“La Cena” è in tavola al Teatro Vittorio Emanuele, insieme a tutti i suoi misteri. - Tempostretto

“La Cena” è in tavola al Teatro Vittorio Emanuele, insieme a tutti i suoi misteri.

Emanuela Giorgianni

“La Cena” è in tavola al Teatro Vittorio Emanuele, insieme a tutti i suoi misteri.

mercoledì 15 Maggio 2019 - 12:01
“La Cena” è in tavola al Teatro Vittorio Emanuele, insieme a tutti i suoi misteri.

Una tavola raffinata accoglie 4 attori e 27 spettatori invitati. È La Cena, in scena al Teatro Vittorio Emanuele, dal 14 al 22 Maggio, alle 19,00 e alle 21,00.

Un serioso e impeccabile maggiordomo introduce gli spettatori nell’affascinante Cena cui rivestono il ruolo di invitati d’onore. La sala principesca, i dipinti alle pareti, l’enorme lampadario pieno di cristalli e la tavola raffinata perfettamente imbandita, con tovaglia avorio e porcellane, trascinano gli invitati in un cerimoniale curato minuziosamente.

Il maggiordomo Fangio (Cristiano Marzio Penna) versa il vino nei bicchieri mentre un uomo, il padrone di casa (Andrea Tidona), siede al tavolo, immobile, il sopracciglio destro lievemente inarcato, con un’espressione un po’ accigliata, ma imperscrutabile.

I due discutono, l’uomo attacca il maggiordomo che risponde con un aplomb da far invidia, ma forzatamente indifferente.

La figlia dell’uomo torna a casa dopo cinque anni, e si comprende, subito, dalle parole del padre che il rapporto tra i due è difficile, burrascoso, ma per l’occasione, nonostante le remore di Fangio, i piatti vanno cambiati, sostituiti da altri riportanti delle immagini di un pollo disegnato da bambina dalla figlia.

La ragazza (Chiara Condrò) entra, con lei il suo fidanzato (Stefano Skalkotos), il padre resta voltato, non ha il coraggio di guardarla, scatenando, così, la rabbia della giovane donna; ed ecco che La Cena ha, veramente, inizio.

4 attori e 27 spettatori, insieme per condividere una tavolata e un calice di vino rosso, offerto dal Ristobar di Messina “Principi”. Il foyer del Teatro Vittorio Emanuele si è trasformato in una elegante sala da pranzo, platea e palcoscenico contemporaneamente, solo per La Cena, il progetto teatrale e della regia di Walter Manfrè, scritto, su sua sollecitazione, da Giuseppe Manfridi, tra i più grandi drammaturghi italiani contemporanei.

Perturbante, ipnotica, angosciante, sconvolgente ma estremamente coinvolgente, questa è La Cena, perno del “Teatro della Persona” di Manfrè, così definito da Ugo Ronfani, per indicare la diretta partecipazione del pubblico alla rappresentazione. Ne La Cena, infatti, che debutta a Roma nel 1992 e riprende nel 2016, i 27 invitati non possono interagire con i protagonisti, ma sono spettatori diretti delle loro vicende, e dei loro misteri.

Giovanna torna a casa, dopo cinque anni, “questo è il peso del crescere figli ben educati, ricevere visite cortesi non desiderate” commenta il padre tra sé e sé prima del suo arrivo. Il loro rapporto non è facilmente definibile, sono ossessionati l’uno dall’altra, il padre stringe il volto della figlia, la tocca con un amore torbido, non sappiamo se lo faccia perché lo vuole o per inscenare una reazione del suo fidanzato Francesco, che schernisce dicendo “tocco così la tua donna e non reagisci?”. Per poi intervenire, nel momento in cui i due ragazzi litigano, alzando i toni, in difesa della figlia, imponendo al fidanzato di non rivolgersi mai più in tale maniera.

Il padre, uomo estremamente colto, attento e furbo, si diverte a giocare con le emozioni dei suoi ospiti, a tubarli e infastidirli con i suoi giochi psicologici. Prende di mira l’abitudine del giovane di ripetere continuamente ‘insomma’ e da ciò trae un gioco. Firma diversi e cospicui assegni, e per ogni ‘insomma’ che verrà detto ne brucerà uno.

Nel frattempo si dovrà pur parlare di qualcosa, dopo i consueti e rituali ‘che fai nella vita’, ‘da dove vieni’, ai quali in ogni caso il malcapitato ragazzo non riesce a rispondere in maniera soddisfacente, si passa ad argomenti più rilevanti, si passa a parlare del passato, ci si addentra, come afferma il padrone di casa, “nel mistero della catacombe, e ogni famiglia ne ha uno”.

Le chiacchiere vengono interrotte dalle urla della figlia, non appena terminata la zuppa, alla visione del piatto, proprio quel piatto che il padre aveva messo per lei. Il fidanzato è sempre più imbarazzato, guarda a terra, propone più volte di andar via, ma non rinuncia al gioco.

Si scopre, allora, che la ragione della lite tra padre e figlia nasce dalla passata volontà di Giovanna di sposarsi e dalla capacità del padre di impedirglielo. Per Giovanna è stato lui a rovinare il tutto, secondo il padre, invece, il suo ruolo è consistito semplicemente nel convincere la figlia della inadeguatezza del promesso sposo. Il padre vuole raccontare di più, vuole parlare meglio con Francesco, per il quale dichiara di provare forte simpatia, e per farlo è forse meglio che la figlia vada via. Francesco è d’accordo, allora Giovanna si alza, raggiunge il maggiordomo, ma prima di tutto comunica al padre che stavolta non potrà nuovamente fermarla, perché i due ragazzi si sono già sposati in gran segreto.

La discussione continua e con essa anche gli ‘insomma’ del giovane genero, gli assegni vengono tutti bruciati ma il padrone di casa si mostra caritatevole, offre un’ulteriore possibilità, firma un altro assegno e lo posiziona al centro del tavolo. Niente più fiamme, adesso, per ogni ‘insomma’, Francesco dovrà lasciare qualcosa che ha con sé. E pian piano vanno via tutti i suoi indumenti…

Una trama assurda, intrecciata, aggrovigliata, tormentata, da non riportare nel dettaglio perché svelerebbe gli incredibili colpi di scena della storia, ma davvero geniale. È l’incubo, comune a molti, delle cene di famiglia, portato alla sua esasperazione.

Due elementi sono focali all’interno dello spettacolo, e all’interno di tutto il Teatro della Persona di Manfrè, il rito e il gioco, un cerimoniale accurato, il vino a tavola, le pietanze veramente consumate, perfino il rumore dell’acqua versata nel silenzio, poi i grandi gesti teatrali, dal piatto lanciato a terra agli assegni che bruciano, centro di questo gioco senza pietà protagonista di tutto lo svolgimento degli eventi.

Ma il vero gioco sta nell’aspra abilità dialettica del padre, vi è una altissima drammaturgia, in cui ogni parola è studiata, voluta, sentita e immutabile, neanche una virgola andrebbe cambiata; le parole sono potenti, tramite esse il padre riesce ad ottenere quello che vuole, provando soddisfazione nel mettere tutti in difficoltà, la sua ars oratoria è impressionate, ma ancora più determinante è la forza del non detto. Tutto il mistero della storia si dirama a partire dal non detto, non sapremo mai la natura del passato rapporto tra padre e figlia, siamo portati a pensare il peggio, ma non avremo mai la certezza che lo sia davvero. Che significano quei piatti per cui Giovanna scoppia in lacrime? Qual è il senso del modo del padre di toccare la figlia? Che uomo è davvero il padre? Che uomo è davvero il genero? E la figlia? E il maggiordomo? Chi è davvero vittima e chi carnefice?

Il successo de La Cena sta nel perfetto connubio tra la sua trama avvincente, dalla quale ci si sente totalmente catturati, e la magistrale interpretazione dei suoi quattro protagonisti, dai quali è impossibile allontanare lo sguardo. Solo quattro voci capaci di far entrare dentro le loro emozioni, far tuonare la sala, vibrare i bicchieri e smuovere l’immenso lampadario. Quattro figure completamente diverse, complicate, misteriose e ricche di sfaccettature.

Il maggiordomo Fangio è fedele; ubbidiente e paziente dinanzi gli attacchi che riceve, ma poi borbotta e critica sottovoce; è attaccato al denaro, “Fangio hai con te soldi? Non risponde, vuol dire che li ha” commenta il padrone di casa; è accusato di gestire tutto lui dentro la casa, prendendo e portando quello che vuole quando lo vuole; è quindi falso, distaccato e opportunista.

Giovanna è una figlia ferita e addolorata; vittima di un padre-padrone manipolatore; infelice e desiderosa di riscattarsi ma pronta a farlo accontentandosi di qualsiasi amore le permetta di fuggire da quello paterno, anche qualora sia tiepido, non sincero o, peggio, non rispettoso.

Francesco appare un giovane reverente, educato, intimorito, imbarazzato, semplice e ingenuo; ma per mezzo dei giochi psicologici del suocero si trasforma nel suo opposto; alza la voce; abbandona ogni contegno; tratta come un oggetto la sua donna.

E, infine, il padre, figura al tempo stesso affascinante e rivoltante, grazie ad un incredibile Andrea Tidona, che incarna a pieno la complessità di quest’animo. È crudele, sadico, dominante, affabulatore e istrionico ma estremamente colto e intelligente; attaccato nel suo modo inusuale a chi gli sta vicino e, però, lo ferisce. Ogni sviluppo della storia parte e dipende da lui, assoluto protagonista. Un personaggio così forte, rivela Manfrè, è ispirato a suo padre, uomo estremamente colto, attento alla singola parola, ma con il quale non era sempre facile rapportarsi.

Questi caratteri complicati, con tutti i loro errori e difetti, vogliono farsi specchio della ricchezza dell’animo di ogni uomo, dei suoi dubbi, delle sue ancestrali paure mai rivelate, dei suoi irrimediabili sbagli. E chi è davvero la vittima? Si sono feriti tutti gli uni con gli altri ma è solo il padre l’irrecuperabile mostro? O ci macchiamo tutti degli stessi peccati difficili da cancellare?

I 27 invitati a cena tornano a casa scossi, dopo aver riso, dopo essere stati presi di sorpresa, sconvolti, dopo essere saltati in aria per un urlo o un piatto rotto, o dopo essere stati inorriditi da diverse scelte compiute in questa ora ricca di pathos. Tornano a casa con una riflessione un po’ amara sull’uomo e sulla vita, il tema dell’incubo è quello caro, infatti, al regista, il tormentato, il taciuto, lo spaventoso, ma che serve per guardarsi intorno e guardarsi dentro. Tornano a casa estremamente soddisfatti per essere stati testimoni diretti di un racconto ineguagliabile e senza dimenticare mai di essere spettatori di un momento di grande teatralità, uno spettacolo imponente, risultato di un mix di scelte impeccabili.

La Cena è, quindi, prontissima al Teatro Vittorio Emanuele, la tavola è imbandita e aspetta solo i suoi commensali, siete tutti invitati! Dal 14 al 22 Maggio, alle 19,00 e alle 21,00.

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