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Affari di famiglia, i tortoriciani progettavano di colpire un appuntato

Alessandra Serio

Affari di famiglia, i tortoriciani progettavano di colpire un appuntato

domenica 08 Giugno 2014 - 22:35
Affari di famiglia, i tortoriciani progettavano di colpire un appuntato

Tutti i particolari dell'inchiesta sulle nuove leve di Tortorici e le direttive che partivano dal carcere "colabrodo" di Gazzi, da dove uscivano pizzini ed entrava droga. La storia del potente clan nebroideo.

Cominceranno oggi gli interrogatori delle 22 persone coinvolte nel blitz “Affari di famiglia”, fatto scattare dai carabinieri all’alba del 6 giugno.

Ma l’indagine dei militari potrebbe rivelare già molto presto ulteriori sviluppi. Il gip di Patti ha infatti trasmesso ai colleghi di Messina gli incartamenti relativi per i profili di competenza. Sostanzialmente, cioè, ha chiesto di approfondire il capitolo relativo ai collegamenti interni alle reti di spacciatori e trafficanti sgominate, e soprattutto il loro collegamento con il clan mafioso di Tortorici.

Numerosissimi, poi, gli omissis posti alle conversazioni degli intercettati, a celare brandelli di quelle conversazioni. Frasi ancora top secret che probabilmente riguardano ulteriori affari, diversi dalla droga, trattati dal detenuto Francesco Conti Mica e i suoi fedelissimi, ai quali impartiva ordini attraverso i familiari, durante i colloqui a Gazzi
Esemplari, alcune delle frasi intercettate dai microfoni dei carabinieri, piazzati nella sala visite del carcere. Mostra uno spaccato di come Francesco Conti Mica, nel 2011, malgrado l’arresto, continuasse a gestire tutto, dalla cassa comune agli approvvigionamenti di droga, passando per i traffici barcellonesi, sospesi per via del suo arresto, ai regolamenti di conti.

In un colloquio del 29 giugno, Francesco (CMF) parla con la madre Luisa Bontempo e Salvatore Marino Gambazza, Andrea Calà Campana (CCA) anche loro coinvolti bel blitz, di un attentato ai danni di un appartenente alle forze dell’Ordine, l’appuntato Fiore, da realizzare con la collaborazione di Mirko Talamo, anche lui arrestato venerdì, braccio destro del detenuto.
CMF: A Mirko lo prendi (…)lo deve fare lui, ormai è ritornato…
CCA: Sì, lui non ci va
CMF: Se lui non ci va, colpisci lui,
CCA: Lui non ci va nemmeno se lo ammazzi (…) Allora dobbiamo andare noi
CMF: La macchina, a questo bastardo pezzo di merda
CCA: Ma chi?
CMF: Fiore

In un’altra conversazione, Francesco Conti Mica parla con lo zio Antonio di problemi con un altro giovane di Tortorici, problemi da regolare facendo leva sul peso criminale della famiglia. Così, il detenuto chiede allo zio di interrogate il “patrozzo” perché intervenga a richiamare all’ordine uno dei soggetti che aveva sgarrato.

Francesco Conti Mica è infatti nipote e figlioccio di Rosario Bontempo detto “u vau” riconosciuto leader dei batanesi, la cosca ancora attiva e forte dei tortoriciani. L’ultimo colpo ai danni del clan risale al 2008 nel blitz Rinascita, che mise fine alla riorganizzazione della famiglia mafiosa dei Bontempo Scavo. Reggente per i fratelli Vincenzo e Cesare, ergastolani, Rosario Bontempo continuava ad imporre il pizzo agli imprenditori nebroidei. Accanto alle estorsioni, i tortoriciani nell’ultimo ventennio hanno continuato a gestire il fiorente mercato della droga. Numerosi gli arresti ai danni dei batanesi, e decine le scoperte di lussureggianti ed estese coltivazioni di canapa, effettuate dai carabinieri nelle campagne delle 72 contrade della vallata oricense.

Tra gli anni ’80 e i ’90 i tortoriciani misero a ferro e fuoco la vallata, dilandosi in una faida interna che vide il clan dei Bontempo Scavo contrapporsi a quello dei Galati Giordano. Faida acuita dall’alleanza delle due famiglie con le due frange che negli stessi anni si contendevano il potere tra Barcellona e Terme Vigliatore.

Stanchi dei morti, degli attentati e della morsa del pizzo richiesto da ormai due gruppi mafiosi locali, i commercianti di Capo d’Orlando diedero vita alle prime associazioni antoracket, esportando un modello che in questi anni sta dando frutti anche migliori in Campania, dove le denunce dei commercianti aumentano.

Le vite spezzate dalla guerra tra i clan, invece, furono decine. Moltissime le vittime incolpevoli, giovani e bambini uccisi per errore. Come Biagio Foti Belligambi e Sebastiano Montagno Bozzone, poco più che ventenni, freddati nel ’91 a Galati Mamertino. I sicari dei Bontempo Scabo dovevano uccidere il boss Galati Giordano, ma sbagliarono Macchina. L’unico superstite, Giuseppe Arcodia Pignarello, dopo essersi finto morto e avere aspettato la fuga dei killer, raggiunse a piedi l’ospedaletto di Tortorici. Per quel duplice omicidio era stato condannato a 16 anni proprio il padre di Francesco Conti Mica, Sebastiano ” u bellocciu”. La Corte di Cassazione nel 2010 ha detto sì alla revisione del processo.

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