Emilio Solfrizzi è “Il malato immaginario”. È più la paura di morire o quella di vivere? - Tempostretto

Emilio Solfrizzi è “Il malato immaginario”. È più la paura di morire o quella di vivere?

Emanuela Giorgianni

Emilio Solfrizzi è “Il malato immaginario”. È più la paura di morire o quella di vivere?

domenica 06 Marzo 2022 - 07:00

Guglielmo Ferro porta, nel suo adattamento, la celebre opera di Molière al Teatro di Messina. Diverte ed emoziona. Si replica oggi alle 17.30

Si apre il sipario. Argante conta e riconta i clisteri, quegli degli ultimi giorni, dell’ultimo mese. Controlla le medicine. Lamenta i suoi mali, saranno causati dal fegato, dalla milza? Dietro di lui una struttura lignea dalla forma rettangolare, una sorta di immenso mobile fatto da scaffali e mensole piene di medicine, e al centro una scala a chiocciola, la cui fine è invisibile.

Così il Teatro Vittorio Emanuele, le cui luci si tingono di blu e giallo in appello alla pace, accoglie sul suo palco Il malato immaginario. Un incredibile Emilio Solfrizzi è l’Argante di Molière nell’adattamento dell’opera realizzato da Guglielmo Ferro.

E, ai 400 anni dalla nascita del grande drammaturgo francese, il suo ultimo capolavoro si mostra più attuale che mai.

Il malato immaginario di Molière…

Molière scrive la sua commédie-ballet nel 1673. È malato e, a soli 50 anni, sa di dover morire. Quello sarà, infatti, il suo ultimo anno di vita. C’è molto di autobiografico nella sua scrittura, le sue paure, la sua ipocondria e la forte sfiducia per la medicina del suo tempo (attenta soltanto alla “prassi”, alle procedure e ai protocolli, è priva, secondo lui, di pensiero critico). Molière racconta di se stesso, denuncia le sue manie immotivate allo stesso modo in cui denuncia l’inadeguatezza e l’imperizia dei suoi medici. È solo uno l’efficace rimedio che riesce a trovare: la risata. Denuncia la società con l’arma della risata, e con questa stessa arma trova la forza di affrontare i suoi dolori. Ridere dell’uomo, delle sue paure, delle scorrettezze, per affrontare la vita.

… e il malato immaginario di Ferro

La regia di Ferro rispetta e riporta in scena la forza inarrestabile della risata di Molière. Si ride dall’inizio alla fine per la storia di Argante. Si ride per la sua fissazione e dipendenza dai medici e dai loro, sempre inefficaci, rimedi; a tal punto dal voler dare in sposa la figlia Angelica (Mariachiara Di Mitri) ad un giovane medico, Tommasino Diaforetico. Goffo e ridicolo, conoscitore di un latinorum dalla dubbia provenienza, il ragazzo è il nipote del farmacista dottor Purgone (Sergio Basile). Per le necessità di Argante è il partito ideale, peccato, però, che non spicchi per intelligenza né tantomeno per beltà (Pietro Casella si fa, infatti, maestro del grottesco nella sua interpretazione). In più, la figlia è innamorata di Cleante (Cristiano Dessì) e (rivelando la geniale modernità di Molière) sa far valere i suoi sentimenti contro il volere del padre. A sostenerla saranno altre due donne, personaggi forti e ancora una volta estremamente moderni, la sorellina Luigina (Cecilia D’Amico), seppur confessando qualcosa al papà, e la serva Tonina (Lisa Galatini).

La risata si fa, poi, più malinconica quando denuncia la disonestà imperante da parte non soltanto di questi medici dai nomi improbabili, che si prendono gioco di Argante per arricchirsi; ma anche della moglie Bellania (Antonella Piccolo), apparentemente attenta e premurosa, ma in realtà interessata unicamente al suo tornaconto economico.

Ferro vuole mettere in luce e omaggiare proprio lo spirito critico e anticonformista del drammaturgo. I caratteri rivoluzionari del suo teatro, che anticipano aspetti e caratteristiche del teatro dell’assurdo. O, ancora, la vivacità delle battute e dei movimenti, che sono proprio quelle tipiche del teatro di azione di Molière; e l’attenzione alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, alle coloriture del loro linguaggio e ai diversi meccanismi sociali, tipici del suo realismo. Con spessore e modernità, Ferro conserva lo stesso spirito della partitura originale. A discostarsi dalla tradizione è, invece, la scelta, azzeccata, di portare sul palco un Argante giovane, proprio della stessa età di Molière mentre lo raccontava, non più un anziano.

La forza dei personaggi

Emilio Solfrizzi gli restituisce questo tratto importante. Quando si dimentica momentaneamente di essere malato, Argante è giovanile e forte. E, sempre, estremamente divertente. Solfrizzi gioca con la sua nevrosi di ipocondriaco, parla allo spettatore con intensità sia nei momenti di scherno sia nei monologhi riflessivi. Il suo protagonista è farsesco; dominato dall’irrazionalità si lascia andare, a volte, ad affermazioni estremamente lucide; è a tal punto tragico da risultare comico.

Il suo contraltare è la serva Tonina di Lisa Galatini, sveglia, razionale, pragmatica, pronta a contrastare il padrone, anche con irriverenza. Il confronto fra i due è il più atteso di ogni scena. Sarà merito di Tonina, infine, e di un suo geniale e folle espediente, se ogni inganno verrà svelato. È il vero personaggio positivo, insieme al fratello di Argante, Beraldo di Rosario Coppolino (che interpreta anche l’avido notaio Bonafede con cui si accorda Bellania). Beraldo si fa voce dell’aspra critica di Molière alla medicina, pone il fratello faccia a faccia con la realtà, si lascia andare ad affermazioni quali “non sei malato per niente, la dimostrazione è che con tutte queste cose che ti danno non sei ancora crepato”; “con toga e cappello ogni sciocchezza diventa scienza”. È onesto, difende la nipote e, pur canzonandolo, desidera solo il bene del fratello.

La paura di vivere, oggi ancor di più

Dentro questa torre nella quale si è rinchiuso (come rappresentato abilmente dalla scenografia di Fabiana di Marco), Argante, per paura di morire, smette di vivere; si rifugia nella malattia, in essa si crogiola, sperando di essere visto e considerato dagli altri, ma ritrovandosi, invece, sempre più solo. È più la vita, in realtà, a spaventarlo, e le sue manie sono tentativi impossibili per cercare di controllarla. Lo confessa in una della sue riflessioni: “La vita mi divora. Per non darle in pasto me stesso, ho dovuto trovarle qualcos’altro che non sono io”.

La contemporaneità di tale sentire pesa ancora di più in un momento come quello che stiamo vivendo, in cui la pandemia ha messo un freno alla vita. E, nonostante il cammino di ripartenza che sembra stiamo intraprendendo, continua a pesare il senso di timore per ciò che era, semplicemente, la nostra normalità.

Come lui, tutti ci lasciamo intrappolare a volte dalle paure, di qualsiasi tipo siano. È Argante stesso a rivelarcelo: “Nessuno di noi sta bene in realtà”. La vera malattia di tutti è la paura.

Per questo, dopo aver riso tutto il tempo e applaudito, il finale de Il malato immaginario di Ferro, con Argante che resta solo, ancora una volta, non fa più ridere, ma lascia un senso di malinconia che ci portiamo dietro, anche una volta chiusosi il sipario.

IL MALATO IMMAGINARIO

di Molière

con Emilio Solfrizzi

e Lisa Galantini, Antonella Piccolo, Sergio Basile, Maria Chiara Di Mitri, Cristiano Dessì, Pietro Casella, Cecilia D’Amico e Rosario Coppolino

costumi Santuzza Calì


scenografie Fabiana Di Marco


musiche Massimiliano Pace

adattamento e regia Guglielmo Ferro

produzione Compagnia Moliere – La Contrada – Teatro Stabile di Triestein collaborazione con Teatro Quirino -Vittorio Gassman

Il pubblico in fila sotto le luci che illuminano il Teatro con i colori della bandiera ucraina

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Un commento

  1. Complimenti alla giornalista Emanuela Giorgianni per come ha spiegato questa celebre opera di Molière, messa in scena al Teatro di Messina…..sembrava di assistervi 🤩👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏!

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