Il Trio Orelon entusiasma il pubblico nel segno di Beethoven

Il Trio Orelon entusiasma il pubblico nel segno di Beethoven

Giovanni Francio

Il Trio Orelon entusiasma il pubblico nel segno di Beethoven

domenica 15 Febbraio 2026 - 10:55

Eccellente interpretazione dei trii al Palacultura di Messina per la stagione musicale dell’associazione "Bellini"

MESSINA – Sabato scorso al Palacultura, per la stagione musicale dell’associazione V. Bellini, si è esibito il Trio Orelon, formato da Judith Stapf al violino, Arnau Rovira Bascompte al violoncello e Marco Sanna al pianoforte, in un programma interamente dedicato a Ludwig van Beethoven.

Il pianista Marco Sanna, che ha più volte interloquito con il pubblico presentando i brani in programma, ha comunicato che il Trio farà ritorno a Messina, sempre ospite della Bellini, altre due volte, per completare l’esecuzione integrale delle composizioni per trio con pianoforte di Beethoven.

Il Trio Orelon ha eseguito il Trio op. 1 n. 3, le Variazioni op. 44 e il Trio op. 97 “L’Arciduca”. Il Trio op.1 n. 3, in do minore, è il terzo dei tre Trii che rappresentano le prime composizioni pubblicate di Beethoven, nel 1795. I Trii furono dedicati al principe Lichnowsky, e furono eseguiti nella sua casa al cospetto di un pubblico di musicisti e cultori, fra i quali Joseph Haydn, il quale ammirò i primi due Trii ma non il terzo, suggerendo a Beethoven di non pubblicarlo. Invece proprio il terzo, non per nulla il preferito da Beethoven, è di gran lunga il più interessante, e proprio la tonalità minore, così lontana per Haydn a quei tempi – ma in seguito proprio Haydn la utilizzò con gran profitto nella sua musica da camera, ad es. nel Quartetto op. 76 “Delle quinte” – gli conferisce quel carattere drammatico, concitato nel primo e nel terzo movimento, impetuoso e drammatico nel Finale, mentre nel secondo movimento troviamo per la prima volta un tema con variazioni (incantevoli), genere nel quale Beethoven diverrà autentico specialista e attraverso il quale toccherà fra le più alte vette della sua produzione musicale.

Le Variazioni in mi bem. magg. op. 44, eseguite successivamente, costituiscono una composizione di non particolare rilievo del repertorio beethoveniano per Trio con pianoforte. Un’opera giovanile, di poche pretese, ancora di carattere salottiero e non destinata al grande pubblico. Per quanto già si può apprezzare la capacità del musicista tedesco di sottoporre a variazioni un tema non suo, abbastanza banale per la verità, queste variazioni ancora si mantengono in un ambito convenzionale, prive di quegli autentici e rivoluzionari colpi di genio che caratterizzeranno, ad es., le variazioni degli ultimi Quartetti d’archi e delle ultime Sonate per pianoforte.

Tutt’altro discorso va fatto per il celeberrimo Trio in si bemolle maggiore op.97 “Arciduca”, che ha riempito la seconda parte del concerto. Il più famoso dei Trii di Beethoven, dedicato all’Arciduca Rodolfo d’Asburgo, rappresenta una delle sue più importanti composizioni in assoluto, da considerarsi forse l’ultimo grande capolavoro del suo cosiddetto periodo di mezzo, ove già si intravedono, in particolare nell’Andante con variazioni, le profonde innovazioni ed ispirazioni del suo ultimo periodo compositivo.

Proprio in questo capolavoro, tuttavia, come riconosciuto quasi pacificamente dalla critica, vi è un enorme difetto, che mina l’equilibrio e l’unità formale del brano, cioè l’ultimo movimento “Allegro moderato” definito da Carli Ballola “il più tipico esempio di Finale sbagliato in tutta l’opera beethoveniana”. Si tratta infatti di una sorta di marcetta di poche pretese, che troppo contrasta con quel momento di estasi commovente costituito dall’Andante cantabile con variazioni, il terzo movimento.

Il celebre incipit del primo movimento – “Allegro moderato” -, tema nobile e così tipicamente beethoveniano, impernia di sé l’intero brano. Molto esteso il secondo movimento, lo “Scherzo”, che per motivi di equilibrio Beethoven antepone insolitamente al movimento lento (lo farà anche nella Nona Sinfonia). Il terzo movimento, “Andante cantabile, ma però con moto – Poco più adagio”, si apre con l’esposizione di un bellissimo tema dal carattere profondo e assai ispirato, al quale seguono cinque straordinarie variazioni, che costituiscono l’apice della composizione, il “cuore” dell’intero Trio. Il tema viene variato non solo sotto il profilo tematico, ma sotto tutti gli aspetti (timbrico, armonico, nel carattere lento o veloce etc.) come avverrà negli ultimi Quartetti d’archi, e, anche se è sempre difficile tracciare una linea netta di demarcazione fra un periodo compositivo ed un altro successivo di un artista, potremmo forse affermare che l’ultimo Beethoven nasce proprio con queste Variazioni. Indimenticabile l’ultima, la quinta, che termina con una coda di infinita, commovente dolcezza, prima che attacchi, senza soluzione di continuità, l’incomprensibile Finale di cui si è detto.

Davvero eccellente la performance dei tre musicisti, giovani ma già di fama internazionale, che hanno dato vita ad un’interpretazione di grande personalità, enfatizzando i momenti topici di questo straordinario e complesso capolavoro. Perfetti nella intesa, i tre artisti hanno palesato una profonda sensibilità, e sarà un vero piacere riascoltarli nelle altre due giornate programmate.

Dopo i convinti e ripetuti applausi del pubblico in sala, il Trio Orelon ha concesso un bis di grande spessore, il bellissimo secondo movimento “Allegretto grazioso” dal Trio n. 3 per pianoforte, violino e violoncello in fa minore op. 65 di Antonin Dvorak.

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