Sotto la lente della procura la vecchia proprietà che con la sua gestione ha portato al fallimento giudiziario
MESSINA – Le tragedie, fortunatamente solo sportive, che sta vivendo l’attuale proprietà dell’Acr Messina 1900 sono figlie di una gestione scellerata e superficiale, quasi menefreghista. Pietro Sciotto ex patron se ne lavò quasi le mani alla Ponzio Pilato dopo aver scelto di vendere a Doudou Cissé che mise a capo di tutto Stefano Alaimo.
Il fallimento fu certificato a settembre 2025, dopo si passò alla gestione della curatela avvocata Maria Di Renzo, che portò la prima squadra cittadina a Justin Davis e Morris Pagniello del Racing City Group, chiudendo definitivamente, sportivamente parlando, l’era Sciotto-Cissé-Alaimo.
Il fallimento all’analisi del tribunale
La storia per i tre però non si è conclusa qui, mentre il ramo sportivo è andato avanti tra alti e bassi e una pesante penalizzazione i procuratore capo Antonio D’Amato insieme ai sostituti Fabrizio Monaco e Stefano Trifirò hanno continuato ad indagare per scoprire se c’era stato altro nella cessione avvenuta nel febbraio 2025 all’imprenditore belga, nonostante ci sarebbero state altre possibilità di cedere ad altri.
Così le ipotesi di reato che formula la Procura sono bancarotta fraudolenta in concorso, contestata a Scioto, Alaimo e Cissé; indebita compensazione tributaria, contestata a Giannico, Margarito e Pichierri per presunte violazioni fiscali; autoriciclaggio, reato ipotizzato essere stato commesso dall’ex direttore generale Giuseppe Peditto che si era speso per mettere su la squadra nell’estate caldissima dopo la retrocessione e nelle vicinanze del fallimento.
Insomma la storia del vecchio Messina prosegue fuori dal terreno di gioco, come giusto che sia, in modo che si faccia chiarezza su come sono andate realmente le cose. Nel frattempo, importa poco ormai ai nuovi proprietari, c’è da ricostruire un Messina che complice quanto accaduto è continuato a sprofondare in campo.

