“A torto o a ragione”, in scena l’irrisolto rapporto fra arte e politica

“A torto o a ragione”, in scena l’irrisolto rapporto fra arte e politica

Tosi Siragusa

“A torto o a ragione”, in scena l’irrisolto rapporto fra arte e politica

domenica 23 Febbraio 2025 - 13:11

Al Vittorio Emanuele di Messina una bella pièce con un cast pregevole e l'ottima regia di Giovanni Anfuso

MESSINA – In cartellone “A torto o a ragione”. Il Teatro Vittorio Emanuele porta in scena, dal 21 al 23 febbraio, lo spettacolo in co-produzione con “Teatro Stabile di Catania” e “Fondazione Teatro di Roma”, con l’ottima regia dell’attuale direttore artistico Giovanni Anfuso e le pregevoli interpretazioni di Stefano Santospago, Simone Toni, Giampiero Cicciò, Liliana Randi, Luigi Nicotra e Roberta Catanese.

Una difficile scommessa, deve dirsi, questa, che ha avuto genesi nel dramma “Taking Sides” di Ronald Harwood,, ben riadattato, che ha trovato realizzazione filmica nel celeberrimo omonimo lungometraggio del 2001, diretto da István Szabó, con la sublime resa attoriale di Harvey Keitel e Stellan Skarsgård.

Proprio per i riferiti precedenti, lodevole e coraggiosa è stata già la scelta di essersi voluti cimentare nella trasposizione teatrale odierna, che, deve anticiparsi, ha generato una “performance” di tutto rispetto che è apparsa quale corale e la risultante di una virtuosa interrelazione ove nessuno vuole campeggiare e risulta evidente il sotteso lavoro di squadra.

La direzione di Giovanni Anfuso, così, non si sovrappone alle prestazioni degli interpreti e traspare il prezioso contributo finalizzato ad una sapiente costruzione della spinosa storia, che rimanda a problematiche etiche, connessa come è ad una pesantissima e conflittuale eredità che il secondo conflitto bellico ancora lascia residuare, anche per noi italiani che avevamo aderito all’Asse, contro le potenze cd. democratiche dell’Alleanza.

La microstoria, che così assurge a rilievo più universale, vede irrisolto e lascia aperto il punto di domanda del rapporto che l’Arte può, anzi dovrebbe intrattenere con la Politica e ciascuno degli spettatori, anche in questo frangente, potrà addivenire a personali considerazioni.

Un artista, e, nel caso di Furtwängler, un direttore d’orchestra da allocare nell’Olimpo musicale, può essere definito correo, per non aver intrapreso la strada del volontario esilio per prendere le distanze dalla Germania nazista?

Per non averlo fatto Wilhelm Furtwangler, in questa drammatizzazione dell’inchiesta del 1946 a Berlino (e precisamente nel settore americano susseguente alla divisione), è stato ritenuto passibile di sospetta collaborazione con il regime nazista tedesco.

Ottimi interpreti e regia, in scena il tema del potere all’indomani del 1945

Ricordiamo le conseguenze catastrofiche e il baratro mondiale all’indomani del 1945, che ad oggi non ci si è lasciati alle spalle.

È così tutto è opinabile e dallo script alla “mise en scène” si dipana una intricata matassa dominata da volubilità umana,dallo scendere a patti con le proprie coscienze, dominante servilismo al potere e scarsa propensione a saper effettuare dei distinguo, scevri da manichei atteggiamenti censori (che l’avvicendarsi degli accadimenti storici dal post dopoguerra ai nostri giorni rende davvero ingenui e quasi risibili)…

.Insomma l’aver optato per il prosieguo dell’attività di direzione orchestrale proprio in quella Germania, ove i campi di concentramento rendevano fumo nero”tout court “ i supposti nemici,.Furtwangler è passibile della terribile colpa di aver aderito al regime nazista? E ancora, che rapporto sussiste fra Arte e Potere? La prima deve necessariamente nettamente opporsi ad una politica orrorifica, o se ne può disinteressare proseguendo ad operare nel proprio Paese mentre la Storia offre impietose testimonianze? È bastevole non aver realmente messo in atto comportamenti attivi di compartecipazione, per non essere reputati anche solo al soldo del Regime quali gregari?

E se il maggiore Steve Arnold (reso insopportabilmente schierato dalla bella e sanguigna interpretazione di Simone Toni) non mostra cedimenti e pone le basi per una rappresentazione del personaggio in guisa assai volgare,il contesto circostante se ne differenzia.

Infatti, a fronte della trasposizione tutta d’un pezzo del rude uomo esponente dell’esercito americano, sprezzante e supponente quanto incolto (la sua affermazione che alloca su un piano paritario un direttore d’orchestra di fama mondiale e un qualunque direttore di banda la dice lunga sul suo modo di essere privo di qualsivoglia sfumatura) e per questo quasi troppo caratterizzato,  il giusto contrappeso è riposto nelle figure della segretaria, che Roberta Catanese impersona senza sbavatura alcuna, che è sì figlia di un eroe antinazista, ma è altresì una persona di animo nobile, sulla quale la musica ha potuto trovare agevole presa, in primis quella immensa del direttore tedesco in trattazione.

Anche l’aiutante del maggiore, i cui panni sono vestiti dal valente Luigi Nicotra, non ci sta e, poco a poco, rivela una distanza abissale dai modi e dal sentire tanto nettamente schierati del suo superiore (anche su di lui la Musica esplica un potere elevato).

E poi Tamara Zacks, nell’interpretazione perfetta di Liliana Randi, è testimone a favore, in questo caso proprio quale sostenitrice della tesi dell’eroismo del Maestro, che non sarebbe stato solo un grandissimo sul piano prettamente musicale, ma si sarebbe altresì schierato,attraverso il salvataggio, favorendone la fuga a Parigi, del proprio marito ebreo.

Per quanto attiene poi al ruolo sapientemente incarnato dall’attore messinese Giampiero Cicciò, lo stesso è risultato credibile nelle scomode vesti del secondo violino dell’orchestra diretta dal sommo maestro. Con una resa consona, si è esplicitata infatti l’ambiguità di un personaggio che arriva a mettere in cattiva luce il direttore per aver questi, a suo dire, provocato, forte dei suoi agganci al partito di regime, l’arruolamento di un giornalista che aveva lodato l’astro nascente Von Karajan, utilizzando con tale argomentazione la rivalità fra i due grandissimi. Giova a tal proposito evidenziare che Karajan non ricevette alcuno svantaggio per la mancata opposizione al regime nazista.

La tensione continua a crescere e il martellamento operato su Furtwangler con tratti di autentica crudeltà, (soprattutto quando lo si continua a umiliare senza motivo, e gli si spezza la bacchetta) trova infine reazione in una pseudo-resa del Maestro, che,con inaspettata inversione rispetto alla fermezza fin lì mostrata, gettandosi a terra ,proclama che in ogni caso ha sbagliato a non andare via; in concomitanza anche la manichea impostazione del Maggiore sembra avere un qualche ripensamento, e sembra divenire minimamente consapevole della non univocità della propria versione dei fatti.

Stefano Santospago interpreta con maestria il direttore d’orchestra

Si è fin qui volutamente lasciata fuori la figura del direttore d’orchestra, che Stefano Santospago ha saputo mostrare nella sua ambivalenza, rendendone con maestria il profilo psicologico, che dalla autodifesa strenua ma distaccata del proprio mancato coinvolgimento con il Fuhrer e quella Germania, (che non solo non ha appoggiato, ma che ha tentato di osteggiare, salvando, con l’espatrio, tanti musicisti ebrei), giunge nel finale a porsi il quesito sulla giustezza di quel suo restare comunque nel proprio Paese,pur se per proseguire nel far fruire i tedeschi del conforto della musica. Il finale, se come si è detto, vede i due personaggi principali distanziarsi dalle rispettive supposte certezze assolute, trova comunque composizione univoca nel trionfo della musica, quella immensa della Sinfonia n. 9 di Beethoven, che pare indirizzarci verso una qualche risposta.

Costumi d’epoca, scenografie e musiche al servizio di una bella pièce

I costumi d’epoca di Isabella Rizza, molto confacenti, così come gli elementi scenici di Andrea Taddei, che hanno egregiamente riprodotto, con l’ausilio dell’uso sapiente dell’illuminazione di Antonio Rinaldi, una stanza che in quel di Berlino, nel settore americano, vede accatastato alla rinfusa il bottino artistico di guerra, così come le musiche ,di sottofondo, di Paolo Daniele, unitamente a quelle al grammofono di Beethoven e Bruckner, sono stati tutti valore aggiunto di una bella pièce che ha trovato consenso in un pubblico di adeguati estimatori, che, si confida, possa essere più numeroso, come questa rappresentazione meriterebbe.

Un commento

  1. Gabriella Bertuccini 23 Febbraio 2025 18:29

    Recensione attenta e profonda che utilizza Cartesianamente il Dubbio come ricerca della verità

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