Una rivisitazione letteraria e culturale di un personaggio indimenticabile intrecciato con la storia di Messina
Una ricostruzione a tutto tondo dell’opera letteraria più importante del grande spagnolo vissuto nel “siclo de oro”, alla nascita Miguel de Cervantes Cortinas, scrittore, romanziere, poeta, drammaturgo e militare spagnolo, universalmente noto per essere stato autore del romanzo picaresco e della tradizione cavalleresca “Don Chisciotte della Mancia” – con personaggi principali Sancho Panza, Dulcinea del Toboso, lo stesso Don Chisciotte della Mancia e Ronzinante – che è in uno parodia, satira, farsa, narrativa psicologica, abbracciando più generi e venne pubblicato in due volumi nel 1605 nel 1615 e reputato indiscusso capolavoro letterario.
Prima, però, per così dire, nelle altre sue esistenze, Cervantes fu soldato, domestico, spia, agente delle tasse, schiavo e carcerato. Quanto alle sue imprese a Lepanto, giunse a Messina il 31 agosto a 24 anni nel 1571 e il 2 settembre salì come volontario archibugiere al seguito di Marcantonio Colonna sulla galea Marquesa, parte della flotta della Lega Santa costituita da Papa Pio V, al comando di Don Giovanni d’Austria, la cosiddetta Galea Real, con la Spagna di Filippo II contro gli Ottomani di Alì Pascià, dopo l’attacco turco alla città veneziana di Famagosta e Il saccheggio di Nicosia, a Cipro.
Il 7 ottobre, per una brutta febbre probabilmente da ricondurre a gastroenterite, pur se gli era stato concesso di rimanere sotto coperta, egli volle combattere con la flotta cristiana a Lepanto – e definì quella battaglia prodigiosa – e dopo cruenta pugna essa ebbe la meglio sui turchi e la Lega riportò vittoria, arrestando l’espansione musulmana degli infedeli in Europa. Sostò in nosocomio messinese dal 1 novembre, di rientro da Lepanto, fino al 24 Aprile 1572 avendo riportato molteplici ferite al torace e perso l’uso della mano sinistra, divenendo mutilato di guerra. Fino al 1575 rimase lontano dalla Spagna e, pur con il fardello della menomazione, prese parte a varie battaglie fra Tunisia e Grecia e allorquando su una galea, decise di ritornare in patria, fu bloccato da due tempeste, la nave venne assaltata dai pirati e i passeggeri dovettero arrendersi ai criminali che li portarono in galera ad Algeri. Fu infine seppellito a Madrid nel convento dei Trinitari Scalzi e a 400 anni dalla morte furono rinvenute le sue spoglie (nel 2015 nel convento stesso, e la sua tomba è stata spostata nella chiesa di San Ildefonso, adiacente ai Trinitari). Quanto al Don Chisciotte, nello script si ravvisa una disfunzione metafisica, la semantizzazione dell’ideale cavalleresco ed è centrale il tema della follia.
Il desiderio metafisico di “raddrizzare i torti” è stato definito “follia per identificazione romanzesca”, cioè applicazione delle leggi della cavalleria alla vita. Si evidenzia lo scontro fra la realtà oggettiva e quella immaginaria, con incapacità a discernere fra questi universi paralleli che vengono sovrapposti. Con ciò metaforizzando la realtà nella Castiglia del diciassettesimo secolo, poiché il sangue si eredita, ma la virtù si acquista e la virtù vale di per sé quel che il sangue non vale. Il viaggio è vissuto allora come avventura cognitiva e Don Chisciotte diviene epigono della vittoria dello spirito sulla materia e ci dice che si deve continuare a vivere anche sognando. Il cavaliere errante dalla triste figura, la cui inutilità degli ideali sta nel modo in cui le sue avventure falliscono, vuol significare che la società, pur amando le storie cavalleresche, non ha niente a che vedere con la virtù dei Cavalieri, non c’è più posto nel presente, di Cervantes e, senza soluzione di continuità nel nostro, per la letteratura. I modi del cavaliere applicati a cause di poco conto, dunque, non risultano allo sguardo delle moltitudini più attuali. Cervantes, attraverso il magnifico pazzo, offre una ironica chiave di lettura per sopravvivere alla perdita degli ideali causati dal crollo delle civiltà e questo pensiero appare anche ai nostri tempi più che mai attuale.
La ricezione del Don Chisciotte di Cervantes è stata fervida anche in Sicilia, manifestandosi attraverso svariate espressioni artistiche – dall’Opera dei pupi, al cunto, dal musical al cinema, dal teatro alla canzone, dalla pittura, alla scultura e fotografia. Importante è stato il poema “Don Chisciotte e Sancho Panza” di Giovanni Meli del 1787. Pirandello, poi, affine a Cervantes per l’interagire fra realtà e finzione, per la focalizzazione del tema della follia e il gioco di ambiguità. Individuò nel capolavoro, nel saggio L’Umorismo del 1908, i tratti del sentimento del contrario.
Da Sciascia, a Bufalino, Consolo, Camilleri, Antonino Buttitta e Roberto Alajmo ,tanti gli autori siciliani affascinati dal Don Chisciotte.
Il Don Chisciotte ha trovato cioè anche nella terra di Sicilia humus fertile a svariate forme di ricezione con modi di tributo spontaneo al Cavaliere della Mancia, avendo i siciliani percepito nell’opera qualcosa di più per il rapporto privilegiato di Cervantes con la nostra Isola e il filo invisibile che ci unisce alla Spagna. Proprio a Messina, peraltro, durante il riposo forzato, forse passeggiando per i giardini del Grande Ospedale, Santa Maria della Misericordia, sono germinate le vicissitudini giovanili trasposte attraverso il racconto dello schiavo e la scena dei caprai con cui divise la cena nel trentanovesimo capitolo del primo libro. La città di Messina è nominata anche in opere successive, due delle Novelle Esemplari, “Il dottor Vetrata” e ” L’amante generoso”, entrambe del 1613 e la Raccolta “Viaggio del Parnaso” del 1614.
Don Chisciotte e Miguel de Cervantes Saavedra sono due facce della stessa medaglia con lo spirito cavalleresco, allora, quale asse portante della follia e dell’utopia, con quel passaggio epocale dal mondo medievale a quello moderno, piu disilluso. Don Chisciotte alberga in Sicilia anche attraverso il cunto e l’opera dei pupi, di cui si rintraccia una eco nella seconda parte del romanzo, e nella specie, nello spettacolo di marionette nel capitolo ventiseiesimo.
Anche la pittura e la scultura siciliane celebrano il cavaliere errante, come anche il mondo della fotografia.
Quanto al contadino calato a forza nel ruolo di scudiero, poi, egli incarna le caratteristiche siciliane di voler soddisfare i bisogni contingenti, come fame e sonno, e, se riesce a fondere in sé saggezza e sciocchezza, furbizia e ingenuità, ricordando la maschera di Giufà, sa esprimersi anche, mano a mano, con toni paterni di cura verso l’improvvisato padrone che folleggia.
Dulcinea, infine, evoca la dolcezza e fa riferimento a figura femminea solo sognata.
Nella foto il Don Chisciotte interpretato da Alessio Boni nel film ambientato anche a Messina.
