Un "dialogo (im)possibile” nel segno del bel canto e del violino è andato in scena ieri al Vittorio Emanuele di Messina. La V edizione del Bellini International Context continua
MESSINA – Uno spettacolo davvero sui generis è andato in scena ieri al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, nell’ambito della quinta edizione del Bellini International Context, i cui spettacoli si tengono nelle città di Catania e Messina.
Dal titolo “Bellini-Paganini: un dialogo (im)possibile”, si è trattato di un insieme di prosa e musica, tratto da un’idea di Gianna Fratta, che ha immaginato un incontro, mai avvenuto nella realtà, tra Niccolò Paganini e Vincenzo Bellini, due sommi musicisti che hanno vissuto per un breve periodo nello stesso arco temporale (Paganini visse fra il 1782 e il 1840, Bellini fra il 1801 e il 1835).
Due artisti assai differenti fra di loro, la cui musica così diversa emerge fin dal primo dialogo messo in scena, ove i due compositori, interpretati da Gianpiero Mancini (Paganini), autore anche dei testi, e Vincenzo De Michele (Bellini), si fronteggiano, quasi si insultano, il primo che denigra la musica di Bellini, evanescente e volta alla commozione e al pianto, il secondo che definisce “caos” la musica di Paganini, tutta virtuosismo, priva di sostanza e melodia.
L’incontro si svolge subito dopo la morte di Paganini, in un ipotetico al di là, e dopo le prime schermaglie i due, già nel secondo dialogo, sembrano invece intendersi e riconoscere l’uno la grandezza dell’altro, elogiando i rispettivi capolavori.
I due artisti manifestano la loro diversità anche negli abiti indossati, Paganini vestito di nero (pare si vestisse di nero anche nella vita reale), Bellini tutto in bianco, a simboleggiare il suo comune soprannome “il cigno”. Nel terzo dialogo parlano della loro problematica sepoltura: Bellini a Parigi, con tutti gli onori, ma contro il suo desiderio di essere sepolto a Catania, desiderio che si compirà in seguito con la salma trasportata nel Duomo della città natale; Paganini sepolto per lunghi 36 anni in una cantina, in quanto la sepoltura cristiana gli fu preclusa a causa dei sacramenti che non ricevette, e poi finalmente al Cimitero della Villetta, a Parma.
L’ultimo dialogo parla della loro infanzia e formazione, decisamente diversa fra di loro, Paganini a Genova, con un padre rozzo e una città intrisa di miseria e marcescenza, che a parte i natali non gli diede nulla; Bellini cresciuto in una famiglia che sostenne invece i suoi studi musicali, nella sua città ai piedi dell’Etna, amata e quasi mitizzata.
Figura assai romanzata quella di Paganini, ma la rappresentazione ha avuto il merito di non porre troppo l’accento sulle varie leggende tramandate dall’epoca romantica, come ad esempio il patto che Paganini strinse col diavolo, evidenziando invece le sue precarie condizioni di salute che lo portarono alla morte. Non sono mancati ovviamente i vari aneddoti sulla sua strabiliante bravura al violino, già dalla giovanissima età. Eccellente l’interpretazione di Gianpiero Mancini, davvero in parte, che ci restituisce una figura sofferta più che diabolica, come spesso lo si dipinge. Meno convincente la resa di Bellini, raffigurato in maniera troppo eterea, mentre sono note le sue numerose avventure con le donne, ove dalle biografie più autorevoli emerge anche un certo cinismo e opportunismo. Con lo spuntare dell’alba, i due si congedano dal pubblico, conversando amabilmente.
Ognuno dei quattro dialoghi è stato preceduto e seguito dalle performance musicali dell’Orchestra del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, diretta in maniera vigorosa e diligente dall’ottimo Marco Moresco, che ha interpretato alcuni Capricci di Paganini, avvalendosi della bravura del violinista Ettore Pellegrino, e dello Stefano Di Battista Quartet, composto da Stefano Di Battista sassofono, Andrea Rea tastiera, Daniele Sorrentino contrabbasso e Luigi Del Prete batteria, che ha eseguito in versione jazz alcune arie di Bellini, con l’ausilio della splendida voce jazz di Nicky Nicolai, e del bravissimo trombettista.
Lo spettacolo ha avuto inizio con l’esecuzione del più celebre dei 24 Capricci op. 1, il numero 24, il cui tema è stato reso ancor più famoso dalle splendide variazioni per pianoforte di Brahms. I Capricci sono stati eseguiti in una versione orchestrale, a cura di Roberto Molinelli, con l’alternarsi di una struttura classica ad una caratterizzata da ritmi di bossanova o jazzistici. La versione ritmata è risultata efficace nel Capriccio n. 24, il cui tema evidentemente funziona sempre, un po’ meno negli altri Capricci, fra i quali i celebri n. 9 e n. 13, tra l’altro forse resi eccessivamente lunghi, ma che hanno consentito al violinista Ettore Pellegrino di esibire tutte le sue notevoli abilità virtuosistiche.
Fragorosi applausi del pubblico a questa singolare perfomance
In versione esclusivamente jazz sono state eseguite le arie di Bellini rielaborate e arrangiate da Stefano Di Battista e Igor Caiazza: l’Aria da camera “Per pietà bell’idol mio” e la celeberrima “Casta diva” da “Norma”. La trasposizione jazzistica delle arie di Bellini forse hanno oscurato la caratteristica fondamentale della musica di Bellini, quella celestiale cantabilità che lo rese famoso (Chopin, quando insegnava a suonare “cantabile” ai suoi allievi, soleva dire loro: pensate a Bellini). Tuttavia i brani sono risultati assai graditi al numeroso pubblico, soprattutto grazie alla straordinaria bravura dei musicisti dello Stefano Di Battista Quartet, che si sono esibiti in formidabili assolo e improvvisazioni, un godimento per gli appassionati di jazz. Bravissima Nicky Nicolai, interprete di una insolita “Casta diva” versione jazz, cantante dalla voce eccellente, sicura e senza cedimenti.
Lo spettacolo si è concluso con l’esecuzione del Capriccio n. 13, soprannominato “La risata”, quasi a ricordarci che in fondo si è trattato di un divertissement. Gli artisti hanno “giocato” nel senso più nobile del termine, con la musica dei due grandi musicisti. Viene da chiedersi se Paganini e Bellini avrebbero apprezzato questa operazione di trasposizione così azzardata della propria musica. Non lo sapremo mai, ma possiamo immaginare che anche loro si sarebbero divertiti, come il pubblico in sala, che ha tributato fragorosi applausi a questa singolare performance.
