Don Chisciotte e Cervantes nelle attuali trasposizioni cinematografica e teatrale

Don Chisciotte e Cervantes nelle attuali trasposizioni cinematografica e teatrale

Tosi Siragusa

Don Chisciotte e Cervantes nelle attuali trasposizioni cinematografica e teatrale

lunedì 08 Giugno 2026 - 18:27

Viaggio in un personaggio e in un autore intrecciati con Messina, tra passato e presente

Riprendo  l’esposizione su Cervantes, i suoi fervidi legami con l’isola triangolare di Sicilia, e nella specie con Messina, messa in luce nel suo “Don Chisciotte”, non potendo tralasciare l’attuale importante trattazione nella nostra città della tematica sia a mezzo della proiezione del lungometraggio davvero monumentale di Fabio Segatori, attualmente in proiezione al cinema Lux, che della performance teatrale curata da Davide Colnaghi in guisa magistrale, in scena ancora fino ad oggi presso la Sala Sinopoli del Teatro Vittorio Emanuele, in orario pomeridiano.
Tale felice coincidenza va sottolineata, essendo riuscita a far risplendere l’epopea felice messinese, prima della cancellazione della memoria  cittadina a seguito della rivolta antispagnola del 1674, con ogni connessione infausta ed effetti ancora oggi perduranti (questa è però altra storia).
Vorrei contribuire a portare alla luce il valore aggiunto di tali opere, id est, il contributo filmico e la rappresentazione performativa citati, che hanno restituito centralità al territorio messinese, sovente subalterno rispetto alle città, anch’esse metropolitane, di Palermo e Catania.
Mi piace affermare, con A. Buttitta, nel suo saggio “Don Chisciotte innamorato”, come fra Cervantes e Don Chisciotte si sia spezzata la linea di demarcazione fra autore e personaggio, uniti nel forse inconsapevole bisogno di fuga verso un mondo ideale, identificato nel protagonista del romanzo: a Cervantes – Don Chisciotte non restava cioè altra possibilità che nascondersi dietro la libertà della pazzia, tema ripreso dall’ Enrico IV pirandelliano. Lo scrittore alcalaino sembra allora dissolversi nell’aura magica del suo cavaliere, e con lui entra nel mito. Tale assunto è stato ripreso da R. Alaimo nel suo “Don Chisciotte in Sicilia”, avendone intravisto la stretta relazione. Si può allora sostenere, citando Bufalino, che il personaggio appare con il suo romanziere metafora dell’uomo che lotta e patisce nel Gran Teatro del mondo, riprendendo con ciò l’allegoria di Pedro Calderon della Barca.
V. Consolo, poi, mette in valore il nesso fra Don Chisciotte (e Cervantes) e la lotta per giustizia e libertà che, travalicando i confini temporo – spaziali, diviene patrimonio di ogni essere umano.
A. Camilleri, nel romanzo “La setta degli angeli” associa, poi, il Don Chisciotte alla rettitudine morale del suo lettore, Matteo Teresi, che lotta a favore di coloro che versano in difficoltà, subendo contraccolpi fisici e morali; nel “Re di Girgenti”, Camilleri afferma di prendere in prestito dal Meli le leggi sulla giustizia sociale e la pace universale incise sul tronco di un sorbo.
Si può allora sostenere, con L.  Sciacca, che mette il focus sul valore simbolico dell’opera nella lotta contro il malaffare, che Don Chisciotte e Cervantes siano come uno specchio che riflette le contingenze storiche e le vicende personali di ciascun lettore, per riconsegnarci il nostro vero volto, con pregnanza fortemente etico-civile.
Tale (lunghissima) premessa per significare che Fabio Segatori, per un verso, e Davide Colnaghi, per l’altro, non sono stati a mio avviso immuni da quel processo identificativo (con l’autore ed il personaggio) che ha conferito loro la stura nel dare la giusta configurazione alle rispettive meravigliose creazioni, che altrimenti non avrebbero potuto cogliere così nel segno.

Quanto all’opera filmica, “Don Chisciotte”, completo affresco sul Cavaliere errante, tratto dalla bella sceneggiatura di F.Segatori, che ne ha parimenti curato in guisa davvero egregia la direzione, non può che lodarsi anche l’interpretazione impeccabile di Alessio Boni e Fiorenzo Mattu nei panni dei due co – protagonisti: se su Boni non poteva nutrirsi dubbio alcuno in merito alla verosimiglianza della sua recitazione, Mattu è la vera sorpresa, essendo un pastore sardo, lontano quindi in modo abissale dall’universo cinematografico, che la regia di Segatori è stata in grado di fare esprimere al meglio, conferendo al fido scudiero una patina di umanità integrativa che di diritto sarà consegnata di certo ai posteri.

Segnalo, ancora, la partecipazione eccellente di una grandissima Angela Molina nel ruolo della governante, quella di Marcello Fonte, un perfetto garzone, e della sempreverde Galatea Ranzi nelle vesti della duchessa, (che nella trasposizione filmica ha tenuto luogo dell’omologo esponente nobiliare maschile), come Carlo Luca De Ruggieri in quelle del curato, tutti contributi attoriali che hanno dato un’aura sacrale all’opera de qua.
Non si può, ancora, che celebrare le lodi delle scenografie, di indiscusso splendore, riferibili ad un talento ben noto, quello di una figlia d’eccellenza della nostra terra, Cinzia Muscolino, di efficienza e creatività oramai collaudate; anche la fotografia di Ugo Lo Pinto merita il giusto apprezzamento, così come i ben calibrati suoni di Davide Dell’Ariccia e Stefano Di Fiore.
La Produzione di Paola Columba – già talentuosa regista di “Grazia”, opera filmica prodotta da F. Segatori – cosi come il produttore esecutivo, il conterraneo Gigi Spedale sempre sul pezzo nel puntare sui cavalli giusti, hanno dato ancora più lustro a questo classico letterario immortale, in grado di ammaliare lettori di ogni epoca, con gli odierni fortunati spettatori, in primis messinesi, rimasti meritatamente rapiti in particolare dalle ambientazioni di incipit e chiusa, con in bella vista i nostri siti monumentali del demanio culturale, Forte S.Salvatore e Forte Gonzaga, risalenti a periodo pressoche’ coevo alla redazione dell’opera letteraria, e funzionali opportunamente alla narrazione: il lungometraggio li ha messi in valore, con evidenziazione, dunque, del loro ruolo fortemente identitario e di grande funzione sociale; essi hanno concorso con i castelli federiciani, di epoca medievale e con altri siti lucani e calabresi, alla rievocazione dei luoghi del romanzo, capace di riconnettere medioevo e tardo rinascimento lungo un fil rouge di contrapposizione dei relativi fermenti.

Nella foto il Don Chisciotte interpretato da Alessio Boni nel film ambientato anche a Messina.

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