Il vice allenatore, ora al fianco di Parisi, rievoca gli esordi calcistici messinesi in A e B, il passaggio da individual coach all'estero e il ritorno a casa
MESSINA – È risaputo che numerosi giovani italiani trovano maggiore facilità nel costruirsi una carriera lavorativa all’estero piuttosto che nel proprio Paese. È il cosiddetto fenomeno della “fuga di cervelli”. Vale anche per lo sport? Certamente. Un esempio è dato dal tecnico ed ex difensore Domenico Bombara, attuale vice allenatore del Messina, il cui nome appare poco noto presso i tifosi pur avendo una storia importante. Nato nel 1987, cresce nella Primavera biancoscudata durante l’ultimo periodo trascorso in Serie A, debuttando proprio in massima serie nell’ultima giornata della stagione 2005-2006, durante un derby Palermo – Messina. Resta in Serie B nell’annata 2007-2008, ma l’esperienza nella squadra principale della propria città termina a soli 21 anni con il fallimento della gestione Franza.
Scende presto nelle categorie minori senza più tornare in alto fino al giorno del ritiro, a seguito del quale decide di diventare un individual coach. Quand’ecco che avviene una svolta nella sua carriera e nel 2021 viene chiamato ad entrare nello staff tecnico dell’MTK Budapest, in massima serie ungherese, sotto l’egida del concittadino Giovanni Costantino. Eppure, a distanza di anni ciò che sembrava un addio al Messina si è rivelato un arrivederci: il percorso compiuto da Bombara si potrebbe definire come un’odissea a tutti gli effetti, in quanto oggi continua a svolgere il suo mestiere di allenatore proprio dove tutto ha avuto inizio. E ora è al fianco di Alessandro Parisi.
Bombara, lei è cresciuto nelle giovanili del Messina durante l’ultimo periodo in Serie A e ha anche debuttato in massima serie, un traguardo che all’epoca in pochi avevano raggiunto. Quali sono gli episodi che ricorda più volentieri di quegli anni?
«Era un periodo meraviglioso, soprattutto perché si giocava un calcio vero. In particolare, nel settore giovanile avevamo una struttura che ci permetteva di vivere la nostra adolescenza con grandissimo entusiasmo e con il sogno di avvicinarci alla prima squadra. Per me è stato così, nonostante io non fossi uno di quei giocatori che tecnicamente si pensava potessero arrivare in alto, ma il lavoro, il sudore e l’impegno mi hanno permesso di iniziare ad allenarmi con la prima squadra e dopo le prime sessioni c’è stato un buon riscontro. Riuscivo già a destreggiarmi abbastanza bene e ho ricevuto chiamate con continuità, fino a quella dell’esordio a Palermo nell’ultima giornata della stagione 2005-2006. Questo è stato sicuramente il giorno più importante».
Chi era il suo allenatore nella squadra Primavera e che consigli le ha dato durante il suo percorso di crescita?
«Ho fatto tre anni di Primavera e ho avuto diversi allenatori, come Stefano Sanderra e Carmelo Mancuso, prima ancora nelle giovanili ho avuto Laganà e Buttò. Ognuno di loro mi ha lasciato un po’ del loro sapere, io chiaramente in quegli anni cercavo di apprendere il più possibile da loro e poi ho trovato da solo la mia strada».
Dopo la retrocessione è rimasto in Serie B e poi è sceso presto nelle serie minori. Se la gestione Franza non fosse fallita, probabilmente la società le avrebbe dato ancora fiducia. Ha dei rimpianti?
«Dal punto di vista calcistico sicuramente potevo rimanere altri anni nel professionismo. Magari non avevo le caratteristiche per una carriera di altissimo livello, ma potevo avere un buon prosieguo in Lega Pro (vecchia denominazione della Serie C). Avevo già collezionato un centinaio di presenze tra i professionisti, per cui già iniziavo ad avere una buona esperienza. Alcune storie extra-campo hanno spostato un po’ i miei equilibri, poi ci sono state anche delle scelte personali che mi hanno portato a continuare nel mondo dilettantistico. Qualche rammarico forse ce l’ho, però poi sono riuscito a vincere nelle leghe minori e ad essere un punto di riferimento nelle squadre dove ho militato. Alla fine credo che questo mi abbia fatto crescere e mi abbia permesso di fare quello che faccio adesso, cioè aiutare anche i giovani, quindi ho ottenuto comunque dei successi personali».
Dopo il ritiro lei è diventato un individual coach ed è andato in Ungheria. Questa figura non è ancora molto conosciuta dai tifosi, ma sta diventando fondamentale per lo sviluppo della tecnica dei giocatori…
«L’esperienza all’MTK Budapest è stata meravigliosa. Questa chiamata è arrivata dopo un percorso di studi sulla specializzazione dei ruoli e sui dettagli di determinate zone di campo. Ho inserito poi questi studi all’interno di alcune piattaforme dove ho creato le mie attività personali. Successivamente a questo lavoro che ho portato avanti è arrivata anche la chiamata da parte di questa società, che aveva come allenatore Giovanni Costantino, anche lui di Messina. Sapeva già cosa stessi facendo e così ha deciso di darmi fiducia. L’individual coach è un allenatore che lavora in un modo più specifico, perché ci sono tanti dettagli dentro il campo che chiaramente fanno la differenza. Andare a curarli dal punto di vista tecnico e tattico aiuta parecchio i giocatori, soprattutto durante il passaggio dalle giovanili alla prima squadra, quando il livello si alza. È qualcosa che faccio con grande passione ed è la stessa figura di riferimento che avrei voluto avere io quando giocavo, perché dà tanti suggerimenti pratici. Mi auguro che questo ruolo possa trovare il suo spazio anche all’interno delle altre società».
Era già determinato a lavorare all’estero o è stata una chiamata inaspettata?
«È stata del tutto inaspettata. Mio figlio era nato meno di un anno prima, poi è arrivata questa chiamata dall’oggi al domani e mi ha fatto molto piacere, non ci ho pensato due volte a dare la mia disponibilità».
Mettendo a confronto Italia e Ungheria, quali sono le differenze principali dal punto di vista dello stile di gioco? Che caratteristiche tecniche e fisiche hanno i giocatori ungheresi?
«Tecnicamente la massima serie ungherese non è come quella italiana. Noi dal punto di vista tattico siamo maniacali nella cura di certi dettagli, loro invece spesso giocano uomo contro uomo. Cercano di più il gioco in verticale e lo scontro fisico».
Quali sono le sfide più grandi per un allenatore che si trasferisce all’estero per la prima volta?
«Sicuramente la lingua, se non la sai, perché ti devi adattare a un contesto nuovo, e poi anche le abitudini alimentari e climatiche. Non dico che sono delle complicazioni, perché ci si adatta a tutto, ma sono delle cose che bisogna affrontare per il tempo che hai a disposizione in questa nuova società».
Ora è al Messina. Come ci si sente a tornare a casa, dove tutto è cominciato, in questa nuova veste?
«È bellissimo. Durante la prima partita al “Franco Scoglio” sono tornato nello stesso spogliatoio dove mi spogliavo quand’ero un ragazzino. Sono tornato a vivere il contesto calcistico nella squadra della mia città ed è stato emotivamente molto forte. Rappresentare la mia città prima da giocatore e poi da membro dello staff tecnico è qualcosa che mi inorgoglisce. Non mi aspettavo di fare tutta una trafila importante fino alla Serie A e alla Serie B, per poi tornare in panchina con un ruolo altrettanto importante. Sono orgoglioso e magari anche un po’ fortunato, ma la fortuna non viene mai da sola, è frutto di un percorso in cui non ho mai mollato e ho sempre puntato su me stesso. Adesso la priorità, a prescindere da tutto, è salvare la squadra. Ci auguriamo tutti di dare il nostro contributo per raggiungere questo obiettivo, perché il Messina viene prima di tutto».
Come hanno risposto i giocatori del Messina alle vostre indicazioni, del mister Parisi e di lei come vice allenatore, in queste settimane di allenamento?
— «Finora i ragazzi hanno fatto un lavoro enorme, anche prima di noi, con Pippo Romano. Tutti quanti sappiamo le condizioni in cui si trovavano dal 1° settembre. Hanno recuperato tutti i punti di penalizzazione, sono riusciti a tirare fuori tutto il necessario e nulla era scontato. Al cambio in panchina c’è sempre un periodo di stallo, dopo aver vissuto tante vittorie insieme è chiaro che i giocatori rimangono con il punto interrogativo. Nella prima settimana c’è stata un po’ di titubanza, ma si sono messi subito a disposizione e la seconda settimana è stata già più entusiasmante e coinvolgente. Ci siamo riuniti tutti e abbiamo vissuto dei giorni più sereni. Domenica c’è stata questa prima vittoria, siamo felici, ma siamo consapevoli che il gioco deve sicuramente migliorare e siamo al lavoro per preparare la prossima gara».
Quanto è fiducioso dei piani del Racing City Group per il futuro della squadra?
«Molto, molto fiducioso. È stata una ventata d’aria fresca, hanno messo in evidenza con i fatti quanto ci tengono a fare le cose per bene. Hanno messo fin da subito le condizioni e soprattutto hanno fatto chiarezza sull’obiettivo, cioè cercare di salvare la squadra e dare un’organizzazione societaria al completo. Hanno messo delle figure importanti su tutti i fronti dal punto di vista gestionale e stanno finalmente puntando sul settore giovanile, che capiremo meglio come programmare nei prossimi mesi. Carmine Coppola è all’opera per sviluppare tutto questo, io inizialmente allenavo il settore giovanile con Alessandro, ma da quando abbiamo questo nuovo incarico mi è stata affidata la gestione degli Juniores in solitaria. Insomma, sono dei mesi belli, vivi, entusiasmanti e speriamo di raggiungere tutti gli obiettivi».
Riccardo Giacoppo
