“Decadenze”. Per "Il teatro in faccia", il declino della società occidentale - Tempostretto

“Decadenze”. Per “Il teatro in faccia”, il declino della società occidentale

Tosi Siragusa

“Decadenze”. Per “Il teatro in faccia”, il declino della società occidentale

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mercoledì 07 Dicembre 2022 - 17:15

Lo spettacolo al Teatro dei Naviganti

A Giuseppe Manfridi e Carlotta Clerici si è ascritta la traduzione fedele dello script “Decadenze” di Steven Berkoff- drammaturgo, regista e attore britannico,vicino al “Teatro della crudeltà” di Antonin Artaud- datato 1981, composto in versi ricercati e mai banali (anche nella volgarità) con scansione metrica, separati l’un  l’altro dallo slash, dal quale è tratta la pièce dall’omonimo titolo in rappresentazione ai “Magazzini del Sale”, produzione mezzAria Teatro, per la fortunata rassegna “Giusto un Sabato” dell’odierna Stagione Teatrale condotta dalla valente associazione culturale “Teatro dei Naviganti”.

Borghesia opulenta e volgare in scena, in un attico lussuoso, due storie di tradimenti che si intrecciano fino alla sovrapposizione, tenuto conto, altresì, che in ossequio alle indicazioni dell’Autore, i due interpreti, del maschile e del femminile, entrano ed escono, a più riprese, dai rispettivi panni del Marito e della giovane Amante e della arrabbiata Moglie e del suo toy Boy, mentre i due infelici consorti non saranno mai insieme sul palcoscenico…Non succede nulla, al di fuori di rapporti sessuali senza valore, solo il culto del denaro e della scalata sociale, mentre dentro si cade a pezzi.

Alla distinzione fra le storie in scena valgono, oltre le diversità di caratterizzazione dei personaggi, sparuti elementi scenici accessori, per le donne un paio di decolletè dorate con tacco a spillo, con tocco fetish, che differenziano i ruoli ,per contrasto con i piedi nudi esibiti.

Per gli uomini, tratto differenziale è la balbuzie che connota il ruolo fanciullesco e irrisolto, in continua tensione rispetto agli aspetti sessuali, diversificando rispetto a un vanesio che ostenta sicurezze, cocainomane e forte bevitore, che vive la componente sessuale con spavalderia.

Fondamentale l’aspetto relativo ai costumi, sapientemente pensati da Grazia Cassetti per tratteggiare i fondamentali dei personaggi, per lo più declinati in scuro, senza alcuna colorazione, oramai dismessa…. Ecco allora la trovata geniale di abbigliare i quattro coprotagonisti della drammaturgia con vistosi tocchi coloristici, per le donne il rosa acceso- in una sorta di vestaglia negligè- che, essendo double- face, vira dal lato opposto al dorato, in pendant con i lunghi guanti privi di dita, orecchini dorati e cintura sottile della stessa tonalità; il calzare scarpe dal tacco vertiginoso, che fanno il paio con l’abito sempre indossato dal lato color dell’oro.

Dall’altra parte personaggi maschili in verde prato, in un completo con panciotto molto appariscente, giacca messa e tolta, per rimanere in maniche di camicia, e le diversità sono in tal caso ravvisabili in tracce fondanti il modo di essere (e apparire).

Tutto è eccesso in loro, Steve e Helen, Sybil e Les, questi i loro nomi, dalla caricata e irriverente verbosità, all’accelerazione dei toni e delle azioni… tutto è apparenza, anche quella goliardia sessuale, che cela l’incapacità di condurre l’esistenza e di stabilire una vera comunicazione affettiva e amorosa , al di là dei bisogni corporei ostentati …ma tutto è anche infinitamente piccolo, E se a livello attoriale non può che segnalarsi la versatile presenza scenica e l’assoluta professionalità degli interpreti, gli eccelsi Francesco Bernava e Alice Sgroi, che impersonano alla perfezione i doppi ruoli, in un gioco al massacro di deliri visivi e acustici, con recitazione giustamente elaborata, baroccheggiante, grottesca, sul piano registico devesi parimente lodare lo sforzo di direzione del talentuoso Giovanni Arezzo di mettere il focus sui personaggi “tout court”, rimanendo apparentemente in sordina anche mentre coordina a puntino l’esecuzione.

L’Autore vuole significare, a mezzo una serie di parossismi, che quella sfrontatezza di costumi assume valenza di fare obliare a se stessi e agli spettatori la desolazione che alberga in quelle persone, proiettate in un correre verso cosa non si sa…. Attraverso una spietata indagine, un tripudio di parole vuote, oscenità, nefandezze sciorinate con sfacciataggine, insulti, disprezzo, contraddizioni e assurdità, frasi fatte, razzismo, classismo, horror vacui…. Insomma, una caustica riflessione con critica spietata sulle dinamiche di potere, ancora tristemente attuali, di una società, alla quale apparteniamo che ha smarrito il senso, fattasi non più civile, di una umanità corrotta.

Sul finire della piece una tregua segna un momentaneo (o forse no)” colloquiare” intenso dei corpi immobili sopiti, e forse si potrà stabilire un incontro di anime, chissà.

Un soprabito beige maschile, che per tutta la durata dello spettacolo rimane postato, eretto, sul palco, in posizione centrale, per schermare indumenti tolti e trarre dalle tasche oggetti simbolici, quasi esemplare gogoliano intriso di giudizio, è infine indossato per lasciare la casa e uscire nel mondo.

Le musiche, originali, di Orazio Magrì, realizzano una riuscita commistione di echi della tradizione e sonorità beat, archi e elettronica, restituendo atmosfere a tratti psichedeliche che rimandano ai folli anni 70/80.

Essenziale, infine, la funzione del disegno di luci di Simone Raimondo che, in assenza voluta, come detto, di scenografia, meno che minimale, se si eccettua qualche elemento accessorio, vale a segnare e contrassegnare i diversi ambiti narrativi, quello reale e quello della mente. Si ride a denti stretti, sovente si resta attoniti.

La performance, caratterizzata da violenza evocativa, scabrosità, invettiva, una sorta di teatro in faccia, viscerale, che sconvolge e sciocca il pubblico, ha acquisito vittoria del Premio “Catania Premia Catania 2020”, indetto dal Teatro Stabile di Catania ed è stata con meritorio successo in tournèe, che è tutt’ora in corso.

Alla eccellente rappresentazione ha fatto seguito, come di consueto, la condivisione di degustazione di prodotti enogastronomici, accompagnata da conversazione anche con gli interpreti che ha consentito di sviscerare al meglio tratti rimasti un po’ indecifrabili ad un primo approccio, disvelandone l’articolata costruzione.

Un plauso.

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