Diario di Giulia, laureanda messinese a Vienna. 2) Le persone: sì, però... - Tempostretto

Diario di Giulia, laureanda messinese a Vienna. 2) Le persone: sì, però…

Giulia Greco

Diario di Giulia, laureanda messinese a Vienna. 2) Le persone: sì, però…

domenica 03 Luglio 2022 - 07:59

Per il secondo appuntamento di questa rubrica, il focus è sugli abitanti austriaci, come si vive veramente al di là delle Alpi? La parola anche di chi ha deciso di trasferirsi definitivamente da Messina

N.B.: come anticipato nell’articolo precedente di questa rubrica, non voglio creare confronti netti e competizioni vane – sebbene l’attuale contesto sociale ci pone davanti innumerevoli stimoli e quasi rende impossibile sviluppare un’opinione personale – la mia è una testimonianza, che sia da post-pandemia, da ripresa economica, da rinascita da un medioevo o al contrario un cadere in basso. Come vi pare. È una scrittura nata da pure osservazioni, azzarderei una “ricerca antropologica” basata sulle obiettive differenze che stanno alla base di due comunità diverse ma che sono estremamente vicine.

Quando si viaggia per un breve periodo di vera e propria vacanza si pensa a goderne della stessa, e a lasciare pensieri intrusivi e stressanti lontani, all’aeroporto di partenza. Quando, invece, il viaggio è più lungo e non è più impostato come una vacanza, la mente rallenta la sua corsa, con la consapevolezza che per vivere un’esperienza piena e positiva bisogna mettere in pausa la routine precedente, e comprendere quale sia il motore che muove quell’agglomerato urbano in cui trascorrere un lasso di tempo maggiore, lontano dalle abitudini. I dettagli diventano importanti, soprattutto perché si cercano quelle comodità basilari che a casa si trovano a colpo sicuro, fuori bisogna andarsele a cercare. Si impara a captare la stessa onda su cui viaggia e di entrare nell’armoniosa cooperazione che muove tutto il sistema che ci ospita. Una sottile timidezza ci rende più insicuri: quando troviamo una terra che emana le nostre stesse energie, il cuore è più leggero. Ad esempio, in quanti in Spagna si sono trovati bene con la comunità? Sono nostri parenti genetici, sono caciaroni, calorosi, sorridenti e condividono con gli italiani l’arte ormai perduta del dolce far niente; c’è interesse verso l’altro, quella deformazione etnologica di farsi i fatti degli altri, nel bene e nel male. Spostandosi di qualche grado a Est, l’animo cambia notevolmente.

È questione di cultura o innata attitudine?

Le impressioni sulla comunità viennese iniziano a formarsi dopo qualche giorno, quando in biblioteca mi scivola il telefono facendo un rumore che, nel teso silenzio degli studenti in sessione, diventa il rombo di un aereo: nessuno si è girato, nessuno si è mosso. Feci una smorfia, alzando le mani in segno di mea culpa, ma quel fatto è stato come se non fosse. Perché questo semplice momento di mio imbarazzo mi ha incuriosito? Perché fosse accaduto a Messina, in una qualsiasi biblioteca, tutte le teste presenti si sarebbero alzate – anche con la scusa di distrarsi – per capire cosa fosse accaduto, anche se non li riguardava. 

Il filo rosso che lega la comunità è la produttività personale che ogni soggetto può apportare all’insieme. Parlando con uno studente della facoltà di legge della WU, mi spiegava che la loro vita è frenetica e stressante, sempre a dover raggiungere obiettivi frazionati più volte nel corso dell’anno, e che è una continua corsa, che toglie la possibilità di alzare lo sguardo e capire cosa stia accadendo intorno. Per questo, mi diceva, amano l’Italia alla follia per trascorrere le vacanze, soprattutto la Sicilia è una meta ambitissima. Il Sud Italia è come l’isola che non c’è: l’aria che si respira dalla “caviglia in giù” dello Stivale sussurra “rilassati, la vita è bella”, mentre quella viennese “prima fatica, poi fai quel che ti pare”- ma la voglia di fare viene meno se l’ambiente rimane statico. La competitività c’è, e si mostra senza sotterfugi, se si vogliono raggiungere degli obiettivi bisogna tenere conto delle capacità di ognuno, in modo da fornire a tutti le stesse possibilità e trasferendo la responsabilità di riuscirci in capo al singolo. La testimonianza di un ragazzo italiano trasferitosi da poco a Vienna per lavoro, ha confermato questo atteggiamento di porre tutti sullo stesso piano, le gerarchie lavorative vengono ridotte al minimo, c’è disponibilità da parte di chi “ne sa di più”, e voglia di imparare di chi “ne sa di meno” perché si sente validato e valorizzato, a differenza nostra che la poniamo più sul personale. Perché siamo così, retaggio della nostra di cultura? Noi anche abbiamo tanta competitività, ma la nascondiamo, crediamo che il fallimento sia il male della società, che ammettere di non avercela fatta o che non ci mostriamo al meglio, il giudizio ricada su di noi come una maledizione. Ci avete fatto caso che in Italia la gastrite è una patologia molto diffusa? La somatizzazione ci mostra come quell’ansia latente di farcela senza fatica, come se fossimo invincibili, ci distrugge dall’interno, e non siamo più liberi. Se ostentiamo benessere allora nessuno può dirci nulla, ma al contrario suscitiamo invidia, e condanniamo l’ambizione.

La parola di chi ha scelto di viverci: da Messina all’Austria

In Austria non ci sono molti siciliani, men che meno messinesi. Eppure, sono rimasta piacevolmente colpita di essere stata contattata da due persone della città dello Stretto, che si sono trasferite in questa terra: un signore che vive ormai in Austria da 30 anni ed un artista, sulla ventina, trasferitosi invece da pochi anni. Entrambi mi hanno riportato le loro testimonianze: hanno sottolineato il fatto che in Austria è radicato il razzismo soprattutto dai 50 anni in sù, i quali non accettano di buon grado chi non parla il tedesco (fatto accaduto a me quando un giorno, nel mio alloggio, dovevano essere fatti dei controlli al contatore e uno dei due operatori mi parlava insistentemente in tedesco, nonostante gli avessi detto che non lo parlavo, e l’altro cercava di venirmi incontro con un inglese da terza elementare); è pregnante il sacrificio alla società della propria individualità e della gioia di vivere quasi a trascinarsi come automi, per poi dimenticare chi si è durante il fine settimana;  il divario generazionale è palese, i più giovani hanno un’attitudine all’internazionalizzazione, e se in un primo momento sono introversi e freddi, basta qualche birra per scioglierli e assorbire il sentimentalismo italiano, in una reciproca generosità; l’inverno è pienamente inverno, già hanno orari nettamente diversi dai nostri durante l’estate (le attività commerciali chiudono massimo alle 22, come i ristoranti, e i supermercati per le 19:30), figuriamoci con il freddo e la neve. Forse proprio per questo l’Austria è “una pacchia” per noi del Bel Paese, che conserviamo il nostro esprimere le emozioni senza inibizione, che viviamo di pathos e abbiamo la scintilla dentro, proprio perché economicamente va tutto bene e il tasso di disoccupazione è bassissimo, il clima è disteso e quella morsa alla bocca dell’anima scompare. Quel che manca tra questi monti e queste valli è il pathos. Quindi l’italiano si può trovare bene, molto bene, perché quel che manca lo porta con sé, l’austriaco invece desidera quell’unica cosa che gli manca, e che difficilmente può comprare.

Per questa “puntata” trovo di ispirazione la citazione “Quod tibi deerit, a te ipso mutuare – ciò che ti manca, prendilo da te stesso”

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