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La “fascia climatica del coronavirus” e le simulazioni dei modelli del Global Virus network

Daniele Ingemi

La “fascia climatica del coronavirus” e le simulazioni dei modelli del Global Virus network

lunedì 16 Marzo 2020 - 08:13

I ricercatori dell’Università del Maryland hanno stabilito una interessante correlazione tra la diffusione e le caratteristiche climatiche delle zone in cui si è manifestato

Qualcuno l’ha ribattezzata la “cintura del coronavirus”. Si tratta di quella fascia, di colore verde, indicata dalla sottostante cartina, quella nella quale “covid-19” sta proliferando in maniera “esponenziale”. I ricercatori dell’Università del Maryland, appartenenti al Global Virus network, una coalizione internazionale di virologi che stanno studiando il caso, hanno stabilito una interessante correlazione tra la diffusione e le caratteristiche climatiche delle zone in cui si è manifestato. Il risultato è che latitudine, temperatura e umidità definiscono precisamente uno stretto corridoio compreso tra 30 e 50 gradi di latitudine nord, dove le temperature medie si aggirano fra i +5°C e +11°C, mentre i valori dell’umidità relativa basculano fra il 47% e il 79%.

Le aree cerchiate di nero, tutte ricadenti nella cosiddetta fascia verde chiamata “fascia del coronavirus”, sono le zone dove si sono registrate le più grosse epidemie di covid-19, fra cui il nord Italia, oltre all’Iran, la Corea del Sud, la Cina, Giappone e lo stato di Washington (USA)

Proprio in questa stretta fascia climatica il coronavirus si è diffuso con una certa virulenza, con le più gravi epidemie che hanno investito la Cina, l’Iran, l’Italia e la Corea del Sud. Non a caso la Lombardia ha avuto una temperatura media di +9°C e un’umidità tra 68% e 78%. In generale covid-19 non ha mostrato una eccessiva virulenza nelle città dove i termometri scendono sotto la soglia dei +0°C, il che potrebbe significare che non riesce a sopravvivere al freddo. Come il nord Italia, sono state più colpite l’Iran (dove nel mese di febbraio ha fatto più freddo del normale), la Francia, la Spagna, la Germania, l’area nord-occidentale degli Stati Uniti. Tutte queste regioni hanno un’altra caratteristica comune.

L’esplosione dell’epidemia coincide con temperature relativamente stabili per un periodo superiore a un mese. Non a caso le zone che potevano avere una emergenza maggiore, a causa della loro vicinanza con la Cina, non hanno visto un effetto simile. A Bangkok, in Thailandia, dove vivono decine di migliaia di cinesi (alcuni originari della città di Wuhan, luogo dove è partito il coronavirus) ci sono solo 80 casi. Nel vicino Vietnam i casi accertati sono solo 47, solo 7 in Cambogia (tutti casi importanti da fuori) e in Myanmar nessuno. Invece nel periodo tra gennaio e febbraio in cui c’è stata la massima evoluzione, a Wuhan la temperatura media era di +6,8°C, a Seoul di +7,9°C.

La fascia verde inquadrata da un modello delle temperature a 2 metri dal suolo

Qualcuno potrebbe obiettare sull’Iran, visto che viene considerato un paese caldo. Ma in realtà l’Iran è un paese in gran parte montagnoso, e caratterizzato da uno spiccato clima continentale. Nella capitale Teheran, ubicata a circa 1500 metri di altezza, la temperatura media in queste ultime settimane è oscillata fra i +7°C di minima e i +15°C di massima. Rientriamo appieno nella “fascia climatica” sopra descritta. La stessa città di Milano ha mantenuto un andamento termico che rientra nella fascia appena menzionata, con valori minimi sui +5°C +6°C e massime sopra i +10°C. Sembra che queste siano le condizioni che facilitano la trasmissione di comunità, che ha reso il virus così invasivo. In molti ricercatori sospettavano che covid-19 si comportasse come tutte le altre influenze che attaccano l’apparato respiratorio, e dunque fosse sensibile al clima.

Sopportano meglio il freddo perché hanno un rivestimento di grassi che invece si degrada quando fa caldo. E’ esattamente quello che si scioglie quando entra nel corpo umano, e lo fa diventare virulento, ma se questo accade all’esterno, arriva la morte. E’ anche vero che le condizioni medie delle persone sono migliori in estate, quando il nostro sistema immunitario è più forte. Un’ipotesi è che abbia un ruolo la melatonina, che viene modulata dal fotoperiodo. E anche la vitamina D, attivata dall’esposizione ai raggi ultravioletti riduce l’incidenza di affezioni che riguardano il sistema respiratorio.

Lo studio dell’Università del Maryland non è l’unico che è stato svolto sul tema. L’attenzione scientifica in questo momento è molto alta, perché tutti sperano di poter dimostrare che l’estate sarà una soluzione. Ma forse non basta visto che zone calde sono comunque state soggette alla pandemia, specie nei luoghi caratterizzati da clima caldo e secco (vedi alcuni paesi della penisola Arabica). Nella stragrande maggioranza dei casi, vedi per esempio il Bahrein, si tratta di contagi provenienti da paesi dove erano attivi focolai (nel caso del Bahrein l’Iran). Ricercatori dell’Università di Guangzhou, Cina, hanno però confermato che la trasmissione viaggia meglio intorno agli +8,7°C. Anche studiosi dell’Università di Tsinghua, a Pechino, che hanno utilizzato dati del Centro cinese per il controllo e la prevenzione della malattia, hanno sostenuto che dove temperature e umidità sono state più basse ci sono stati più casi rispetto a quelle dove faceva più caldo e l’umidità era più alta (vedi Bangkok o Kuala Lumpur). Quindi l’arrivo dell’estate potrebbe ridurre significativamente la trasmissione. Una ricerca dell’Ospedale di Greifswald e dell’Università Ruhr a Bochum, Germania, ha analizzato il tempo di permanenza di conoravirus simili sulle superfici e hanno trovato che rimane più a lungo in situazioni fresche e umide. A temperature che oscillano fra i +4°C e i +10°C può rimanere per svariate ore. A temperature di oltre +35°C +40°C sparisce in breve tempo. I risultati si possono estendere a quello di questi giorni, ritengono.

Per questo si consiglia di disinfettare ogni oggetto con soluzioni al 60% di alcol denaturato, o etanolo, acqua ossigenata, ipoclorito di sodio. Attraverso i modelli matematici (simili a quelli usati per le previsioni del tempo) del Global Virus network è ora possibile poter prevedere l’evoluzione della pandemia, il che rende possibile mettere in atto misure di precauzione per evitare la diffusione. A questo proposito è prevedibile che il contagio potrebbe migrare verso nord, salendo di latitudine rispetto all’attuale “fascia”.

Il che significa per gli Stati Uniti, che il virus si muoverà verso la British Columbia, verranno coinvolte l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda (dove potrebbe scoppiare tra fine marzo e aprile), e il nord della Cina, dove per ora c’era stata poca diffusione. Un aumento di temperatura, se però viene anche mantenuto un abbassamento della densità di popolazione, potrebbe agire come killer. Tutto questo vale se il virus non muta di nuovo, come ha già fatto una volta. Gli epidemiologi ritengono comunque che non vada messa la parola fine, poichè potrebbe sparire in estate, ma tornare di nuovo in autunno.

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