenzione di rievocare e fissare un mondo siciliano che si trova adesso sulla soglia della propria scomparsa senza mai avere avuto la ventura di essere fermato da una espressione d’arte”.

“Agata Giovanna, Casimiro e Lucio Piccolo” ritratti in un acquerello dello stesso Casimiro (collezione privata Tumeo)

Montale rimase colpito dall’intensità delle liriche di Piccolo tanto da invitarlo all’ormai mitico convegno di San Pellegrino dove scrittori già affermati del calibro di Ungaretti, Quasimodo, Gatto, Saba, Bassani, Piovene, Vittorini solevano presentare giovani autori. Fu grande la meraviglia, e anche l’imbarazzo, di Montale nello scoprire che il suo “giovane poeta” era un uomo in età matura, cinque anni appena più giovane di lui, che parlava molte lingue e aveva letto “tous les livres”. L’impressione diffusa fu che la vastissima cultura di cui Piccolo era depositario, la conoscenza profonda delle lettere non fosse un fatto acquisito, ma qualcosa di connaturato, ereditato alla nascita. Dopo 9 liriche, che segnarono l’ingresso di Piccolo nel panorama nazionale della poesia, seguì, nel 1956, la pubblicazione per Mondadori della raccolta forse più famosa del poeta siciliano Canti barocchi con prefazione dello stesso Montale, ristampati nel 1960 con Gioco a nascondere, seguiti da Plumelia (Scheiwiller, 1967). Il sostegno di Montale tuttavia non agevolò del tutto i giudizi della critica letteraria fortemente in ritardo, forse ancora oggi, nel cogliere il genio di Piccolo e l’autentico valore della sua poesia, la cui comprensione solo in parte è stata ostacolata dalla preziosità del linguaggio e molto di più, forse, dai pregiudizi verso quella classe sociale siciliana dalla quale Piccolo, come il cugino Tomasi di Lampedusa proveniva, invisa a larghi strati della cultura dominante.

Cartolina inviata da Tomasi di Lampedusa (il Mostro) a Lucio Piccolo (collezione privata Tumeo)

Anche Piccolo dunque, come Tomasi e altri grandi della letteratura, doveva aspettare di passare a miglior vita per la consacrazione definitiva con la pubblicazione postuma dei suoi originali e raffinati versi e prose: La seta, L’esequie della luna, Il raggio verde. Poeta grandissimo, dunque, ma anche personaggio eccentrico, introverso, riservato. Per qualche impietoso critico, persino stravagante. Viveva un po’ fuori dal mondo, soffocato dal senso ineluttabile della fine che stringeva in una spirale di morte la nobiltà siciliana cui apparteneva per nascita. Il vestire trasandato, i buffi pantaloni alla zuava, i capelli sciolti sulla fronte, i baffetti maliziosi facevano del poeta un bohemien, un originale aristocratico fuori dal suo tempo, vissuto in un presente che inutilmente tentava di essere passato. Un’immagine di dandismo alimentata dal singolare cimitero dei cani allestito nel giardino di casa e dalle inquietanti frequentazioni esoteriche. Unico rapporto di Piccolo con la modernità, una rumorosa motocicletta con cui si lasciava andare, travolto da una incontenibile gioia fanciullesca, tra Capo d’Orlando e Ficarra, paese caro al poeta poiché vi aveva rintracciato le nobili origini della propria famiglia.

Il 26 maggio 1969 Lucio Piccolo muore per un infarto. Il suo ultimo pensiero sembra sia stato per l’unico figlio, Giuseppe, nato dalla relazione con Maria Paterniti, una giovane di Ficarra incontrata nella spasmodica ricerca di una donna con la quale dare un erede ai Piccolo di Calanovella. Il suo ultimo pensiero – si racconta – fu per l’unico figlio ed erede, Giuseppe, costretto a raccogliere l’eredità, il peso e l’illusione di sopravvivenza della blasonata famiglia Piccolo di Calanovella all’ineluttabile crepuscolo dei gattopardi. Seguono anni di silenzio, la conoscenza della sua poesia si arresta ai “professionisti” della letteratura, le carte bollate degli avvocati si ammucchiano sui tavoli dei tribunali per questioni ereditarie. Quel senso della fine della famiglia e dell’aristocrazia siciliana che aveva scandito la vita di Lucio e dei suoi fratelli sembrava ormai essersi consumato. Ma i fatti privati della biografia di Lucio Piccolo appartengono alla famiglia. Oggi interessa molto di più la grandezza poetica che richiama l’attenzione sul colpevole ritardo accumulato dalla critica e sulla ormai improcrastinabile necessità di riscoprire la poesia straordinaria dell’aristocratico letterato e collocarla definitivamente nell’Olimpo della cultura italica. E’ inaccettabile che, mentre la Princeton Legacy Library, casa editrice della Princeton University, ripubblichi per gli studenti americani del corso di letteratura italiana, The collected poems of Lucio Piccolo, una raffinata silloge di selezionate liriche in lingua inglese del grande poeta, e in altre università se ne declamano i versi, in Italia gli studi su Piccolo siano fermi a 20 anni fa. Oggi, la custodia del genius loci del nobile casato è la fondazione “Famiglia Piccolo di Calanovella” con sede a Capo d’Orlando. Istituita nel lontano 1972 per volontà testamentaria di Casimiro e Agata Giovanna, la Fondazione gestisce il museo allestito nella splendida residenza che fu della blasonata famiglia e promuove, secondo le previsioni dello statuto, varie attività nel campo dell’arte, della letteratura e degli studi agrari.

Villa Piccolo

Nella villa museo di contrada Vina, è raccolto ed esposto un po’ di tutto: raffinate collezioni d’arte, dipinti, antiche ceramiche, libri, stampe, documenti e persino le lettere autografe di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che qui ebbe modo di scrivere alcune pagine del Gattopardo. Ad attirare l’attenzione sono gli splendidi acquerelli di Casimiro che, accanto alla passione per l’occulto, coltivava anche l’amore per la pittura. Visitare villa Piccolo, significa viaggiare indietro nel tempo, significa scoprire un mondo ormai scomparso che conserva però intatto il fascino delle cose perdute. Pare di vederli ancora, i tre eclettici fratelli, aggirarsi per quelle stanze smarriti nella loro stessa casa, o seduti nella biblioteca a trovare conforto negli amati libri, ancora tutti lì ben sistemati. E tutt’intorno alla casa, il lussureggiante parco di mille essenze, plumelie e ninfee, pini e araucarie, incorniciato da mare e colli, che Agata Giovanna aveva creato e personalmente curava. Il cimitero dei cani, immerso in quel verde, rimanda all’estrosità, alle stravaganze, ai vezzi artistici, alla dimensione surreale in cui vivevano i Piccolo. Oggi la Fondazione si muove in due direzioni ben definite: nella produzione culturale con premi, conferenze, stages di studio, teatro e cinematografia, e nella valorizzazione e potenziamento dell’istituzione in esecuzione delle volontà testamentarie di Casimiro e Agata.

Vittorio Tumeo

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