Che accade quando la visione del male estremo diventa normalità? Risponde il sociologo Francesco Pira
“La decisione di trasmettere in diretta streaming l’esecuzione di Nidal Hasan, il responsabile della strage alla base militare di Fort Hood del 2009, è un fatto culturale prima che giudiziario. Quando una società sceglie di filmare la morte di un uomo e di offrirla a un pubblico potenzialmente illimitato, quella scelta parla di noi”, afferma il professor Francesco Pira, associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Messina.
La morte in diretta, il caso Hasan
“L’intento dichiarato dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth è chiaro: le persone devono poter vedere, per ‘capire che ci sono gravi conseguenze per questo tipo di azioni’. È la logica della deterrenza, con una differenza decisiva: un tempo la piazza era un luogo fisico, con un confine, un orario, una comunità che vi assisteva. Oggi quello spazio non esiste più. C’è uno schermo, e dietro lo schermo c’è ciascuno di noi, da solo, dal salotto di casa, in autobus, in pausa pranzo, con il pollice pronto a registrare, condividere, commentare. La morte diventa contenuto. Negli Stati Uniti non si assiste a un’esecuzione pubblica da novant’anni. È una distanza che abbiamo costruito lentamente, generazione dopo generazione, e che oggi rischiamo di cancellare con internet. La diretta streaming di un’esecuzione trasforma la pena in spettacolo, con tutto ciò che lo spettacolo comporta: pubblico, tempi, commenti, repliche, clip. È questo che mi colpisce: la messa in scena, la coreografia della morte somministrata come informazione”. “La mia condanna è netta -afferma il sociologo- e non ammette giustificazioni. Chi manda in onda un’esecuzione addestra un pubblico enorme e anonimo a considerare normale la visione del male estremo. È il punto più basso a cui arriva una democrazia quando la giustizia smette di essere un diritto e diventa una scena da mostrare. Il diritto si applica, si argomenta, si motiva, si esegue. Quando cerca il pubblico, ha già smesso di essere diritto e si è trasformato in propaganda”.
La comunicazione della pena, un problema culturale
Il professor Pira allarga poi lo sguardo a chi quella diretta la guarderà davvero: “Mi preoccupa la domanda che nessuno sembra porsi: chi guarderà davvero? Non solo il cittadino adulto che sceglie consapevolmente. Anche i ragazzini, che arrivano su questo contenuto senza filtri, senza contesto, senza nessuno accanto. Abbiamo speso anni a discutere di challenge pericolose, di contenuti che spingono i minori verso comportamenti lesivi pur di ottenere approvazione e visualizzazioni. Lo Stato, con la sua regia, entra nei loro schermi con un’esecuzione capitale. Quello che consegniamo alle nuove generazioni è un immaginario in cui la morte è guardabile, commentabile e, in fondo, monetizzabile”. “Il tema è la comunicazione della pena, e la comunicazione non è mai neutrale. Questa diretta è un fallimento educativo. Se per ‘capire’ che un fatto è grave bisogna vederlo, allora abbiamo smesso di credere nella parola, nella legge, nella memoria, e abbiamo cominciato a credere soltanto nell’immagine. È la stessa scommessa che le piattaforme fanno su di noi ogni giorno, e che noi continuiamo a dare per vinta”.
Dalla comunicazione all’educazione, la proposta del prof. Pira
Da qui la proposta del professor Pira: “Serve un’educazione ai linguaggi e alle grammatiche dei media che attraversi ogni ciclo scolastico e che arrivi alle famiglie, come chiedo da anni con le ‘Scuole per Genitori’. Serve un patto educativo vero tra genitori, docenti e istituzioni, che restituisca ai ragazzi la capacità di domandarsi non solo ‘che cosa vedo’ ma ‘chi me lo mostra, e perché’. La differenza è tra raccontare e narrare: tra la scena che cattura e la storia che costruisce. La diretta di un’esecuzione è una scena, senza narrazione, senza pensiero, senza anima”.
La scelta giusta: non guardarla
“Una società che mette in diretta la propria sentenza educa tutti al peggio. Non sta esibendo forza: sta esibendo paura. E la paura, quando diventa spettacolo, non dissuade nessuno: insegna a guardare la morte come intrattenimento, e a chiamarla così – conclude Pira – Scegliere di non guardarla, quella diretta, è un gesto di coscienza. Altrimenti la prossima volta non ci sarà soltanto un uomo condannato davanti a un pubblico, ma un pubblico che avrà imparato a chiamare normalità la morte di un uomo».

