Una poesia nutrita d’affetti e di ricordi, da cui traspare la voglia di vivere e la forza di rinascere.
Se poesia è per Benedetto Orti Tullo “arte e consolazione”, “ETERNO RIFUGIO” (Pioggia e vita), non esiste migliore forma espressiva che quella poetica per rendere la voglia di vivere del suo autore (giornalista nato 31 anni fa a Milazzo), celebrare “il risveglio”, “la vita che rinasce”.
Poco importa quale sia il trauma dell’infanzia – che pure si intuisce nei versi – da cui il poeta trae l’energia vitale e l’esigenza di affermare la sua orgogliosa presenza nel mondo (“Il bambino/ sferrò/ un pugno/ al suo destino,/ si finse nuvola./ Trascinato dal vento/ raggiunse la vita/ e forgiò il suo nome” Fantasmi). Conta piuttosto che in “Le ali della Fenice” (Edizioni Smasher), il libro che consacra l’esordio poetico di Orti Tullo, ci troviamo di fronte a un animo sensibile e al contempo a uno spirito pugnace, che, attraverso la poesia e anche grazie ad essa, riflette su se stesso e sulla vita, quella trascorsa e quella da vivere; e dal passato – nutrito di ricordi, di calde piacevolezze, di affetti familiari, di umori percepiti dai sensi e custoditi gelosamente nella memoria – trae non il rimpianto per ciò che non è stato ma il fondamento del proprio cammino, il passo saldo con cui riprendere il viaggio e su cui oggi può sostenersi il fragile padre, che un giorno “reggeva/ il petto/ della sua creatura, Versi di una notte). Oltre agli affetti (il nonno Beniamino, la nonna Idria, la madre, il padre, Ernesto, Siria), il principale catalizzatore dei ricordi, il nutrimento essenziale della poesia è il paesaggio; quello siciliano e in particolare quello del proprio paese (Spadafora), la costa, le piazze (Piazza del Carmine), i luoghi frequentati un tempo, che agli occhi del poeta richiamano pratiche sociali e consuetudini ormai superate eppure – o forse proprio per tale ragione – ancora in grado di produrre emozioni (“La domenica/ radioline e / “Tutto il calcio”./ Piccolo mondo finito/ trapassato remoto.”, Infanzia di quartiere). Una giornata assolata, un tramonto, l’orizzonte, la pioggia, il mare increspato azionano il ricordo e il sentimento del vissuto, o, altrove, l’abbandono estatico (Spadafora) e innescano l’ispirazione poetica.
Delle 21 liriche che compongono la prima raccolta di Orti Tullo, a chi scrive restano impressi per purezza cristallina i versi di Tra cielo e mare (E vedi l’azzurro/ arrivare/ come tempesta/ e/ d’un tratto/ travolgerti l’anima./ Mondarla/ dal vile velo/ beffardo,/ ottone/ travestito/ d’oro./ Se ipocrisia fu/ morì/ quel giorno/ sul tuo finto/ sorriso.) e l’ultima strofa di A Siria, la poesia dedicata “all’amica più sincera che io abbia mai avuto”: “E rincorri i sogni/ che io non vissi/ raggomitolati/ in un attimo/ nel sentiero/ costruito da una lacrima/ sul quale è scavato/ il tuo rifugio eterno”. Il lettore comprenderà, leggendo i versi per intero, di chi si tratta.
