Uno "spettacolo falso e non autorizzato" appassionante a Messina
MESSINA – “A mirror – uno spettacolo falso e non autorizzato”. Una commedia/thriller sull’oscuro potere censorio delle dittature. Dal potente script di Sam Holcroft, Dario Nicoletti ha realizzato questo adattamento italiano e diretto la pièce andata in scena il 16 e in replica il 17 e il 18 gennaio al Teatro Vittorio Emanuele, per la stagione odierna della Rassegna principale “e naufragar m’è dolce in questo mare”.
Una riuscita coproduzione Altra scena and Viola Produzioni. Filologicamente può dirsi che lo spettacolo segua la tradizione nell’aspetto narrativo, ma prima la usa per poterla destrutturare, e poi per tradirla definitivamente. Gli straordinari interpreti, a partire da Ninni Bruschetta, fino a Gianluca Musiu, passando per Claudio “Greg” Gregori, Fabrizio Colica e Paola Michelini, hanno saputo conferire ciascuno il giusto apporto con indiscussa sagacia. Il cast degli attori è stato molto affiatato ed ha espresso appieno,pur nella mutevolezza dei rispettivi ruoli ,quella coralità che ha animato la “mise and scene”, che può, a buon titolo definirsi di “teatro totale”.Dopo il debutto romano del decorso anno e le messe in scena in Calabria, anche il teatro messinese sta ospitando la rappresentazione, che ha già riscosso successo anche nel West End londinese.
Tutto è stato curato a dovere, dalla scenografia di Alessandro Chiti, con il disegno di luci di Sofia Xella, i consoni costumi riferibili a Giulia Pagliarulo, fino alle musiche originali, ove ha troneggiato la maestria di Mario Incudine. La scenografia è sembrata sì essenziale ,con quegli alti pannelli rossi scorrevoli, che fungono da ottima base , permettendo le trasformazioni, e uno scudo con l’aquila a campeggiare, per simboleggiare il potere, ma al contempo è parsa anche fortemente caratterizzata.
Lo scenario sottostante è parso densamente cupo, rimandando ad uno stato totalitario ove anche l’arte e la cultura sono sotto il controllo pubblico, talche’ occorre ingegnarsi per provare comunque a portare a termine prodotti artistici che superino le maglie censorie. Lo stato totalitario è stato qui rappresentato dal Ministero della Cultura, che sottopone al proprio vaglio ogni opera performativa, nella specie quella che una compagnia di attori si è è ingegnata comunque a portare a realizzazione, contrastando quel processo che non vorrebbe consentire la costruzione di un senso critico dissonante e il disvelamento di quelle verità che invece devono farsi memoria civile, per non piegare l’arte alla politica, riconoscendone il suo valore altamente formativo attraverso il ruolo del letterato, che deve costantemente basare i suoi scritti sull’attendibilità.
E così ,quella che sembrerebbe una cerimonia nuziale, con tanto di allestimento ,sala addobbata con fiori e relativi invitati, è in realtà una rappresentazione non autorizzata, dunque clandestina, che genera pericolo non solo per gli attori in scena ,ma anche per il pubblico, che potrebbe essere passibile di insubordinazione, rischiando finanche l’arresto ove le forze dell’ordine, già in agguato, facessero irruzione.
I toni della performance sono stati, al contrario, surreali, esilaranti e dissacranti, ironici e ipnotici, e non si è stentato a ravvisare quel collaudato meccanismo di “teatro nel teatro”, (che qui si è completato con un passaggio ulteriore… “nel teatro”, poiché dall’incipit alla inattesa conclusione si è assistito ad interrotti cambi di prospettiva ).
Gli interrogativi residuali sono stati allora molteplici: come difendere la libertà creativa? E,ancora,cosa si può mettere in atto per bypassare l’autoritarismo che campa avvalendosi della pesante censura? Già il testo, pensato da una autrice british, è sembrato far rimando però a regimi dittatoriali vetero-stalinisti, ad atmosfere dunque di tempi andati, ricalcate però con la dovuta ironia inglese, che ha pervaso la narrazione. L’insubordinazione e lo spirito di ribellione sono stimolati a vincere nello stato immaginario rappresentato, come in ognuno dei contesti in cui le coercizioni del potere sono devastanti e vanno seriamente contrastate.
Gli artisti, come è ovvio, sono qui soggetti al pesante dominio e alle pressioni anche violente di super burocrati, che con subdoli stratagemmi, violano la loro libertà di espressione.
A partire dal finto matrimonio fra Leo e Nina, interrotto dal pericolo di sopraggiunta incursione della polizia, che ha iniziato a svelare l’escamotage sottostante, tutto però è stato in mutazione costante fino a divenire altro e la perfetta regia di G.Nicoletti ha sapientemente diretto con arguzia e bravura il complesso gioco scenico, padroneggiandolo.
È sembrato proprio di essere in un meccanismo di scatole cinesi, con più livelli e prospettive. Dalla sala di cerimonia si è passati ad un cambio di scena, con trasformazione ambientale in un ufficio, e anche l’officiante ha mutato ruolo, e svelato trattarsi di un tentativo di aggirare la censura per un evento teso a celebrare l’opera letteraria di un giovane artista, sotto l’occhio complice degli spettatori testimoni.
L’autore è apparso costretto a difendere il suo script da una censura verticalmente espressa, fino al supremo funzionario, e inutilmente proverà a riportarlo ad un reale dialogo da lui stesso intercettato,in primis,e successivamente alla minuziosa riproduzione dei colloqui realmente intercorsi al Ministero.
L’intervento della polizia ha indotto ad un ulteriore mutare del contesto e della scenografia e ad un novello tentativo di simulazione delle nozze.
Si è ,ancora, ridato avvio alla scena della censura,con ausilio, questa volta del testo di un altro autore,già clandestino e poi sottomesso al potere.
È sembrato trattarsi comunque di immagini riflesse da specchi deformanti di resistenza al regime, tale da divenire resilienza. Quanto sopra, finché i ruoli sono stati completamente ribaltati,generando il trionfo di quel sottostante lavoro di meta-comunicazione encomiabile,che ha costituito il tratto caratteristico dello spettacolo,con rimandi pinteriani e pirandelliani e ad una letteratura distopica ,che sovente però non riesce a stare al passo con questa odierna realtà. Atmosfera elettrizzante e adrenalitica anche nei riguardi del pubblico, interpellato e spesso condotto ad essere parte attiva.
E gli applausi sono ripetutamente sgorgati, a suggellare l’originalità della rappresentazione, il ritmo incalzante e l’aver saputo ricreare e servire la verità come in uno specchio, per riuscire finalmente a fissarla.
