Un 2009 di luci ed ombre sulle pagine della cronaca nera. E’ l’anno che fa registrare la lotta senza quartiere ai clan mafiosi soprattutto barcellonesi. L’anno delle inchieste antimafia che provano ad allentare la morsa di Cosa Nostra in alcune zone nevralgiche della provincia. L’inattesa collaborazione di due imprenditori consente alle forze dell’ordine di riscrivere con maggior precisione la mappa del crimine nel barcellonese e di arrestare numerosi capi e gregari. Ma il 2009 è anche l’anno in cui si continua ancora a morire sul posto di lavoro, l’anno in cui le strade e le autostrade di Messina e provincia si macchiano del sangue soprattutto di giovani. E’ l’anno in cui si muore per uno scippo ed in cui un intero palazzo rischia di saltare in aria per un avvertimento mafioso. E’ l’anno delle mille contraddizioni. E se in città vengono azzerati gli omicidi legati alla criminalità, nell’intera provincia si contano cinque omicidi spesso legati alla follia.
LOTTA ALLA CRIMINALITA’
A Messina le grosse organizzazioni criminali sono state smantellate negli ultimi anni grazie al lavoro delle forze dell’ordine ed ai collaboratori di giustizia. In città resistono sacche di forte delinquenza, dedite soprattutto allo spaccio di droga. La leadership rimane saldamente in pugno al clan di Mangialupi che però negli ultimi mesi è costretto ad incassare colpi mortali. E’ in provincia, invece, dove si sente più forte l’azione della magistratura e delle forse dell’ordine contro il crimine organizzato. A Barcellona e nei suoi dintorni Cosa Nostra fa ancora paura. I legami con la mafia palermitana e catanese sono ancora saldi e ben oleati. Il 2009 conferma la forza d’urto dei clan locali e l’anno si apre proprio con un paio di omicidi eccellenti. Gli equilibri cominciano a rompersi e così bisogna dare un segnale forte. Il 15 gennaio nella frazione di Nasari viene eliminato Carmelo De Pasquale, 40 anni. Da qualche tempo nell’ambiente veniva definito “poco affidabile”. I boss non si fidano più di lui. Forse aveva cominciato a fare da solo e ad ingaggiare giovani gregari che dovevano lavorare per lui. Viene ucciso con un colpo di lupara in pieno volto mentre si trova fermo sulla sua auto. C’è appena il tempo di chiedersi quali movimenti sotterranei stiano accadendo nei clan. Il 30 gennaio nell’operazione “Pozzo” i Carabinieri arrestano alcuni fra i principali boss dei gruppi dei barcellonesi e dei mazzarroti. Due pentiti, fra cui un polacco condannato per un omicidio commesso a Barcellona due anni fa, consentono alla DDA di fare piazza pulita. Vengono arrestate 13 persone fra cui Carmelo D’Amico, indicato quale padrino della mafia barcellonese e Tindaro Calabrese, numero uno dei mazzarroti. Per Cosa Nostra sono giorni di grande apprensione. Qualcuno pensa sia meglio prendere il largo. E’ il caso di Melo Mazza, 30 anni, giovane emergente che preferisce la latitanza al carcere. Di lui si sa che sta scalando posizioni nell’organigramma dei barcellonesi e che gira con una fiammante Ferrari rossa che gli viene sequestrata. Per due settimane di lui non si sa niente. Poi si costituisce ed addirittura gli viene dissequestrata la Ferrari. Ma qualcuno spia le sue mosse. La sera del 27 marzo, all’uscita da una palestra di Olivarella, è atteso da un sicario che lo giustizia con sette colpi di pistola. E’ il secondo omicidio dell’anno, guarda caso ancora nel barcellonese. Le operazioni antimafia si susseguono. Si vuol battere il ferro finchè è caldo ed in quei giorni è addirittura incandescente grazie ad una fondamentale collaborazione. Il 17 febbraio scatta l’operazione “Sistema” che consente alla Squadra Mobile di Messina di arrestare nuovamente Carmelo D’Amico ed i fedelissimi Carmelo Bisognano e Pietro Nicola Mazzagatti, padrini di Mazzarrà S.Andrea e S.Lucia del Mela. A fare i nomi, a raccontare fatti e circostanze della criminalità della zona è l’imprenditore edile Maurizio Sebastiano Marchetta. Si tratta dell’ ex vicepresidente del consiglio comunale di Barcellona e personaggio molto conosciuto in provincia. A metà gennaio decide di vuotare il sacco e di raccontare tutto agli investigatori della squadra Mobile. Spiega che per dieci anni è stato costretto a pagare tangenti alla mafia su ogni appalto pubblico che la sua impresa si aggiudicava. Un pizzo sistematico che era costretto ad accettare per poter lavorare. Ma ora Marchetta fa arrestare i vertici di Cosa Nostra barcellonese e continua a riempire pagine e pagine di verbali sui rapporti mafia-istituzioni. Intanto scoppia il ciclone Furnari con la proposta di scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Ad aprile giungono gli ispettori che iniziano il loro minuzioso lavoro. Tutto era iniziato con alcune denunce seguite alle intercettazioni telefoniche ed ambientali dell’operazione “Vivaio”. Il boss Tindaro Calabrese parla con i suoi uomini e spiega di aver condizionato il voto delle amministrative del maggio 2007. Avrebbe aiutato un candidato che poi fu effettivamente eletto. Senza la sua “spinta” e le sue minacce ad alcuni elettori –racconta in alcune conversazioni- il sindaco non ce l’avrebbe fatta. Il 27 novembre il Consiglio dei ministri scoglie il consiglio comunale di Furnari.
IL TESORO DEI FRATELLI TROVATO
Il territorio di Messina è, invece, interessato da fenomeni di altra natura. Cosa Nostra non si spinge nel capoluogo per mancanza di interlocutori affidabili. I rapporti si sono interrotti ormai a cavallo degli anni ’80 e ‘90 con la morte, l’arresto o il pentimento dei principali boss. La città è terra di conquista per trafficanti di droga, estorsori ed usurai e le principali operazioni delle forze dell’ordine confermano la tendenza. Lo spaccio di droga è in gran parte in mano al potente e ricchissimo clan di Mangialupi. A gestirlo sono i fratelli Antonino, Salvatore, Giovanni, Alfredo e Franco Trovato. In pochi anni hanno messo insieme un vero impero ma forse nemmeno gli investigatori avevano un’idea precisa della loro potenza economica. La Squadra Mobile, nel giro di 48 ore, compie una delle operazioni più sorprendenti degli ultimi anni. A maggio esegue un sequestro di beni per 20 milioni di euro alla famiglia Trovato. Finiscono nel calderone case, negozi, auto, conti correnti che, secondo gli inquirenti, sarebbero stati acquistati con i proventi dello spaccio di droga. Ma la sorpresa più grande è un’altra. Durante un blitz in due appartamenti di viale San Martino, che sarebbero intestati a prestanome ma in uso ai Trovato, la Polizia sequestra due chili e mezzo di cocaina ed un milione di euro in contanti. Il dirigente della Mobile, Marco Giambra, “la cassaforte del clan di Mangialupi”. Il Pm, Giuseppe Verzera, che ha coordinato le indagini ammette di non aver mai visto nulla di simile in tanti anni di carriera. Il milione di euro in contanti –sostiene il magistrato- doveva servire ad acquistare altre partite di droga da riversare sulla città mentre i covi di viale San Martino hanno tutta l’aria di aver ospitato di recente dei latitanti, forse calabresi legati alle ‘ndrine. Il 27 novembre l’ultimo atto dell’inchiesta. La Squadra Mobile arresta Antonino Trovato l’uomo che risulterebbe dalle indagini l’autentico proprietario di quelle ricchezze.
LE OPERAZIONI
Una delle operazioni più importanti del 2009 viene messa segno proprio a Mangialupi. I Carabinieri la battezzano “Wolf” e scatta il 10 luglio. Vengono arrestate 15 persone appartenenti ad un’organizzazione che spacciava droga di ogni tipo. Il guadagno medio giornaliero era di 1000 euro ed i clienti arrivavano da tutta la provincia ed anche dal catanese. Gli affiliati erano arrivati perfino a scoprire e smontare alcune telecamere nascoste installate dai Carabinieri per seguire da lontano le mosse degli spacciatori.
Molto particolare l’operazione “Batangas” che porta all’arresto di 12 filippini impiegati quasi tutti come domestici. Fra un turno di lavoro e l’altro si erano organizzati per far arrivare a Messina il terribile shaboo, una droga proveniente dall’Asia che ha effetti devastanti sul cervello degli assuntori.
Fra le operazioni antidroga vanno ricordata l’ “Officina”, la “Tyson” e la “Cinque Cervelli”. Si tratta di tre inchieste della DDA che portano complessivamente all’arresto di 51 persone. E a settembre l’operazione “Malavita” consente di arrestare sei persone che avevano compiuto una serie di rapine in banca.
L’anno si chiude con la tremenda operazione antipedofilia denominata “Seppia”. La Squadra Mobile arresta quattro pedofili che adescavano le piccole vittime a Villa Sabin, proprio accanto al Baby Park. A volte li conducevano nelle loro case, altre si appartavano in auto o nelle cabine telefoniche. Ai ragazzini davano in cambio figurine di calciatori, caramelle ed i rapporti spesso erano completi.
GLI OMICIDI
Un solo omicidio in città, quattro in provincia. Bilancio leggermente più pesante rispetto allo scorso anno quando in città non furono commessi omicidi mentre furono sempre quattro quelli compiuti in provincia. Nel 2009 Messina piange la tragica fine della prostituta nigeriana Olinda Omokaro Adesuwa, 34 anni. A scoprire il suo cadavere, in una zona isolata di via Gibilterra all’alba del 16 luglio, un operaio che si stava recando al lavoro. La ragazza ha il cranio fracassato ed è seminuda. Probabilmente si era appartata in auto con un cliente che al momento di pagare l’ha uccisa dopo averla colpita con un oggetto che non è stato ritrovato.
Detto dei due omicidi di mafia di Barcellona ed Olivarella in provincia ne sono stati commessi altri due. A Milazzo, il 29 aprile, è stato assassinato Stefano Scibilia, un commerciante di pesce. Ad ucciderlo con un colpo di pistola è un ex appuntato dei Carabinieri, Giuseppe Anania. All’origine una vicenda passionale. Anania era il nuovo compagno dell’ex moglie di Scibilia ed i rapporti fra i due erano divenuti molto tesi.
Una storia di stalking sarebbe, invece, la causa dell’omicidio commesso a Pagliara il 13 giugno. La vittima è Lauro Fausto Miorin, 24 anni. Il giovane viene ucciso con una coltellata dal 43enne
Salvatore Golfo ex convivente della madre. Golfo continuava ad importunare la donna che però non ne voleva più sapere. Quella sera si presentò a casa della donna ed il ragazzo prese le difese della madre finchè Golfo non lo colpì mortalmente.
RIESPLODE LA VIOLENZA
Dopo mesi relativamente tranquilli nell’ultima parte dell’anno riesplode la violenza della criminalità. Torna la paura soprattutto dopo la tragedia del 6 settembre. E’ un sabato sera quando, come centinaia di altre volte, la signora Rosa Santoro, 68 anni lascia il suo storico ritrovo di piazza Cairoli per far ritorno a casa. Appena scesa dall’auto un rapinatore l’affronta e le strappa la borsa. La signora Santoro è terrorizzata. Entra in una rivendita di tabacchi e chiede aiuto. Racconta l’accaduto, poi crolla a terra esanime. Muore sotto gli occhi del tabaccaio e dei suoi clienti. Il suo cuore non ha retto allo stress ed alla paura. E’ forse l’episodio che segna in maniera indelebile questo 2009. Ma la città torna a tremare il 10 novembre quando viene compiuto uno degli attenti più gravi degli ultimi anni che solo per puro caso non provoca delle vittime.
Qualcuno in piena notte fa esplodere una bomba sul pianerottolo di casa dell’imprenditore edile Giovanni Rizzo e del figlio Alessandro, vicepresidente dell’associazione Giovani Industriali. L’ordigno, sistemato al quinto piano di un palazzo di viale Giostra,provoca una deflagrazione spaventosa. Lo spostamento d’aria provoca gravi danni all’edificio e conferma la potenza della bomba. Per gli investigatori potrebbe essere un avvertimento di racket ma non si escludono pista private. I Rizzo nel 2009 avevano già subito e denunciato diverse intimidazioni. Gli erano state incendiate una casa, un’auto e Alessandro era stato inseguito per strada da un uomo armato di ascia.
INCIDENTI
Le statistiche dicono che nel 2009 diminuiscono gli incidenti mortali sulle strade. Ma i numeri non bastano a consolare per la perdita di tante giovani vite. A Messina sono dieci le vittime della strada, 6 sulle autostrade. Proprio una giovanissima era stata la prima vittima del 2009, Simona Marabello, 19 anni che il 4 gennaio muore sull’autostrada Messina-Palermo a Villafranca.
In città ha destato impressione la fine del piccolo rumeno di 4 anni, travolto ed ucciso da una Twingo in via S.Cecilia la mattina del primo novembre.
Il bambino stava attraversando la strada con i genitori quando è sopraggiunta l’auto, condotta da una donna, che lo ha centrato in pieno. Il piccolo viene trasportato al Piemonte, poi trasferito al Papardo per essere trasportato in elisoccorso al Garibaldi di Catania per mancanza di posti a Messina. Muore sull’elicottero e la Procura apre un’inchiesta. I genitori vogliono sapere se i soccorsi sono stati tempestivi.
Chiusura con le morti sul lavoro, un’altra piaga che non si riesce a guarire. Lo scorso anno furono 4, quest’anno salgono a 5. La morte bianca si manifesta due volte a Messina, una a Rometta Marea, S.Agata Militello e Gaggi dove muore uno studente minorenne che stava aiutando il padre nei lavori di costruzione di una piscina all’interno di una villa.
